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Art. 2126 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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491 provvedimenti

Altri anni per Art. 2126 Codice Civile

Danno comunitario: sì anche senza contratto scritto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4943/2024, ha stabilito un principio fondamentale a tutela dei lavoratori precari del settore pubblico. La Corte ha chiarito che il diritto al risarcimento del cosiddetto "danno comunitario" per l'abusiva reiterazione di contratti a termine sussiste anche quando i rapporti di lavoro sono stati instaurati senza un contratto scritto. La mancanza della forma scritta, che di per sé costituisce un'illegittimità, non può annullare la tutela prevista dalla normativa europea contro l'abuso dei contratti a termine, ma anzi ne rafforza la necessità.
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Lavoro pubblico precario: tutela anche senza contratto
Una lavoratrice del settore forestale, impiegata da una Pubblica Amministrazione con una serie di contratti a termine non scritti, ha visto riconosciuto il suo diritto al risarcimento per l'abuso di tali contratti. La Corte di Cassazione ha stabilito che la nullità dei contratti per mancanza di forma scritta non esclude la tutela contro la reiterazione abusiva, rafforzando così la protezione del lavoro pubblico precario in linea con le direttive europee. È stato invece negato il diritto a un'indennità per la mera disponibilità a lavorare.
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Danno comunitario: tutela anche senza contratto scritto
Una lavoratrice precaria, impiegata per anni da una pubblica amministrazione regionale tramite rapporti a termine non formalizzati per iscritto, ha richiesto il risarcimento per l'abusiva reiterazione dei contratti. La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha stabilito un principio cruciale: la tutela risarcitoria per il cosiddetto "danno comunitario" spetta al lavoratore anche in assenza di un contratto scritto. La nullità del contratto per vizio di forma, imputabile all'amministrazione, non può vanificare la protezione prevista dalla normativa europea contro l'abuso del lavoro precario. La Corte ha quindi cassato la decisione d'appello che negava il risarcimento, affermando che la mancanza di forma scritta costituisce un'illegittimità aggiuntiva che non esclude, ma anzi rafforza, la necessità di tutela.
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Danno comunitario: sì al risarcimento senza contratto
La Corte di Cassazione ha stabilito che un lavoratore del settore pubblico ha diritto al risarcimento del cosiddetto "danno comunitario" per l'abusiva reiterazione di contratti a termine, anche qualora tali contratti siano nulli per mancanza di forma scritta. Secondo la Corte, il vizio di forma, imputabile alla Pubblica Amministrazione, non può tradursi in una minore tutela per il lavoratore, poiché la protezione contro il precariato imposta dal diritto dell'Unione Europea prevale sul vizio formale del singolo contratto.
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Retribuzione mansioni superiori: la prova è decisiva
Un dipendente pubblico si è visto negare la restituzione di differenze retributive. La Cassazione ha stabilito che per la retribuzione mansioni superiori è necessaria la prova dello svolgimento effettivo dei compiti, non essendo sufficiente la data di decorrenza, meramente virtuale, indicata in un bando di selezione poi annullato. L'onere della prova grava interamente sul lavoratore.
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Posizione organizzativa de facto: sì alla retribuzione
La Corte di Cassazione ha stabilito che un dipendente pubblico che svolge di fatto le mansioni di una posizione organizzativa ha diritto a ricevere l'intera retribuzione corrispondente, incluse le indennità accessorie. Questo diritto sussiste anche se il provvedimento formale di nomina è illegittimo o inefficace. La Corte ha sottolineato che ciò che conta è l'effettivo svolgimento del lavoro e delle responsabilità, non la validità formale dell'atto di conferimento dell'incarico.
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Danno comunitario: tutela anche senza contratto scritto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4075/2024, ha stabilito un principio cruciale per i lavoratori precari del settore pubblico. Ha chiarito che la tutela contro l'abusiva reiterazione di contratti a termine, nota come risarcimento del danno comunitario, spetta al lavoratore anche qualora i contratti siano stati stipulati senza la forma scritta richiesta per legge, e quindi formalmente nulli. La Corte ha ritenuto che la nullità formale, imputabile alla pubblica amministrazione, non può vanificare la protezione sostanziale voluta dal diritto europeo contro l'abuso del lavoro precario.
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Progressione economica: non dà diritto a retribuzione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3854/2024, ha chiarito che la progressione economica all'interno della stessa area professionale nel pubblico impiego non comporta automaticamente lo svolgimento di mansioni superiori. Di conseguenza, un dipendente la cui promozione è stata annullata in autotutela non ha diritto alle differenze retributive per il periodo intermedio, poiché il contratto collettivo considera equivalenti tutte le mansioni all'interno dell'area. La Corte ha cassato la decisione di merito che aveva erroneamente presunto lo svolgimento di compiti di maggior rilievo basandosi su un inquadramento poi rimosso.
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Natura retributiva obbligo: cessione d’azienda nulla
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3505/2024, ha ribadito un principio cruciale in materia di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima. Il caso riguarda una lavoratrice che, dopo la declaratoria di nullità del trasferimento, ha offerto la propria prestazione lavorativa all'originario datore di lavoro (cedente), il quale l'ha rifiutata. La Corte ha confermato che le somme dovute dal datore di lavoro cedente hanno natura retributiva e non risarcitoria. Di conseguenza, lo stipendio percepito dalla lavoratrice presso il datore di lavoro cessionario non può essere detratto, consolidando un orientamento a tutela del lavoratore.
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Lavori socialmente utili: quando è lavoro subordinato?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3504/2024, ha stabilito che i lavori socialmente utili possono configurare un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato. Se il lavoratore è pienamente inserito nell'organizzazione del datore di lavoro, soggetto al suo potere direttivo (eterodirezione) e svolge mansioni rientranti nei fini istituzionali dell'ente, la sostanza del rapporto prevale sulla forma contrattuale, garantendo al lavoratore le relative tutele retributive.
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Cancellazione albo professionale: effetti sul contratto
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della risoluzione di una convenzione tra un medico e il SSN a seguito della sua cancellazione dall'albo professionale. La successiva reiscrizione, anche se con effetto retroattivo, non può sanare il venir meno del requisito essenziale per il rapporto, rendendo irrilevante la retroattività nei confronti del terzo contraente (il Ministero). La cancellazione dall'albo professionale è un fatto storico che giustifica la cessazione del rapporto.
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Contratto a termine nullo: risarcimento per abuso
La Corte di Cassazione ha stabilito che un lavoratore del settore pubblico ha diritto al risarcimento del danno per abusiva reiterazione di contratti a termine, anche se tali contratti sono nulli per mancanza di forma scritta. La Corte ha chiarito che la nullità, imputabile principalmente al datore di lavoro pubblico, non può vanificare la tutela eurounitaria contro il precariato. La nullità formale si aggiunge alla violazione sostanziale, rafforzando il diritto del lavoratore alla tutela risarcitoria agevolata (c.d. danno comunitario), senza necessità di provare il danno specifico. È stato invece respinto il motivo relativo a un compenso per la mera disponibilità alla chiamata.
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Lavoro a termine PA: tutela anche senza contratto scritto
La Corte di Cassazione ha stabilito che un lavoratore del settore pubblico ha diritto al risarcimento per l'abuso di contratti a termine (il cosiddetto 'danno comunitario') anche se i contratti sono nulli per mancanza di forma scritta. La sentenza chiarisce che la tutela del lavoratore precario, derivante dal diritto europeo, non può essere annullata da un vizio formale imputabile alla stessa Pubblica Amministrazione. Il caso riguarda un lavoratore forestale siciliano il cui rapporto di lavoro a termine PA era stato reiterato abusivamente senza contratti scritti.
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Tutela lavoratore precario: Danno anche senza contratto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2992/2024, ha stabilito un principio fondamentale per la tutela del lavoratore precario nel settore pubblico. Un lavoratore, impiegato per anni da un'amministrazione regionale con una serie di contratti a termine, si è visto negare il risarcimento per l'abusiva reiterazione dei rapporti perché i contratti erano nulli per mancanza di forma scritta. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che la nullità del contratto, imputabile al datore di lavoro pubblico, non esclude, ma anzi rafforza, il diritto del lavoratore alla tutela risarcitoria prevista dalla normativa europea contro l'abuso dei contratti a termine. La mancanza di un contratto scritto valido non può tradursi in un indebolimento della protezione del lavoratore.
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Danno comunitario contratto nullo: tutela garantita
Un lavoratore, impiegato per anni da un'amministrazione regionale con contratti a termine reiterati, ha richiesto il risarcimento del danno per l'abuso subito. La Corte d'Appello aveva negato il risarcimento, considerando i contratti nulli per mancanza di forma scritta. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la tutela contro l'abuso, nota come danno comunitario, spetta al lavoratore anche in caso di contratto nullo. La nullità formale, infatti, rappresenta un'ulteriore colpa del datore di lavoro pubblico e non può vanificare la protezione imposta dal diritto dell'Unione Europea.
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Indennità di sostituzione: spetta anche oltre 12 mesi
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un dirigente medico a percepire l'indennità di sostituzione per l'intero periodo in cui ha svolto mansioni superiori, anche oltre i limiti temporali previsti dal contratto collettivo. La Corte ha stabilito che il giudice può riconoscere tale indennità anche se il lavoratore aveva richiesto il trattamento retributivo pieno per la qualifica superiore, in applicazione del principio 'iura novit curia'. La richiesta di differenze retributive è sufficiente a interrompere la prescrizione per tutte le somme dovute, inclusa l'indennità specifica.
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Rientro del personale: quando la PA non è obbligata
Un ente pubblico aveva esternalizzato un servizio a un consorzio privato, con una clausola contrattuale che prevedeva il 'rientro del personale' presso l'ente in caso di cessazione dell'accordo. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 2484/2024, ha stabilito che tale clausola è nulla se non si verifica un effettivo trasferimento di attività o servizio (reinternalizzazione). Un semplice accordo contrattuale non può obbligare la Pubblica Amministrazione ad assumere personale, poiché l'assunzione nel settore pubblico è vincolata a rigide norme di legge.
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Lavoro nullo PA: No a preavviso e perdita di chance
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 1997/2024, ha stabilito che in caso di rapporto di lavoro nullo con la Pubblica Amministrazione, al lavoratore non spetta l'indennità di mancato preavviso. La tutela, ai sensi dell'art. 2126 c.c., è limitata alla retribuzione per il lavoro effettivamente prestato. Inoltre, è stata rigettata la domanda di risarcimento per perdita di chance, poiché non sufficientemente provata dal lavoratore.
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Lavoro nullo PA: niente preavviso e danno da chance
Un giornalista ha lavorato per anni per una Pubblica Amministrazione con un rapporto di lavoro poi dichiarato subordinato ma nullo. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 1996/2024, ha stabilito che in caso di lavoro nullo con la pubblica amministrazione, al lavoratore non spetta né l'indennità sostitutiva del preavviso né il risarcimento per perdita di chance, poiché la tutela dell'art. 2126 c.c. copre solo le prestazioni già eseguite.
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Responsabilità solidale demansionamento: il giudicato
Una lavoratrice, illegittimamente trasferita e demansionata, ottiene la conferma della responsabilità solidale dell'azienda cedente e cessionaria per il danno subito. La Corte di Cassazione, basandosi su un precedente giudicato formatosi tra le stesse parti, stabilisce che l'inadempimento all'ordine di reintegro del cedente e la prosecuzione del demansionamento da parte del cessionario fondano la loro colpa concorrente, rendendo la questione non più riesaminabile.
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