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Art. 2119 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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693 provvedimenti

Altri anni per Art. 2119 Codice Civile

Ricorso inammissibile: gli errori da non fare
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un dirigente contro il licenziamento. La decisione evidenzia come un ricorso inammissibile si verifichi quando i motivi presentati sono proceduralmente errati, ad esempio confondendo questioni di fatto con violazioni di legge o non contestando la reale motivazione della sentenza precedente. L'ordinanza sottolinea l'importanza di formulare i motivi di ricorso in modo tecnicamente corretto per evitare una condanna alle spese e il raddoppio del contributo unificato.
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Contratto di agenzia: no provvigioni senza accordo
La Corte di Cassazione ha stabilito che un promotore finanziario non ha diritto a commissioni per la gestione di prodotti non esplicitamente inclusi nel contratto di agenzia. La mera aspettativa o promessa verbale non è sufficiente a creare un obbligo per l'istituto di credito. Di conseguenza, il recesso dell'agente basato su questa presunta inadempienza è stato ritenuto privo di giusta causa, con condanna al pagamento dell'indennità di mancato preavviso.
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Licenziamento disciplinare: la negligenza del lavoratore
Un addetto alla vigilanza è stato licenziato per un ritardo di 40 minuti causato dalla disattenta lettura di un SMS di cambio turno. La Corte di Appello ha ritenuto legittimo il provvedimento, valorizzando la gravità della negligenza nel contesto di un servizio di sicurezza presso un istituto di credito e la storia disciplinare del dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso del lavoratore e ribadendo che la valutazione del licenziamento disciplinare si basa sui principi legali di proporzionalità e gravità della condotta, indipendentemente dalle specifiche previsioni del contratto collettivo (CCNL).
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Licenziamento per falsificazione report: la Cassazione
Un informatore farmaceutico è stato licenziato dopo che un'indagine ha rivelato la falsificazione dei suoi report di attività. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento per falsificazione report, ritenendo che tale condotta leda in modo insanabile il rapporto di fiducia con il datore di lavoro, rendendo la sanzione proporzionata anche in assenza di precedenti disciplinari.
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Recesso per giusta causa: l’intervista non basta
Un'importante ordinanza della Corte di Cassazione ha stabilito che un'intervista critica rilasciata da un collaboratore di alto profilo di una società sportiva non costituisce, di per sé, un valido motivo per il recesso per giusta causa. Il caso riguardava la cessazione di un rapporto di collaborazione in seguito a dichiarazioni pubbliche. La Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, che avevano ritenuto illegittimo il recesso, riconoscendo il diritto del collaboratore al risarcimento del danno patrimoniale ma non di quello non patrimoniale, data la mancanza di prova di un effettivo pregiudizio all'immagine. È stato inoltre confermato il principio dell'"aliunde perceptum", ossia la detrazione dal risarcimento di quanto guadagnato dal collaboratore con un nuovo impiego.
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Controlli difensivi: quando sono legittimi? La Cassazione
Un'azienda di servizi ha licenziato un dipendente per falsa attestazione delle ore di lavoro e uso improprio del veicolo aziendale, condotte accertate tramite un'agenzia investigativa. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, stabilendo che i cosiddetti controlli difensivi sono ammessi quando esiste un fondato sospetto di comportamenti illeciti che ledono il patrimonio aziendale. Tali controlli sono leciti anche se svolti al di fuori dei locali dell'azienda e non costituiscono una violazione dello Statuto dei Lavoratori.
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Licenziamento giusta causa: quando è tempestivo?
Un lavoratore è stato licenziato per giusta causa a seguito di una falsa attestazione della presenza in servizio. Il dipendente ha impugnato il licenziamento, sostenendo la tardività della contestazione disciplinare. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, chiarendo che il termine per la contestazione decorre dal momento in cui il datore di lavoro acquisisce una conoscenza piena e certa dei fatti. Nel caso specifico, tale momento è stato identificato con la ricezione della comunicazione di conclusione delle indagini preliminari. La Corte ha inoltre ribadito che l'elenco delle infrazioni punibili con il licenziamento previsto dai contratti collettivi ha carattere esemplificativo e non tassativo.
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Permesso sindacale illegittimo: licenziamento valido
Un dirigente sindacale viene licenziato per aver utilizzato due giorni di permesso retribuito per motivi personali anziché per attività sindacale. La Corte di Cassazione conferma la legittimità del licenziamento, stabilendo che un permesso sindacale illegittimo, usato per scopi fraudolenti, costituisce una violazione talmente grave da rompere in modo irreparabile il vincolo di fiducia con il datore di lavoro, giustificando la massima sanzione disciplinare.
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Licenziamento giusta causa: firma falsa e doveri
Un bancario è stato licenziato per giusta causa dopo aver eseguito operazioni finanziarie basate su documenti con una firma del cliente risultata falsa. La Cassazione ha confermato il licenziamento, ritenendo decisiva la violazione del dovere di verifica sull'autenticità della firma, che ha irrimediabilmente compromesso il rapporto di fiducia, a prescindere da chi avesse materialmente apposto la firma falsa.
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Licenziamento timbratura fraudolenta: la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma la legittimità del licenziamento per timbratura fraudolenta di una dipendente. Anche un singolo episodio, consistente nel farsi timbrare il badge da un collega prima dell'effettivo arrivo in azienda, è stato ritenuto sufficiente a ledere in modo irrimediabile il vincolo di fiducia, giustificando la massima sanzione espulsiva. La Corte ha chiarito che l'errata indicazione della norma contrattuale nella lettera di licenziamento non invalida il provvedimento se i fatti contestati sono chiari e non è stato leso il diritto di difesa della lavoratrice.
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Licenziamento per omesso versamento imposte: il caso
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento per omesso versamento imposte di una dipendente di un'ambasciata. La lavoratrice, cittadina straniera, riteneva erroneamente di essere esente dal pagamento delle tasse in Italia. I giudici hanno stabilito che tale inadempimento, contrario alle previsioni del contratto di lavoro, costituisce una violazione del vincolo fiduciario e giustifica il recesso per giusta causa, respingendo l'applicazione di esenzioni fiscali riservate al personale diplomatico.
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Licenziamento disciplinare: telecamere della polizia
Un'impiegata pubblica è stata licenziata per aver attestato falsamente la propria presenza in servizio. La prova derivava da videoriprese effettuate dalla polizia giudiziaria nell'ambito di un'indagine penale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare, chiarendo che la procedura da seguire non era quella "accelerata", prevista per i controlli diretti del datore di lavoro, ma quella ordinaria. La Corte ha ritenuto le prove pienamente utilizzabili e la condotta della lavoratrice, per la sua serialità, idonea a ledere irrimediabilmente il rapporto di fiducia.
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Dichiarazione non veritiera: licenziamento legittimo
La Corte di Cassazione ha stabilito che una dichiarazione non veritiera riguardo a precedenti penali, resa in fase di assunzione nel pubblico impiego, determina la nullità del contratto di lavoro e la conseguente decadenza dall'impiego. Anche se il reato è estinto e la pena sospesa, l'omissione di un requisito ostativo previsto dal bando vizia geneticamente il rapporto, rendendo legittima la risoluzione da parte della Pubblica Amministrazione.
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Demansionamento: onere della prova a carico del datore
Un lavoratore si è opposto allo stato passivo del fallimento del suo ex datore di lavoro, chiedendo il risarcimento per demansionamento. Il Tribunale aveva respinto la domanda per la mancata produzione del Contratto Collettivo. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che in caso di demansionamento, l'onere della prova grava sul datore di lavoro. Al lavoratore è sufficiente allegare i fatti specifici che costituiscono la dequalificazione professionale, senza dover produrre il CCNL.
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Controlli difensivi: la Cassazione sul licenziamento
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di una dipendente accusata di aver sottratto merce. La sentenza chiarisce la legittimità dei controlli difensivi effettuati tramite colleghi, distinguendoli dai controlli a distanza vietati. La Corte ha inoltre ribadito che il datore di lavoro non ha l'obbligo di fornire tutta la documentazione al lavoratore durante la fase disciplinare, ma solo nel successivo giudizio, e che l'onere della prova della giusta causa è stato correttamente assolto dall'azienda, anche grazie alle ammissioni della lavoratrice stessa.
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Qualificazione rapporto di lavoro: onere della prova
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha respinto il ricorso di una ex dirigente, confermando la decisione di merito sulla qualificazione del rapporto di lavoro. La Corte ha ribadito che la prova della subordinazione, e in particolare dell'eterodirezione, spetta al lavoratore che la rivendica. Nel caso di specie, non essendo stata provata la soggezione al potere direttivo del datore di lavoro per il periodo precedente all'assunzione formale, il rapporto è stato considerato autonomo. La sentenza ha inoltre confermato la condanna della lavoratrice alla restituzione di somme indebitamente percepite.
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Stabilizzazione lavoratore: non è un diritto assoluto
Un lavoratore ha richiesto la stabilizzazione del proprio rapporto di lavoro a tempo determinato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che la normativa sulla stabilizzazione lavoratore non conferisce un diritto incondizionato all'assunzione. È necessaria l'inclusione in una graduatoria e, soprattutto, la dimostrazione di trovarsi in una posizione utile per essere assunti nel periodo di riferimento, onere che il ricorrente non ha soddisfatto.
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Sanzione conservativa: quando il CCNL salva il posto
La Cassazione conferma l'illegittimità di un licenziamento disciplinare, ritenendo la condotta del lavoratore punibile con una sanzione conservativa prevista dal CCNL. Il dipendente, rappresentante sindacale, era entrato in azienda fuori orario, ma senza violenza o danni. La Corte ha applicato la tutela reintegratoria attenuata basandosi sulle clausole del contratto collettivo.
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Insussistenza del fatto: reintegra e licenziamento
Un supermercato ha licenziato un dipendente per aver prelevato merce scaduta. I tribunali, fino alla Cassazione, hanno dichiarato il licenziamento illegittimo per insussistenza del fatto, poiché il bene non aveva valore economico e la condotta era inoffensiva. La Corte ha confermato la reintegrazione del lavoratore, chiarendo che l'insussistenza del fatto si configura anche quando l'atto, pur accaduto, è privo della necessaria illiceità per giustificare la massima sanzione.
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Licenziamento disciplinare: controlli e proporzionalità
Un dipendente con ruolo apicale è stato licenziato per pause prolungate e sistematiche. La Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare, ritenendo validi i controlli investigativi esterni e proporzionata la sanzione data la gravità della condotta e il danno all'immagine aziendale.
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