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Art. 2126 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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491 provvedimenti

Altri anni per Art. 2126 Codice Civile

Lavoro straordinario pubblico impiego: quando va pagato?
Un'agenzia regionale nega il pagamento per lavoro straordinario pubblico impiego a un dipendente per mancanza di autorizzazione formale. La Cassazione chiarisce che l'autorizzazione è un elemento costitutivo del diritto, ma il compenso è dovuto se c'è consenso del datore, anche implicito, e può essere provato con testimoni.
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Compenso lavoro straordinario: basta il consenso implicito
La Corte di Cassazione ha stabilito che un dipendente pubblico ha diritto al compenso per lavoro straordinario anche in assenza di un'autorizzazione formale, a condizione che la prestazione sia stata svolta con il consenso implicito del datore di lavoro. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso di un'ente pubblico che si opponeva al pagamento, sottolineando che il diritto alla retribuzione per il lavoro effettivamente svolto, basato sull'art. 2126 c.c., prevale sui vizi formali della richiesta.
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Autorizzazione lavoro straordinario: la Cassazione decide
Un dipendente pubblico del settore Protezione Civile ha richiesto il pagamento di ore di lavoro straordinario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando le decisioni dei gradi inferiori. Il punto cardine della decisione è la necessità di una formale e preventiva autorizzazione lavoro straordinario, senza la quale la prestazione non può essere retribuita, rigettando la tesi di un'autorizzazione implicita o successiva.
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Autorizzazione implicita straordinario: la Cassazione
Due dipendenti del settore sanitario si sono visti negare il pagamento del lavoro straordinario dalla Corte d'Appello per mancanza di autorizzazione preventiva. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che per il diritto alla retribuzione è sufficiente un'autorizzazione implicita, desumibile da atti concludenti del datore di lavoro, come la firma dei fogli ore. L'ordinanza chiarisce che il consenso, anche non formale, del datore è l'elemento chiave, annullando la sentenza precedente e condannando l'azienda sanitaria al pagamento delle somme dovute.
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Prestazioni aggiuntive: onere della prova del medico
Due medici hanno richiesto il pagamento per prestazioni aggiuntive svolte per conto di una ASL. Dopo un lungo iter giudiziario, la Corte di Cassazione ha dichiarato il loro ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che i ricorrenti non hanno specificato adeguatamente nel loro atto quali prove avrebbero dimostrato il carattere "aggiuntivo" delle loro prestazioni rispetto a quelle istituzionali, violando il principio di autosufficienza del ricorso.
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Tutela risarcitoria pubblico impiego: i limiti
Un dipendente pubblico, dopo aver ottenuto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato a seguito di anni di contratti atipici e la successiva stabilizzazione, si è visto negare un risarcimento ulteriore. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10311/2025, ha chiarito i principi sulla tutela risarcitoria pubblico impiego: la stabilizzazione costituisce una sanzione adeguata che assorbe il danno standard, ma non pregiudica il diritto del lavoratore a ottenere la regolarizzazione della propria posizione contributiva direttamente dal datore di lavoro.
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Lavoro socialmente utile: quando è subordinato
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una lavoratrice impiegata per 14 anni come bibliotecaria da un Comune tramite un progetto di lavoro socialmente utile (LSU). La Corte ha confermato la decisione di secondo grado che riconosceva la natura di lavoro subordinato, data la stabilità, l'orario fisso e l'integrazione nell'organizzazione dell'ente. Il ricorso del Comune è stato dichiarato inammissibile principalmente per violazione del principio di autosufficienza, non avendo l'ente riportato correttamente gli atti processuali a sostegno delle proprie tesi.
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Lavoro straordinario: prova dell’autorizzazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 8110/2025, ha dichiarato inammissibile il ricorso di alcuni dipendenti che chiedevano il pagamento per il lavoro svolto durante le pause. La Corte ha qualificato tale attività come lavoro straordinario, sottolineando che per ottenerne la retribuzione è indispensabile provare la specifica autorizzazione del datore di lavoro. Il ricorso è stato respinto perché criticava la valutazione delle prove effettuata dal giudice di merito, un'attività non sindacabile in sede di legittimità.
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Rinnovo tacito incarico: no se la norma lo esclude
Un medico ha continuato a svolgere l'incarico di responsabile di branca dopo la sua scadenza formale, basandosi su una presunta proroga. La Corte di Cassazione ha negato il suo diritto al compenso, stabilendo che in assenza di una previsione normativa o contrattuale, il rinnovo tacito incarico non è applicabile ai rapporti di lavoro autonomo con la pubblica amministrazione. La prestazione di fatto, in questo contesto, non genera il diritto alla retribuzione, poiché la tutela specifica è riservata solo al lavoro subordinato.
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Rinnovo tacito incarico: no per medici specialisti
La Corte di Cassazione ha negato il diritto alla retribuzione a tre medici specialisti che avevano continuato a svolgere le loro funzioni di responsabili di branca dopo la scadenza del loro incarico. La Corte ha stabilito che una modifica del contratto collettivo nazionale aveva eliminato la possibilità di un rinnovo tacito incarico, rendendo di fatto la prosecuzione dell'attività priva di fondamento contrattuale. Inoltre, è stato chiarito che il principio della retribuzione per la prestazione di fatto (art. 2126 c.c.) non è applicabile ai rapporti di lavoro autonomo dei medici convenzionati.
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Rinnovo tacito incarico: quando non è dovuto il compenso
Una specialista medica ha continuato a svolgere le sue funzioni di responsabile di branca anche dopo la scadenza formale del suo incarico. Un nuovo accordo collettivo aveva però abolito la possibilità di un rinnovo tacito incarico. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito, negando il diritto della dottoressa a percepire l'indennità specifica. La Corte ha stabilito che, in assenza di un titolo contrattuale valido, non sorge alcun diritto alla remunerazione, poiché il rapporto di lavoro autonomo convenzionato non gode della tutela prevista per il lavoro di fatto subordinato.
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Conflitto tra giudicati: la sentenza che annulla vince
Un dipendente pubblico, demansionato a seguito di una sentenza che annullava la sua promozione, si opponeva basandosi su un'altra sentenza favorevole successiva. La Cassazione ha affrontato il tema del conflitto tra giudicati, stabilendo che una sentenza costitutiva che annulla un atto crea una realtà giuridica irreversibile. Di conseguenza, la seconda sentenza era inefficace e il demansionamento legittimo, accogliendo il ricorso dell'Amministrazione.
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Cessione ramo d’azienda illegittima: la retribuzione
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione di ramo d'azienda illegittima, il lavoratore ha diritto all'intera retribuzione dal suo datore di lavoro originario, anche se non ha fisicamente lavorato. Questo perché il rifiuto del datore di lavoro di accettare la prestazione lavorativa lo pone in una situazione di mora credendi. Inoltre, le somme percepite dal lavoratore da un altro impiego nel frattempo non possono essere detratte, poiché non si tratta di un risarcimento del danno, ma del pagamento di una retribuzione dovuta. La sentenza conferma anche il diritto alla maturazione delle ferie.
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Cessione ramo d’azienda illegittima: la Cassazione
In un caso di cessione ramo d'azienda illegittima, la Corte di Cassazione ha stabilito che il lavoratore ha diritto alla retribuzione dal datore di lavoro originario (cedente) anche se ha lavorato per l'azienda acquirente (cessionaria). Le somme percepite dal nuovo datore di lavoro non devono essere detratte. Inoltre, è stato confermato il diritto del lavoratore a maturare le ferie, anche senza prestazione lavorativa effettiva, a causa del comportamento illegittimo dell'azienda che ha impedito lo svolgimento del rapporto di lavoro.
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Lavoro straordinario pubblico impiego: l’ok è d’obbligo
La Corte di Cassazione ha stabilito che, nel lavoro straordinario pubblico impiego, l'autorizzazione preventiva dell'amministrazione è un elemento costitutivo del diritto al compenso. Un dipendente di un'agenzia regionale aveva ottenuto il pagamento degli straordinari in primo e secondo grado. L'ente pubblico ha però fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la mancanza di autorizzazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, affermando che la prova dell'autorizzazione è a carico del lavoratore e che la sua assenza può essere contestata dalla P.A. anche per la prima volta in appello, in quanto non si tratta di un'eccezione nuova ma di una difesa nel merito. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Mansioni superiori PA: diritto alla retribuzione
Un collaboratore di un ente locale, pur assunto in una categoria inferiore, ha svolto per anni compiti di livello superiore. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha confermato il suo diritto a ricevere le differenze retributive. Il principio chiave è che lo svolgimento di fatto di mansioni superiori PA fonda il diritto alla retribuzione corrispondente, a prescindere dalla nullità dell'assegnazione, dalla mancanza di un nuovo contratto scritto per le proroghe e persino dall'assenza del titolo di studio richiesto, purché la prestazione sia stata effettivamente resa.
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Autorizzazione lavoro straordinario: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15984/2025, ha stabilito che l'autorizzazione preventiva per il lavoro straordinario nel pubblico impiego è un elemento costitutivo del diritto al compenso. Di conseguenza, il lavoratore deve provarne l'esistenza. La contestazione della sua assenza da parte della Pubblica Amministrazione in appello non è un'eccezione nuova inammissibile, ma una mera difesa. La Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva ritenuto tardiva tale contestazione.
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Giudicato: no a nuove richieste di stipendio
La Cassazione ha annullato la condanna di una società IT al pagamento di retribuzioni a seguito di una cessione di ramo d'azienda illegittima. La Corte ha stabilito che la richiesta dei lavoratori era preclusa dal principio del giudicato, essendo già stata respinta in un precedente procedimento con le stesse parti e lo stesso oggetto.
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Incarichi a tempo determinato: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che la reiterazione di incarichi a tempo determinato dirigenziali o di alta specializzazione negli enti locali, se basata sull'art. 110 del TUEL, non costituisce automaticamente un abuso. Un lavoratore aveva contestato 12 anni di contratti a termine con un Comune. Mentre la Corte d'Appello aveva ravvisato un abuso, la Cassazione ha annullato tale decisione, precisando che la normativa specifica per gli enti locali, che lega la durata del contratto al mandato del Sindaco, rappresenta una giustificazione oggettiva ai sensi della normativa europea, escludendo il diritto al risarcimento del danno per abusiva reiterazione.
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Rapporto convenzionato: no a paga ACN senza contratto
La Corte di Cassazione ha stabilito che un rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione, anche se di fatto continuativo e assimilabile a un rapporto convenzionato, non dà diritto al trattamento economico previsto dal relativo Accordo Collettivo Nazionale (ACN) in assenza di un contratto formale. L'illegittimità dei contratti a termine utilizzati per coprire carenze di organico non è sufficiente a estendere automaticamente le tutele economiche del rapporto convenzionato, per il quale è necessaria una specifica procedura di stipula. Il professionista potrà tutt'al più agire per il risarcimento del danno o per ingiustificato arricchimento.
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