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Art. 2119 Codice Civile — Anno 2026

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95 provvedimenti

Altri anni per Art. 2119 Codice Civile

Licenziamento disciplinare: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento disciplinare per giusta causa intimato a un dipendente che svolgeva mansioni di operatore ecologico. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché la valutazione della gravità della condotta e della proporzionalità della sanzione spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità, se supportata da una motivazione logica e coerente.
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Dimissioni per giusta causa e contributi INPS
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità delle dimissioni per giusta causa presentate da un lavoratore a causa del mancato versamento dei contributi previdenziali per 16 mesi. Nonostante la tutela del principio di automaticità delle prestazioni, l'omissione contributiva protratta lede il nesso fiduciario tra le parti, rendendo intollerabile la prosecuzione del rapporto.
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Licenziamento disciplinare e condotta omertosa
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento disciplinare irrogato a un dirigente che, pur essendo stato assolto in sede penale, aveva mantenuto una condotta omertosa non segnalando illeciti di cui era a conoscenza. La decisione ribadisce l'autonomia del procedimento disciplinare rispetto a quello penale quando i fatti materiali contestati rimangono i medesimi.
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Licenziamento per giusta causa: quando è legittimo?
Un lavoratore, riammesso in servizio dopo la conversione giudiziale del suo contratto da tempo determinato a indeterminato, viene licenziato per giusta causa a seguito del suo rifiuto di cambiare reparto. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, ritenendo la reazione del dipendente (grave insubordinazione con toni aggressivi e contatti fisici) sproporzionata rispetto alle modifiche datoriali (cambio di turno e mansioni coerenti con l'inquadramento), considerate normali prassi aziendali. La Corte ha escluso la ritorsività del licenziamento, poiché la causa principale era la condotta del lavoratore.
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Contratto di agenzia: la prova del rapporto e i diritti
Un agente ha citato in giudizio la sua preponente per provvigioni non pagate, sostenendo l'esistenza di un contratto di agenzia nonostante l'assenza di un accordo scritto. La Corte di Cassazione ha confermato le decisioni precedenti, chiarendo che, sebbene un rapporto di agenzia stabile possa essere provato con altri mezzi (come i verbali ispettivi), la mancanza di un contratto di agenzia scritto preclude le pretese basate su clausole specifiche come l'esclusiva. Le richieste dell'agente per provvigioni e indennità sono state respinte per mancata prova dei singoli affari conclusi e per l'assenza di una giusta causa nel suo recesso dal rapporto.
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Recesso per giusta causa agente: la Cassazione decide
Un agente commerciale ha rassegnato le dimissioni invocando il recesso per giusta causa a causa di presunti inadempimenti da parte dell'istituto di credito preponente. I tribunali di merito hanno respinto la tesi dell'agente, condannandolo a pagare l'indennità di mancato preavviso. La Corte di Cassazione, con la presente ordinanza, ha rigettato il ricorso dell'agente, confermando le decisioni precedenti. La Corte ha chiarito che non può riesaminare i fatti, ma solo le violazioni di legge, e ha ribadito i limiti del ricorso in caso di 'doppia conforme', ovvero quando due sentenze di merito giungono alla stessa conclusione.
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Patto star del credere: nullo l’accordo che aggira la legge
La Corte di Cassazione ha stabilito la nullità di un accordo che, simulando una cessione di merci, trasferiva di fatto il rischio di insolvenza dei clienti sull'agente. Questa pratica è stata considerata un'elusione del divieto di patto star del credere. La Corte ha accolto il ricorso dell'agente su questo punto, cassando la sentenza d'appello e rinviando la causa per un nuovo esame. Sono stati invece respinti gli altri motivi di ricorso, relativi alla giusta causa di recesso, alla validità del patto di non concorrenza senza corrispettivo e al compenso per l'attività di incasso.
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Lavoro subordinato docente: quando non sussiste
Una docente, dopo anni di insegnamento presso un istituto universitario, ha richiesto il riconoscimento del suo rapporto come lavoro subordinato docente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. L'ordinanza chiarisce che, per le prestazioni intellettuali come l'insegnamento, la continuità del rapporto non basta. Per qualificare un rapporto come subordinato sono necessari specifici indici, come l'esercizio del potere direttivo e di controllo da parte dell'istituto, un orario di lavoro fisso e vincolante, e un vincolo di esclusività, elementi che nel caso di specie sono risultati assenti.
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Licenziamento per giusta causa: la proporzionalità
L'ordinanza esamina un caso di licenziamento per giusta causa, annullato perché ritenuto sproporzionato rispetto alla condotta del lavoratore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del datore di lavoro, sottolineando che il giudice di merito deve sempre valutare la gravità del fatto in concreto, considerando tutti gli elementi del rapporto per determinare la proporzionalità della sanzione espulsiva.
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Licenziamento per assenza: la Cassazione decide
Un dipendente pubblico è stato licenziato per un'assenza ingiustificata prolungata. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, stabilendo che la gravità dell'assenza era di per sé sufficiente a giustificare la sanzione espulsiva. La Corte ha ritenuto irrilevante l'annullamento di una precedente sanzione disciplinare, poiché la decisione non si fondava sulla recidiva ma sulla gravità intrinseca del comportamento. L'analisi si concentra sulla proporzionalità del licenziamento per assenza e sui limiti del ricorso in Cassazione.
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Trasferimento d’azienda e TFR: la Cassazione decide
Un lavoratore si dimette per essere immediatamente assunto da una nuova società che prosegue la stessa attività. L'INPS nega l'intervento del Fondo di Garanzia per il TFR. La Corte di Cassazione conferma che si tratta di un trasferimento d'azienda fraudolento, finalizzato a eludere la legge. Di conseguenza, il nuovo datore di lavoro è responsabile per il TFR maturato e l'operazione è inefficace.
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Trasferimento d’azienda: no al Fondo Garanzia INPS
Analisi di un'ordinanza della Cassazione sul caso di un presunto trasferimento d'azienda mascherato da dimissioni di massa e successive riassunzioni. La Corte ha stabilito che, in caso di operazione elusiva volta a scaricare il TFR sul Fondo di Garanzia dell'Ente Previdenziale, quest'ultimo può legittimamente negare il pagamento, confermando la responsabilità solidale della società cessionaria.
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Licenziamento disciplinare sproporzionato: il caso
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento disciplinare inflitto a una dipendente di un supermercato per aver consumato del cibo sul posto di lavoro. La decisione si basa sulla valutazione della condotta, ritenuta non così grave da giustificare la massima sanzione espulsiva. I giudici hanno considerato il contesto specifico (uso di guanti, orario di chiusura) e hanno ritenuto il licenziamento disciplinare sproporzionato, riqualificando la mancanza come violazione punibile con una sanzione conservativa, con conseguente diritto alla reintegrazione.
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Licenziamento disciplinare: quando non è giusta causa
La Cassazione ha ritenuto illegittimo il licenziamento disciplinare di un dipendente che aveva consumato cibo sul lavoro. La condotta, pur violando le norme igieniche, non era così grave da giustificare il recesso, ma solo una sanzione conservativa, con conseguente reintegro del lavoratore.
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Licenziamento disciplinare: quando è sproporzionato?
Un dipendente di un supermercato, licenziato per aver consumato salumi nell'area di lavoro, ottiene la reintegrazione. La Corte di Cassazione conferma che il licenziamento disciplinare è sproporzionato quando il contratto collettivo prevede per quella condotta una sanzione conservativa, ribadendo il principio di proporzionalità della sanzione rispetto all'addebito.
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