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Art. 192 Codice di Procedura Penale — Sezione Settima Penale

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1736 provvedimenti

Altri anni per Art. 192 Codice di Procedura Penale

Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna per l’appartamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per il concorso nella detenzione di sostanze stupefacenti. La droga era stata rinvenuta in un appartamento nella disponibilità di entrambi. I ricorrenti contestavano la valutazione delle prove e la sussistenza degli indizi a loro carico. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di giudizio per rivalutare i fatti, specialmente in presenza di una doppia decisione conforme dei giudici di merito. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Pericolosità sociale: sorveglianza speciale anche senza condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, ridotta in appello a un anno e sei mesi. Il ricorrente contestava l'abitualità nel reato e la mancanza di prove sul fatto che vivesse con proventi illeciti. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio sulla pericolosità sociale ha natura prognostica e autonoma rispetto al processo penale. Esso può fondarsi su indizi e procedimenti in corso, purché certi e analizzati criticamente. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura di prevenzione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rapina impropria: la violenza in fuga costa la condanna
Il caso riguarda un uomo, denominato Il Ricorrente, condannato per il reato di rapina impropria. Durante la fuga successiva alla sottrazione di un bene, l'uomo aveva esercitato violenza fisica nei confronti del suo inseguitore per assicurarsi il possesso della refurtiva e garantirsi l'impunità. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna basandosi sulla testimonianza diretta e sul riconoscimento dell'imputato. Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente. Di conseguenza, Il Ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Condanna per rapina: basta la testimonianza della persona offesa
Un uomo è stato condannato per rapina aggravata e lesioni personali ai danni di un altro soggetto. La difesa ha proposto ricorso sostenendo l'insufficienza delle prove riguardo alla sottrazione di un telefono cellulare, parlando di una semplice rissa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno ribadito che la testimonianza della persona offesa può da sola fondare la responsabilità penale dell'imputato. È tuttavia necessaria una verifica rigorosa della sua credibilità e della coerenza del racconto. Nel caso specifico, le dichiarazioni della vittima erano coerenti e supportate da altri testimoni. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione per un finto danno: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata estorsione a carico di due soggetti che pretendevano la consegna gratuita di foraggio da parte delle vittime. Gli imputati sostenevano di agire per compensare il danno subito a causa dell'incendio della propria auto, attribuito ingiustamente alle vittime. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi: l'incendio dell'auto era stato accertato come accidentale dai Vigili del Fuoco, escludendo qualsiasi reale diritto di credito o pretesa legittima. Inoltre, i giudici hanno ribadito che la testimonianza della persona offesa, se ritenuta credibile e coerente, può da sola fondare la condanna del colpevole.
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Attendibilità della persona offesa: la vittima vince senza dubbi
Un uomo è stato condannato per rapina aggravata ai danni di una vittima. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'attendibilità della persona offesa, le cui parole erano state poste alla base della condanna, e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'attendibilità della persona offesa può fondare da sola la condanna, purché sia verificata la credibilità del racconto e vi siano riscontri esterni, come il ritrovamento del coltello usato. Inoltre, la gravità del fatto e l'assenza di elementi positivi giustificano il rifiuto delle attenuanti, non bastando la sola incensuratezza. L'imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: incastrata dalle foto la ladra di anziani
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per plurimi episodi di furto in abitazione e furto aggravato. L'imputata si era introdotta nelle case di diverse vittime, tra cui una persona ultraottantenne, sottrandone i gioielli. La difesa contestava la validità del riconoscimento fotografico effettuato dalle vittime e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno confermato la piena validità del riconoscimento fotografico come prova e la correttezza del trattamento sanzionatorio. La gravità dei fatti, la reiterazione dei reati e la vulnerabilità delle vittime giustificano il diniego delle attenuanti.
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Valutazione degli indizi: l’impronta incastra il trafficante
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per la detenzione di un fucile mitragliatore e munizioni. Le armi erano nascoste in un pacco spedito da Torino alla Calabria. I giudici di merito hanno fondato la colpevolezza su elementi solidi: un'impronta digitale dell'imputato sulla scatola interna, frequenti contatti telefonici con il mittente e la fuga in Calabria subito dopo il sequestro. La difesa ha contestato la decisione isolando ogni singolo elemento, ma la Cassazione ha ribadito che la valutazione degli indizi deve essere globale e unitaria. Non è possibile frammentare le prove per indebolirne la portata complessiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Valutazione delle intercettazioni: tra droga e finti affitti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di hashish. L'imputato contestava la valutazione delle intercettazioni, ritenendole prive di riscontri e offrendo una versione alternativa basata su trattative immobiliari. La Suprema Corte ha confermato la condanna, evidenziando che la prova della colpevolezza non poggiava solo sui dialoghi captati, ma su riscontri oggettivi come il sequestro della droga, i pedinamenti GPS e le foto dei contatti. I giudici hanno inoltre ribadito che il diniego delle attenuanti generiche è legittimo se motivato da elementi decisivi, come i precedenti penali e la commissione del reato durante la detenzione domiciliare. L'imputato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Cessione di sostanze stupefacenti: l’alibi del lavoro non regge
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti. L'imputato sosteneva che la droga fosse per uso personale e contestava la ricostruzione di uno specifico episodio di spaccio, ritenendo insufficienti le intercettazioni. I giudici di merito hanno invece valorizzato un solido quadro indiziario: la brevità dell'incontro con l'acquirente (subito dopo trovato in possesso di droga), l'uso di un linguaggio in codice ("bibite" per indicare lo stupefacente) e il timore espresso dall'imputato di essere sorvegliato dalle forze dell'ordine. La Cassazione ha ribadito che la valutazione delle prove spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, confermando la condanna e infliggendo una sanzione pecuniaria.
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Travisamento della prova: difesa sconfitta dalla doppia condanna
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il travisamento della prova, sostenendo che i giudici di merito avessero interpretato erroneamente le sue dichiarazioni considerandole come una confessione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di doppia conforme, il travisamento della prova può essere sollevato solo rispettando rigorosi oneri di allegazione. Il ricorrente deve identificare l'atto specifico, dimostrare l'incompatibilità con la sentenza e spiegare l'impatto decisivo sulla motivazione. Non avendo l'imputato adempiuto a tali oneri, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: condannati tutti anche con ruoli diversi
Tre imputati sono stati condannati per spaccio di stupefacenti in concorso. Due di essi vendevano le dosi all'esterno di un casolare, mentre il terzo confezionava la droga e custodiva il denaro all'interno. La difesa ha contestato la responsabilità penale, sostenendo la mancanza di possesso materiale della droga, la bassa percentuale di principio attivo (0,6%) e richiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno confermato la piena partecipazione di tutti i soggetti all'attività criminosa organizzata. Inoltre, hanno chiarito che la richiesta di particolare tenuità del fatto non può essere presentata per la prima volta in Cassazione e che anche una bassa percentuale di principio attivo mantiene la capacità drogante. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione di sigilli: condannato il custode abusivo
Il Custode di un immobile sequestrato è stato condannato per il reato di violazione di sigilli aggravata. L'uomo aveva commissionato a un terzo la prosecuzione di lavori edili abusivi sul bene a lui affidato, ignorando i sigilli apposti dall'autorità. Il Custode ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la mancanza di prove dirette sulla sua presenza fisica sul cantiere e contestando la consapevolezza della violazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità penale basandosi sull'interesse economico del Custode a completare l'opera e sulle dichiarazioni del lavoratore materiale. La sentenza ribadisce che la Cassazione non può riesaminare i fatti se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente.
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Reato di incendio: condanna definitiva se il ricorso copia l’appello
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato a tre anni di reclusione per il reato di incendio (art. 423 c.p.). L'imputato era stato ripreso mentre lanciava un'esca incendiaria, ma contestava la ricostruzione dei fatti e la natura dell'oggetto lanciato, lamentando anche il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano meramente ripetitivi rispetto a quelli già esaminati e respinti in appello. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che non può effettuare una nuova valutazione delle prove, compito esclusivo dei giudici di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ordine di allontanamento: senza prove la povertà non scusa
Un cittadino straniero è stato condannato dal Giudice di Pace a una multa di 10.000 euro per non aver rispettato l'ordine di allontanamento del Questore. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di non aver potuto lasciare il territorio italiano a causa della mancanza di denaro e di documenti di identità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorrente non ha fornito alcuna prova concreta a sostegno della sua impossibilità di viaggiare, né ha dimostrato di aver sollevato questa difesa nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 3.000 euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Soggiorno illegale dello straniero: condanna senza documenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato dal Giudice di Pace per il reato di soggiorno illegale dello straniero. Il ricorrente contestava la valutazione delle prove, ma la Suprema Corte ha ribadito che, per la configurabilità del reato, è sufficiente dimostrare l'assenza di un valido titolo di soggiorno o l'incapacità dell'interessato di esibirlo. Poiché l'imputato era privo di qualsiasi documento idoneo e non aveva tentato di regolarizzare la propria posizione, la condanna è stata confermata. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Tentata estorsione: la pistola giocattolo costa una condanna vera
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di tentata estorsione. L'imputato aveva minacciato la vittima utilizzando una pistola giocattolo priva del tappo rosso per ottenere un ingiusto profitto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la decisione della Corte d'appello. I giudici hanno stabilito che l'uso di un'arma giocattolo senza il tappo rosso possiede una reale forza intimidatoria, idonea a spaventare la vittima e a configurare il reato. La testimonianza della persona offesa è stata considerata pienamente attendibile e coerente. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
Due soggetti sono stati condannati per spaccio continuato di hashish e marijuana. I difensori hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche e chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione dei dialoghi intercettati spetta al giudice di merito se logica. Inoltre, la qualificazione di spaccio di lieve entità è stata esclusa a causa della fitta rete di clienti, della disponibilità di diverse droghe e della professionalità della condotta. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Rifiuto dell’alcoltest: ricorso respinto e multa salata
Il Conducente è stato condannato per il reato di rifiuto dell'alcoltest. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata notifica dell'avviso di udienza e il rifiuto del giudice d'appello di riaprire l'istruttoria dibattimentale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che la notifica era avvenuta regolarmente a mani proprie. Inoltre, hanno chiarito che la rinnovazione del dibattimento in appello è un provvedimento eccezionale e discrezionale, non necessario quando le prove esistenti sono già sufficienti per decidere. Il Conducente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: condanna confermata ma pena ridotta
L'Imputato è stato condannato per il reato di spaccio di lieve entità di sostanze stupefacenti. La Corte d'appello aveva ridotto la pena a un anno e otto mesi di reclusione. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la droga fosse destinata all'uso personale e contestando un errore nel calcolo della riduzione di pena per il rito abbreviato. La Suprema Corte ha ritenuto inammissibile il primo motivo, confermando che elementi come il confezionamento, la bilancia e il denaro contante dimostrano l'attività illecita. Ha invece accolto il secondo motivo relativo all'errore di calcolo della pena. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente alla misura della pena, rideterminandola in un anno e quattro mesi di reclusione.
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