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Art. 2113 Codice Civile

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223 provvedimenti

Vizio del consenso: annullata la conciliazione
Un gruppo di lavoratrici ha firmato accordi di conciliazione con una nuova società, rinunciando ai diritti derivanti da un trasferimento d'azienda, sotto la presunta minaccia di non assunzione. La Corte d'Appello ha annullato tali accordi per vizio del consenso. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'azienda in quanto mirava a una rivalutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. La Corte ha ribadito che un accordo in sede protetta è comunque annullabile se il consenso è viziato.
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Conciliazione trasferimento azienda: quando è nulla?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9555/2024, ha rigettato il ricorso di una società, confermando la nullità di alcuni accordi di conciliazione stipulati in occasione di un trasferimento d'azienda. La Corte ha ritenuto inammissibili diversi motivi di ricorso per vizi procedurali e ha ribadito che l'interpretazione dei fatti e dei contratti spetta al giudice di merito. La decisione della Corte d'Appello, che aveva ravvisato la nullità degli accordi per assenza di assistenza sindacale, vizio del consenso e mancanza di causa, è stata quindi confermata, stabilendo la responsabilità solidale delle due società coinvolte nel trasferimento.
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Accordo sindacale: può modificare i superminimi?
La Corte di Cassazione si è pronunciata sulla validità di un accordo sindacale che introduceva nuovi elementi retributivi, condizionandone la percezione alla rinuncia da parte dei lavoratori al proprio superminimo individuale. I giudici hanno respinto il ricorso dei dipendenti, stabilendo che l'accordo è legittimo in quanto non modifica unilateralmente il contratto individuale, ma offre al lavoratore una scelta tra il mantenimento del vecchio trattamento e l'accesso ai nuovi benefici collettivi.
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Accordo sindacale: legittima la scelta sul superminimo
Un dipendente di un'azienda di trasporto pubblico ha contestato un accordo sindacale che subordinava l'accesso a nuove voci retributive alla rinuncia al proprio superminimo individuale. La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando la legittimità della scelta offerta al lavoratore, in quanto l'accordo ha operato una riorganizzazione dei trattamenti accessori collettivi senza intaccare unilateralmente il diritto individuale.
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Conciliazione giudiziale: valida anche su diritti indisponibili
Un lavoratore, dopo aver firmato una conciliazione giudiziale, ha tentato di rivendicare diritti derivanti da un presunto rapporto di lavoro fittizio. La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando la piena validità della conciliazione giudiziale anche quando ha per oggetto diritti del lavoratore considerati indisponibili, grazie alla garanzia offerta dalla presenza del giudice.
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Sanzione disciplinare: l’accordo non si riapre
Un dipendente pubblico, inizialmente licenziato per false attestazioni di presenza, accetta in sede di conciliazione giudiziale una sanzione disciplinare ridotta a sei mesi di sospensione. Successivamente assolto in sede penale, chiede la revoca della sanzione. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'accordo di conciliazione è tombale e non può essere riaperto, poiché la condotta disciplinare concordata era diversa e autonoma rispetto al reato per cui è intervenuta l'assoluzione.
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Demansionamento: la guida alla valutazione corretta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7353/2024, ha annullato una sentenza di merito che aveva confermato il demansionamento di un dipendente bancario. La Corte ha stabilito che per valutare un caso di demansionamento non basta un'analisi superficiale, ma è necessaria una comparazione concreta e dettagliata tra le vecchie e le nuove mansioni, basata sulle declaratorie contrattuali e su specifici parametri qualitativi e quantitativi, per tutelare il patrimonio professionale del lavoratore.
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Società in house: assunzione nulla senza concorso
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un lavoratore che chiedeva il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato con una società in house, a seguito di un presunto appalto di manodopera illecito. La Corte ha stabilito che la natura pubblicistica della società in house impone l'obbligo di procedure di selezione pubblica per le assunzioni. Pertanto, un rapporto di lavoro instaurato in violazione di tali norme è nullo e non può essere costituito giudizialmente, rendendo irrilevante l'analisi sulla genuinità dell'appalto.
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Quietanza liberatoria: la firma chiude i conti?
Un ex collaboratore-agente ha citato in giudizio l'azienda committente per il pagamento di compensi residui. La Corte d'Appello, riformando la decisione di primo grado, ha respinto la domanda basandosi su una quietanza liberatoria firmata dal collaboratore. In tale documento, egli dichiarava di aver ricevuto una somma 'a chiusura dei conti'. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando i 25 motivi di ricorso. Ha stabilito che l'interpretazione del contenuto e della portata di una quietanza è un accertamento di fatto riservato al giudice di merito e non può essere ridiscusso in sede di legittimità, se non per vizi logici o violazione di canoni ermeneutici, non riscontrati nel caso di specie. La firma della quietanza liberatoria è stata quindi ritenuta preclusiva di ogni ulteriore pretesa.
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Rapporto di lavoro subordinato: la Cassazione decide
Un lavoratore, impiegato per anni da una grande azienda di radiotelevisione tramite una successione di contratti a termine e di collaborazione, ha ottenuto il riconoscimento di un unico rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. L'ordinanza stabilisce che la lunga inerzia del lavoratore nel contestare la natura dei contratti non costituisce un'accettazione tacita della situazione, soprattutto quando emerge un intento elusivo da parte del datore di lavoro. La sostanza del rapporto prevale sulla forma contrattuale.
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Conciliazione sindacale: quando è valida fuori sede?
Una lavoratrice impugnava una conciliazione sindacale sostenendo la sua nullità perché sottoscritta fuori dalla sede del sindacato e senza un'effettiva assistenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, affermando che la validità dell'accordo non dipende dal luogo formale, ma dalla sostanza dell'assistenza ricevuta. Se l'assistenza sindacale è concreta e garantisce la piena consapevolezza del lavoratore, la conciliazione è valida anche se conclusa altrove, ma l'onere di provare tale effettività sposta sul datore di lavoro.
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Accordo conciliativo: la rinuncia vale sui diritti pregressi
La Corte di Cassazione ha stabilito che un lavoratore non può far valere una sentenza favorevole, ottenuta contro il precedente datore di lavoro, nei confronti della nuova società datrice di lavoro se ha firmato un accordo conciliativo. In tale accordo, il lavoratore aveva accettato un nuovo inquadramento e rinunciato a ogni pretesa pregressa, interrompendo così ogni legame con la precedente situazione lavorativa. La Corte ha ritenuto che l'accordo conciliativo fosse valido e che si fosse instaurato un rapporto di lavoro completamente nuovo, rendendo inopponibile la vecchia sentenza.
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Rinuncia abdicativa: quando è nulla per vaghezza
Un ex dipendente ha richiesto il pagamento di differenze retributive. L'azienda si è opposta sostenendo che il lavoratore avesse firmato una rinuncia a ogni pretesa. La Corte di Cassazione ha confermato l'invalidità della rinuncia abdicativa perché formulata in modo generico e vago, senza specificare i diritti a cui si rinunciava, e potenzialmente lesiva di diritti indisponibili, confermando così il diritto del lavoratore al pagamento.
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Rinuncia diritti futuri: è nulla per la Cassazione
Un lavoratore, assunto da un'azienda sanitaria pubblica con contratti di collaborazione, ha ottenuto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, sottolineando che qualsiasi clausola contrattuale di rinuncia a diritti futuri è nulla. Tale rinuncia viola infatti il principio di indisponibilità dei diritti fondamentali del lavoratore, che non possono essere oggetto di pattuizioni preventive. L'appello dell'azienda sulla qualificazione del rapporto è stato giudicato inammissibile.
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Premio di collaborazione: prevale il contratto individuale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 774/2024, ha stabilito che un accordo sindacale peggiorativo non può modificare un trattamento più favorevole, come un premio di collaborazione, previsto nel contratto individuale di lavoro. Inoltre, ha confermato che la prescrizione dei crediti di lavoro decorre dalla fine del rapporto a seguito delle riforme sulla stabilità.
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Certificazione Unica: prova per le differenze retributive
Un lavoratore ha richiesto il pagamento di differenze retributive basandosi sulla discrepanza tra le giornate indicate in busta paga e quelle, in numero maggiore, riportate nella Certificazione Unica (CU) emessa dal datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito, stabilendo che la Certificazione Unica costituisce una prova documentale valida a sostegno della pretesa del lavoratore. Di conseguenza, spetta al datore di lavoro, che ha emesso tale certificazione, l'onere di dimostrare l'eventuale erroneità dei dati in essa contenuti, non potendo limitarne la valenza al solo ambito fiscale.
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Prova rapporto di lavoro: onere a carico del lavoratore
Un lavoratore si oppone all'esclusione del suo credito da lavoro dallo stato passivo di una società fallita. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 78/2024, ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'onere della prova del rapporto di lavoro subordinato grava interamente sul lavoratore che intende far valere il proprio credito. La Corte ha chiarito che il ricorso in Cassazione non può essere utilizzato per ottenere una nuova valutazione delle prove già esaminate dal giudice di merito.
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Assunzione società in house: vale la conciliazione?
Un lavoratore, assunto da una società in house a seguito di una conciliazione giudiziale, viene licenziato. La società contesta la validità stessa del rapporto di lavoro, sostenendo che l'assunzione avrebbe dovuto seguire procedure di selezione pubblica. La Corte di Cassazione, riconoscendo la rilevanza della questione, rinvia la decisione a una pubblica udienza per definire se una conciliazione possa legittimamente sostituire un concorso pubblico per un'assunzione in società in house.
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Rinnovo contratto: illegittima la rinuncia ai diritti
La Corte di Cassazione ha dichiarato illegittima la condotta di un Comune che condizionava il rinnovo contratto di lavoro a termine alla firma di una liberatoria per passate pretese risarcitorie. Tale condizione viola i diritti indisponibili del lavoratore. La sentenza d'appello, che aveva dato ragione all'ente pubblico, è stata annullata con rinvio, riaffermando la tutela del lavoratore contro clausole abusive.
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Contributi previdenziali giornalisti: appello inammissibile
Una società editoriale ha impugnato una sentenza che la condannava al pagamento di contributi previdenziali giornalisti per somme erogate a titolo di incentivo all'esodo e transazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione dei fatti, come l'inquadramento di un lavoratore o la natura retributiva di una somma, spetta ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità, se non per vizi di legge.
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