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Art. 2112 Codice Civile

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915 provvedimenti

Cessione di ramo d’azienda: quando è legittima?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di una cessione di ramo d'azienda nel settore editoriale, respingendo il ricorso di una giornalista. La sentenza stabilisce che per valutare la validità del trasferimento, è necessario un esame complessivo degli elementi, non isolato. L'autonomia funzionale del ramo ceduto sussiste se questo mantiene la capacità di operare sul mercato con i beni trasferiti (personale, marchi, archivi), anche in caso di cambio del direttore e della linea editoriale.
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Indennità di anzianità: calcolo unico per transito
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha stabilito un principio fondamentale sul calcolo dell'indennità di anzianità per i lavoratori transitati dalla pubblica amministrazione statale a un ente pubblico. Il caso riguardava un dipendente passato da un Ministero al CREA, un ente di ricerca. L'ente sosteneva di dover calcolare il trattamento di fine servizio in due parti distinte, una per il periodo statale e una per quello successivo. La Corte ha rigettato questa tesi, affermando che il rapporto di lavoro è unico e continuo. Di conseguenza, l'indennità di anzianità deve essere calcolata in modo unitario per l'intera durata del servizio, applicando le regole dell'ente di destinazione, senza alcuna frammentazione.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo
La Corte di Cassazione, con ordinanza, ha stabilito un principio fondamentale in materia di cessione ramo d'azienda dichiarata illegittima. Se il datore di lavoro originario (cedente) non riammette in servizio il lavoratore, quest'ultimo ha diritto alla retribuzione completa, anche se nel frattempo ha lavorato e percepito uno stipendio dal nuovo datore (cessionario). La Corte ha chiarito che si creano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con il cedente, che deve lo stipendio a causa del suo rifiuto illegittimo, e uno 'de facto' con il cessionario, che paga per la prestazione effettivamente ricevuta. Pertanto, le somme percepite dal cessionario non possono essere detratte da quanto dovuto dal cedente.
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Cessione ramo d’azienda: il doppio stipendio è lecito
La Corte di Cassazione ha confermato che, in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto a percepire sia la retribuzione dal datore di lavoro originario (cedente) sia quella dall'azienda che lo ha acquisito (cessionaria). La sentenza stabilisce che si vengono a creare due rapporti di lavoro paralleli e distinti: uno 'de iure' con il cedente, ripristinato giudizialmente, e uno 'de facto' con il cessionario, per il quale il lavoratore ha effettivamente prestato servizio. Di conseguenza, la retribuzione versata dal cessionario non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si tratta di un risarcimento del danno ma del corrispettivo per due obbligazioni distinte.
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Successione nei contratti: l’accordo collettivo vale
Una società che acquista un ramo d'azienda nel settore carburanti è tenuta a rispettare gli accordi collettivi stipulati dalla precedente proprietà. La Corte di Cassazione ha confermato il principio della successione nei contratti, stabilendo che, in assenza di un nuovo accordo, quello esistente si trasferisce automaticamente al cessionario, obbligandolo a corrispondere i benefici economici previsti per i gestori.
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Cessione ramo d’azienda: i requisiti di autonomia
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di una cessione ramo d'azienda nel settore bancario. Il ramo, dedicato al recupero crediti, è stato ritenuto privo di autonomia funzionale e preesistenza, poiché dipendeva interamente dalla banca cedente per sistemi informatici e commesse, non potendo operare autonomamente sul mercato. La sentenza ribadisce che la semplice cessione di personale non integra una valida operazione.
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Cessione ramo d’azienda: il diritto del lavoratore
La Corte di Cassazione conferma il diritto di alcuni lavoratori, inizialmente esclusi, a passare alle dipendenze della società acquirente in una cessione ramo d'azienda. La sentenza stabilisce che il criterio decisivo è il nesso funzionale e inscindibile tra le mansioni svolte dal lavoratore e il ramo ceduto, a prescindere dalla loro inclusione formale nell'accordo di cessione. Viene respinto il ricorso dell'azienda, che non è riuscita a provare l'estraneità dei lavoratori al ramo trasferito.
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Scatti di anzianità in appalto: la Cassazione decide
Un lavoratore si è visto negare gli scatti di anzianità dalla nuova società subentrata in un appalto di servizi. I giudici di merito avevano respinto la domanda, ma la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. Con l'ordinanza n. 20746/2025, ha stabilito che i contratti collettivi possono imporre al nuovo datore di lavoro il riconoscimento di tutta l'anzianità maturata in precedenza, inclusa quella accertata da una sentenza, a prescindere dalla sussistenza di un trasferimento d'azienda.
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Cessione ramo d’azienda: quando è legittima?
Un lavoratore ha impugnato il trasferimento del suo rapporto di lavoro, avvenuto a seguito di una cessione di ramo d'azienda, sostenendo la mancanza di autonomia del ramo ceduto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione sull'esistenza dei requisiti di autonomia e preesistenza del ramo è un accertamento di fatto insindacabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato, come nel caso di specie, dove era stata provata la cessione di un'entità economica organizzata e funzionale.
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Cambio appalto: il superminimo non è garantito
Una lavoratrice, trasferita a una nuova società a seguito di un cambio appalto, ha chiesto il mantenimento di un superminimo percepito dal precedente datore. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che la disciplina del cambio appalto, a differenza del trasferimento d'azienda, non garantisce la conservazione delle condizioni retributive di miglior favore, ma solo quelle previste dal CCNL. Il superminimo, inoltre, era legato a un ruolo specifico venuto meno con il nuovo appaltatore.
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Cessione ramo d’azienda: l’autonomia è essenziale
La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità di una cessione ramo d'azienda nel settore del recupero crediti. La sentenza stabilisce che il trasferimento è inefficace se il ramo ceduto non possiede una preesistente e reale autonomia funzionale, ma si configura come un mero spostamento di personale dipendente dalle strutture della società cedente.
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Cessione di azienda: successione nei contratti
Una società che acquisisce un ramo d'azienda nel settore della distribuzione di carburanti è tenuta a rispettare un preesistente accordo collettivo che ne regola le condizioni economiche. La Corte di Cassazione ha confermato che il principio della successione automatica nei contratti, elemento cardine della cessione di azienda, si applica a meno che non sia previsto diversamente da norme specifiche. La decisione sottolinea che l'acquirente subentra nella posizione contrattuale del cedente, ereditando anche i collegamenti negoziali esistenti.
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Cessione ramo d’azienda: il diritto alla doppia paga
Una lavoratrice, illegittimamente trasferita attraverso una cessione ramo d'azienda, ha visto ripristinato il suo rapporto di lavoro con il datore originale. La Corte di Cassazione ha confermato che, se il datore di lavoro originale non la reintegra, deve corrisponderle l'intera retribuzione, anche se la lavoratrice ha continuato a lavorare e a percepire uno stipendio dalla nuova società. Il pagamento del cessionario non estingue il debito del cedente.
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Abuso di dipendenza economica: quando è infondato
Una società di ristorazione, operante all'interno di un parco termale tramite un contratto di affitto di ramo d'azienda, ha citato in giudizio la società concedente, lamentando un presunto abuso di dipendenza economica, un'attività di direzione e coordinamento e un'ingerenza tale da configurare un'amministrazione di fatto. Il Tribunale ha rigettato tutte le domande, stabilendo che le direttive impartite dalla società del parco rientravano in una legittima logica di coordinamento necessaria per garantire un'immagine e un servizio omogenei all'interno della struttura complessa. Non è stata fornita la prova di un reale abuso né dell'impossibilità per l'attrice di trovare alternative sul mercato.
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Trasferimento ramo d’azienda: quando scatta l’obbligo
La Corte di Cassazione conferma che in un cambio appalto, la cessione di beni materiali essenziali e di rilevante valore economico dalla vecchia alla nuova impresa configura un trasferimento ramo d'azienda. Questo obbliga la società subentrante ad assumere il lavoratore alle medesime condizioni. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, chiarendo che la continuità operativa garantita dai beni trasferiti è decisiva per l'applicazione dell'art. 2112 c.c., anche se l'attività è a tempo determinato.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione completa dal datore di lavoro originario (cedente) dal momento in cui offre la propria prestazione. La somma percepita dal datore di lavoro di fatto (cessionario) non può essere detratta, poiché si originano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con il cedente e uno 'de facto' con il cessionario. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando il principio della non detraibilità delle somme percepite altrove.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20314/2025, ha stabilito che in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione sia dal datore di lavoro originario (cedente) che da quello di fatto (cessionario). La Corte ha chiarito che si configurano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' ripristinato con il cedente e uno 'de facto' proseguito con il cessionario. Di conseguenza, la retribuzione versata da quest'ultimo non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si applica il principio della 'compensatio lucri cum damno'.
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Superminimo cambio appalto: la Cassazione chiarisce
Una lavoratrice, in seguito a un cambio appalto, richiedeva alla nuova azienda il mantenimento di un superminimo percepito con il precedente datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che la disciplina del cambio appalto prevista dal CCNL Multiservizi non garantisce la conservazione dei trattamenti economici di miglior favore, come il superminimo, a meno che non si configuri un trasferimento d'azienda ai sensi dell'art. 2112 c.c. Nel caso specifico, è stata accertata una discontinuità organizzativa tra le due imprese, escludendo tale ipotesi. Inoltre, il superminimo era legato a uno specifico incarico che non è stato mantenuto dalla nuova appaltatrice, rendendolo non esigibile.
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Cessione ramo d’azienda: i requisiti di autonomia
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, dichiarando inefficace una cessione di ramo d'azienda nel settore del recupero crediti. La sentenza stabilisce che, per essere legittima, la cessione deve riguardare un'entità che possieda una preesistente e reale autonomia funzionale, e non una struttura creata artificialmente per la cessione e dipendente dalla società cedente per operare. La mancanza di autonomia e la dipendenza operativa hanno reso la cessione invalida, con il conseguente ripristino dei rapporti di lavoro presso l'azienda cedente.
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Vizio del consenso: annullata conciliazione sindacale
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di una conciliazione sindacale a causa di un vizio del consenso. I lavoratori avevano firmato l'accordo sotto la minaccia concreta di perdere il posto di lavoro. La Corte ha stabilito che anche gli accordi siglati in sedi protette, come quelle sindacali, non sono immuni da impugnazioni per vizi della volontà, ribadendo che la tutela del lavoratore prevale sulla forma dell'accordo.
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