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Art. 2495 Codice Civile — Anno 2023

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169 provvedimenti

Altri anni per Art. 2495 Codice Civile

Studi di settore: fisco ko con i soci ma la società trema
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento basato sugli studi di settore nei confronti di una società a responsabilità limitata. Dopo la cancellazione della società dal registro delle imprese, l'ufficio ha riassunto il giudizio di appello notificandolo direttamente agli ex soci. La Corte di Cassazione ha chiarito due aspetti fondamentali. In primo luogo, ha dichiarato inammissibile il ricorso contro gli ex soci: per cinque anni dalla cancellazione, la società mantiene una finzione di esistenza fiscale, e solo il liquidatore è legittimato a stare in giudizio. In secondo luogo, la Suprema Corte ha accolto il ricorso contro la società, annullando la sentenza della Commissione Tributaria Regionale per motivazione contraddittoria. I giudici d'appello avevano infatti prima accertato l'inattendibilità delle difese della società e poi, incoerentemente, annullato l'accertamento ritenendolo basato su un mero scostamento. La causa torna al giudice di merito.
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Esterovestizione societaria: il Fisco batte la società fantasma
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contestando l'esterovestizione societaria di una società olandese, considerata fittizia e gestita in Italia da un Amministratore di fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso principale dell'Amministratore, confermando la sua responsabilità personale quale dominus effettivo della società. Inoltre, la Suprema Corte ha accolto il ricorso incidentale del Fisco, statuendo che la cancellazione della società dal registro delle imprese prima della notifica dell'atto impositivo ne determina l'estinzione e la perdita di capacità processuale. Di conseguenza, l'ex liquidatore non poteva impugnare l'atto in rappresentanza della società ormai estinta. La decisione impugnata è stata cassata senza rinvio limitatamente al ricorso della società, confermando la legittimità delle pretese fiscali nei confronti del reale gestore.
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Responsabilità dei soci per debiti societari: la Cassazione decide
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento per costi non documentati nei confronti di una società a responsabilità limitata, successivamente cancellata dal registro delle imprese. L'atto è stato notificato ai soci come successori della società. L'erede di uno dei soci ha impugnato l'atto, sostenendo che non vi fosse prova della reale distribuzione di somme ai soci. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità dei soci per debiti societari. I giudici hanno chiarito che il fisco può agire contro gli ex soci anche se il bilancio finale di liquidazione era pari a zero. Nei casi di società a ristretta base societaria, infatti, si presume che i ricavi occulti siano stati distribuiti direttamente ai soci, i quali rispondono dei debiti tributari nei limiti di quanto ricevuto o presumibilmente percepito.
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Responsabilità dei soci dopo la cancellazione: zero attivo
Una società creditrice ha ottenuto la condanna dei soci di una s.r.l. estinta al pagamento di un debito sociale residuo. I soci hanno impugnato la decisione evidenziando che il bilancio finale di liquidazione si era chiuso a zero e che non avevano riscosso alcuna somma. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la responsabilità dei soci dopo la cancellazione della società dal registro delle imprese è limitata esclusivamente a quanto effettivamente riscosso in base al bilancio finale di liquidazione. Poiché i soci non avevano percepito nulla, la loro condanna al pagamento è stata annullata.
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Cancellazione della società dal registro delle imprese e soci
Una società di persone, dopo la cancellazione della società dal registro delle imprese, ha impugnato insieme ai suoi ex soci un lodo arbitrale favorevole a un'azienda creditrice. La Corte di Cassazione ha confermato che la cancellazione determina l'estinzione immediata dell'ente, facendogli perdere la capacità di stare in giudizio. Di conseguenza, il ricorso presentato a nome della società estinta è inammissibile e l'avvocato che ha firmato il mandato risponde personalmente delle spese processuali. Inoltre, i singoli soci non possono far valere in giudizio i crediti incerti o non liquidati della società cancellata, poiché la chiusura della liquidazione senza l'esazione di tali somme equivale a una rinuncia tacita. La Suprema Corte ha quindi respinto il ricorso dei soci e dichiarato inammissibile quello della società, condannando i ricorrenti e il loro difensore al pagamento delle spese.
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Responsabilità dei soci: debiti della s.r.l. estinta senza attivo
Un'azienda, assuntrice di un concordato fallimentare, aveva ottenuto la revoca di rimesse bancarie effettuate da un imprenditore poi fallito. Durante l'appello proposto dalla banca, la società veniva cancellata dal registro delle imprese. Il giudizio proseguiva nei confronti dell'unico socio e liquidatore. La Corte d'Appello riduceva drasticamente l'importo revocato, condannando il socio a restituire alla banca la differenza milionaria. Il socio ricorreva in Cassazione, contestando di dover rispondere oltre l'attivo ricevuto dalla liquidazione. La Suprema Corte ha rilevato un forte contrasto giurisprudenziale sulla responsabilità dei soci dopo la cancellazione della società e sull'onere della prova dell'attivo percepito. Pertanto, ha rinviato la decisione alle Sezioni Unite per risolvere la questione.
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Nomina curatore speciale: nullo il fallimento senza liquidatore
L'Ente di Riscossione ha chiesto il fallimento di una società in liquidazione, già cancellata dal Registro delle Imprese. Tuttavia, il liquidatore della società era deceduto prima del deposito del ricorso e non era stato sostituito. La Corte d'Appello ha dichiarato nullo il fallimento per mancata instaurazione del contraddittorio. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del creditore. I giudici hanno chiarito che, in caso di morte del liquidatore prima del ricorso, è necessaria la nomina curatore speciale per garantire il diritto di difesa della società. Senza questa figura, l'intero procedimento di fallimento è nullo, anche se la notifica è avvenuta tramite posta elettronica certificata, poiché mancava un soggetto legittimato a ricevere l'atto e a difendere l'ente.
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Notifica del fallimento: ditta chiusa ma registro attivo
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di un imprenditore individuale che gestiva un'attività di fisioterapia. Il debitore contestava la validità della notifica del fallimento, avvenuta tramite deposito nella casa comunale dopo che la posta elettronica certificata (PEC) era risultata disattivata e la ditta non era reperibile presso la sede. L'imprenditore sosteneva inoltre di aver cessato l'attività da oltre un anno. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la notifica del fallimento è pienamente valida se effettuata presso la sede risultante dal registro delle imprese, qualora l'imprenditore non abbia formalizzato la cancellazione della ditta, ma si sia limitato a disattivare la PEC. La mancata cancellazione ufficiale impedisce anche il decorso del termine di un anno per la dichiarazione di fallimento.
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Cancellazione della società e debiti tributari: i soci pagano
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento per IVA non versata ai soci di una società in accomandita semplice, già cancellata dal registro delle imprese. Il Socio Accomandatario ha impugnato l'atto, sostenendo che la cancellazione della società e debiti tributari non potessero essere richiesti senza un nuovo accertamento autonomo e che l'atto originario fosse nullo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la cancellazione della società non estingue i debiti fiscali. Questi si trasferiscono direttamente ai soci in base al principio di successione. Il Socio Accomandatario, avendo responsabilità illimitata, risponde interamente dei debiti tributari della società estinta, rendendo legittima la notifica diretta dell'accertamento originario ai soci.
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Varianti nell’appalto: quando i lavori extra non vanno pagati
Una società committente si opponeva al pagamento di lavori extra richiesti dall'impresa costruttrice per la ristrutturazione di una villa. Il contratto originario prevedeva l'obbligo della forma scritta per qualsiasi modifica. La Corte d'Appello aveva ritenuto dovuti i pagamenti, ipotizzando un'approvazione tacita della committente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della committente (rappresentata dalla ex socia). I giudici hanno stabilito che le varianti nell'appalto proposte dall'appaltatore richiedono sempre l'autorizzazione scritta del committente. Non è ammessa l'approvazione per comportamenti concludenti se il contratto impone la forma scritta. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Rimborso IVA: società estinta ma il credito dura dieci anni
Una società di persone viene cancellata dal registro delle imprese. Un ex socio richiede il Rimborso IVA del credito maturato prima della cessazione, compilando la dichiarazione dei redditi ma senza presentare il modello VR. L'Agenzia delle Entrate nega il rimborso per decorrenza del termine biennale. La Corte di Cassazione chiarisce che la cancellazione della società trasferisce la legittimazione ai soci e non all'ex rappresentante legale. Nel merito, stabilisce che per le attività cessate il diritto al Rimborso IVA, manifestato in dichiarazione, non decade in due anni ma è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale. Il modello VR è solo un presupposto di esigibilità. La Corte accoglie parzialmente il ricorso escludendo la legittimazione dell'ex rappresentante, ma conferma il diritto al rimborso in capo all'ex socio.
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Rimborso IVA società cancellata: la società estinta perde tutto
Un consorzio chiedeva il rimborso dell'IVA per spese di consulenza, ma veniva cancellato dal registro delle imprese. Successivamente alla cancellazione, l'ex liquidatore avviava un ricorso contro il diniego del fisco. L'Agenzia delle Entrate eccepiva l'estinzione del consorzio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che la cancellazione determina l'immediata estinzione dell'ente. Di conseguenza, l'ex liquidatore non ha più il potere di agire in giudizio per chiedere il rimborso IVA società cancellata. La norma che proroga di cinque anni i poteri del fisco per i controlli non si applica a favore della società estinta per chiedere rimborsi. Il ricorso originario è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Rimborso credito IVA: il socio vince anche se la società è estinta
Un socio di una società in nome collettivo ormai cancellata dal registro delle imprese ha richiesto il rimborso credito IVA non goduto. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso e la Corte di Giustizia Tributaria Regionale ha dichiarato inammissibile il ricorso originario, ritenendo che l'azione dovesse essere presentata da entrambi i soci e non da uno solo. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del socio. I giudici di legittimità hanno stabilito che, essendoci stato un precedente rinvio per integrare il contraddittorio con l'altro socio, si era formato un giudicato interno sulla legittimazione attiva del ricorrente. Di conseguenza, la sua facoltà di agire in giudizio non poteva più essere contestata. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Responsabilità del socio: pagare i debiti della società estinta
Una società a responsabilità limitata viene cancellata dal registro delle imprese. Successivamente, l'Agenzia delle Entrate notifica ai soci un avviso di accertamento per il recupero dell'IVA non versata dalla società prima della sua cancellazione. Uno dei soci impugna l'atto, sostenendo di non aver mai percepito utili dalla liquidazione e che non vi fosse prova di alcuna distribuzione. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del socio, confermando la legittimità dell'azione del Fisco. I giudici stabiliscono che la cancellazione della società non estingue i debiti, ma li trasferisce ai soci. La responsabilità del socio opera in proporzione alla sua quota di partecipazione, indipendentemente dall'effettiva riscossione di somme in sede di liquidazione. Il socio potrà contestare l'effettiva percezione delle somme solo nella successiva fase di riscossione.
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Responsabilità del socio per debiti della società estinta
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti del Socio di una società a responsabilità limitata ormai cancellata dal registro delle imprese. L'ufficio richiedeva il pagamento di imposte non versate dalla società prima della sua chiusura. Il Socio ha contestato l'atto, sostenendo di non aver mai ricevuto alcuna somma o utile dalla liquidazione della società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Socio, confermando la sua responsabilità del socio per debiti della società estinta. I giudici hanno stabilito che l'ufficio delle tasse può emettere l'accertamento contro i soci in proporzione alla loro quota di partecipazione, a prescindere dall'effettiva riscossione di somme. Il Socio potrà contestare il mancato incasso effettivo degli utili solo nella successiva fase di riscossione delle somme.
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Responsabilità dei soci per debiti tributari: pagare senza utili
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità dei soci per debiti tributari di una società di capitali estinta e cancellata dal registro delle imprese. Nel caso specifico, l'Agenzia delle Entrate aveva ricalcolato le imposte (IRES e IRAP) di una società sportiva dilettantistica a responsabilità limitata, richiedendo il pagamento ai singoli soci dopo la cancellazione della stessa. Un socio ha contestato la pretesa, sostenendo di non aver mai percepito utili o somme dalla liquidazione. I giudici hanno stabilito che l'estinzione della società comporta il trasferimento dei debiti ai soci in proporzione alla loro quota, indipendentemente dall'effettiva riscossione di somme nel bilancio finale. La contestazione sull'effettiva percezione degli utili potrà essere sollevata solo nella successiva fase di riscossione. Il ricorso del socio è stato rigettato con condanna alle spese.
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Cancellazione della società: i debiti fiscali passano ai soci
Il Socio-Liquidatore di una s.r.l. ha impugnato alcuni avvisi di intimazione emessi dall'Amministrazione Finanziaria per debiti d'imposta della società, notificati dopo la cancellazione della società dal registro delle imprese. Il ricorrente sosteneva l'inesistenza degli accertamenti originari poiché l'ente era ormai estinto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la cancellazione della società comporta il trasferimento automatico dei debiti insoddisfatti direttamente in capo ai soci, indipendentemente dalla percezione di somme dalla liquidazione. Inoltre, l'intimazione di pagamento non può essere contestata per vizi dell'accertamento originario se quest'ultimo è già stato confermato da una sentenza passata in giudicato.
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Responsabilità del liquidatore: paga se occulta i debiti sociali
Una ex dipendente ha richiesto il risarcimento dei danni a causa della condotta della liquidatrice di una società, la quale aveva cancellato l'azienda senza saldare il suo credito privilegiato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della liquidatrice, confermando la sua condanna. La Corte ha stabilito che, in tema di responsabilità del liquidatore, spetta a quest'ultimo dimostrare di aver agito correttamente, rispettando la parità tra i creditori e redigendo fedelmente il bilancio. Il creditore non deve quindi provare l'esistenza di un attivo residuo, poiché i documenti contabili sono nella disponibilità esclusiva del liquidatore, in base al principio della vicinanza della prova.
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Incompetenza degli arbitri: la contestazione tardiva salva il lodo
Il Condominio ha ottenuto un lodo favorevole contro L'Ex Liquidatore di una società di costruzioni estinta, per non aver inserito un debito nel bilancio finale. La Corte d'Appello ha annullato il lodo ritenendo la questione estranea alla clausola arbitrale. La Cassazione ha ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del Condominio. La Suprema Corte ha stabilito che L'Ex Liquidatore non ha sollevato tempestivamente l'eccezione di incompetenza degli arbitri nella sua prima difesa. Di conseguenza, l'impugnazione del lodo è inammissibile. La mancata contestazione immediata sana il difetto di potere degli arbitri, rendendo definitiva la condanna del liquidatore.
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Adesione al processo verbale di constatazione: stop ai ricorsi
Un ex liquidatore di due società già cancellate dal registro delle imprese riceveva un verbale di verifica fiscale per costi fittizi e IVA indebita. Per ridurre le sanzioni, presentava istanza di adesione al processo verbale di constatazione. Successivamente, l'Agenzia delle Entrate emetteva gli atti di definizione, che venivano però impugnati dal liquidatore e dalle società estinte. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'adesione al processo verbale di constatazione comporta l'accettazione integrale dei rilievi e rende l'atto inoppugnabile. Inoltre, le società cancellate prima della notifica degli atti non hanno capacità processuale, rendendo nullo il loro tentativo di fare causa. Vince l'Agenzia delle Entrate.
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