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Art. 192 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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910 provvedimenti

Altri anni per Art. 192 Codice di Procedura Penale

Estorsione del datore di lavoro: lecito prima, reato dopo
Due datori di lavoro sono stati condannati per il reato di estorsione del datore di lavoro per aver costretto, sotto minaccia di licenziamento, diversi dipendenti a restituire in contanti parte dello stipendio indicato in busta paga. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dei datori di lavoro, distinguendo tra le minacce avvenute durante il rapporto di lavoro e gli accordi presi prima dell'assunzione. La Corte ha stabilito che la restituzione dello stipendio concordata prima dell'assunzione non costituisce reato, mentre la pretesa avanzata a rapporto già avviato integra il delitto di estorsione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per uno dei lavoratori (accordo preventivo) riducendo la pena, confermando invece la responsabilità per gli altri dipendenti minacciati successivamente.
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Invasione di terreni e minacce col cane: condannato il vicino
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per i reati di minaccia e invasione di terreni. L'imputato aveva occupato abusivamente il fondo confinante di proprietà della vittima e l'aveva minacciata dicendo di avere un cane lupo sciolto. La difesa contestava l'attendibilità della persona offesa e la quantificazione del danno di duemila euro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che le sole dichiarazioni della vittima, se ritenute credibili e coerenti, possono fondare una condanna anche senza riscontri esterni. Inoltre, la quantificazione del danno in via equitativa spetta al giudice di merito ed è insindacabile. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Traffico di stupefacenti: il fornitore finisce in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L indagato, ritenuto il fornitore stabile del gruppo criminale, sosteneva di essere un semplice venditore esterno e non un membro attivo del sodalizio, evidenziando la mancanza di un rapporto di fornitura esclusiva. I giudici hanno invece stabilito che, per configurare la partecipazione all associazione, non serve l esclusivita del rapporto. E sufficiente che vi sia una disponibilita costante a rifornire il gruppo, unita alla consapevolezza di favorire l attivita criminale comune. Di conseguenza, il ricorso del fornitore e stato rigettato, confermando la misura cautelare.
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Sospensione condizionale della pena: scontro tra prove ed errori
La Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi di due familiari accusati di concorso in spaccio di stupefacenti. Per il primo imputato, i giudici d'appello hanno confuso il suo ruolo con quello del fratello nelle intercettazioni telefoniche, inficiando la logica della condanna. Per la madre, la Corte d'appello ha negato la sospensione condizionale della pena basandosi su un vecchio e non specifico precedente penale per violazione di sigilli, senza fornire un'adeguata motivazione. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza con rinvio alla Corte d'appello di Bari: per il primo imputato per un nuovo giudizio di responsabilità, e per la madre esclusivamente per rivalutare la concessione della sospensione condizionale della pena, rimanendo invece definitiva la sua responsabilità penale.
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Rapina di sostanze stupefacenti: condannati i rapinatori di droga
Due malviventi hanno aggredito e ammanettato la vittima per sottrargli un orologio di valore e circa un chilo e mezzo di marijuana. La vittima ha inizialmente denunciato solo il furto di denaro per nascondere il possesso della droga. La Corte d'Appello ha condannato i due per rapina pluriaggravata. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la rapina di sostanze stupefacenti fosse un reato impossibile, poiché la droga è un bene illecito. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, stabilendo che il reato di rapina tutela il possesso di fatto di un bene, a prescindere dalla liceità del suo possesso. Di conseguenza, i due rapinatori sono stati condannati in via definitiva e dovranno pagare le spese processuali.
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Condanna senza motivazione rafforzata: la Cassazione annulla
La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna emessa in appello nei confronti dell'Imputato, precedentemente assolto in primo grado per i reati di rapina e tentata rapina. Il Tribunale aveva assolto l'Imputato a causa dell'esito negativo della ricognizione personale e della mancanza di riconoscimenti fotografici. La Corte d'appello aveva invece ribaltato la decisione basandosi su indizi generici. La Cassazione ha stabilito che, per ribaltare un'assoluzione, il giudice d'appello deve adottare una motivazione rafforzata. Questa deve confutare in modo puntuale e rigoroso le ragioni del primo giudice, superando ogni ragionevole dubbio. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Bancarotta fraudolenta documentale: condannato chi nasconde i conti
L'Amministratore unico di una società fallita è stato condannato per bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale. L'imputato aveva omesso di tenere le scritture contabili per due anni, occultato un conto corrente bancario e distratto somme di denaro trasferendole sul proprio conto personale. Inoltre, aveva sottratto il parco automezzi aziendale, cedendolo in parte a terzi o dipendenti senza alcuna registrazione contabile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministratore. I giudici hanno confermato che l'omessa tenuta dei registri contabili, unita alla distrazione dei beni e all'occultamento dei conti correnti, dimostra chiaramente la volontà di danneggiare i creditori. Di conseguenza, la condanna penale è stata interamente confermata, con l'obbligo per il ricorrente di pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: incensurato ma spaccia in grande
Il Tribunale di Roma ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di cocaina. L'indagato ha proposto ricorso lamentando l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, sostenendo che le accuse si basassero solo su intercettazioni e che i fatti fossero di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la misura della custodia cautelare in carcere è pienamente giustificata da un quadro indiziario solido, composto da pedinamenti, sequestri e intercettazioni. Inoltre, la complessa organizzazione del gruppo, capace di generare un volume d'affari di 150.000 euro al mese, esclude l'ipotesi del fatto lieve.
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Spaccio e bugie: i gravi indizi di colpevolezza portano in cella
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per un uomo accusato di spaccio di sostanze stupefacenti. L'indagato era stato sorpreso in un appartamento adibito a centrale dello spaccio con oltre cinquanta grammi di cocaina e una somma di denaro ingiustificata. La difesa sosteneva la tesi della semplice presenza passiva, ma i giudici hanno ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza. La Suprema Corte ha chiarito che, per l'applicazione delle misure cautelari, non serve la certezza assoluta della colpevolezza richiesta per la condanna definitiva, ma è sufficiente un giudizio di qualificata probabilità basato su elementi logici e coerenti. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Detenzione ai fini di spaccio: condannati nonostante le scuse
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per la detenzione di oltre 65 grammi di metamfetamina (shaboo). Gli imputati sostenevano che la droga fosse destinata all'uso personale e che la loro presenza nell'appartamento fosse occasionale, giustificata da motivi banali come fare una doccia o eseguire pulizie domestiche. La Suprema Corte ha confermato la condanna per detenzione ai fini di spaccio, ritenendo corretto il ragionamento dei giudici di merito. Questi ultimi hanno valorizzato un quadro indiziario solido e convergente: il possesso delle chiavi di casa, la presenza di bilancini di precisione, materiale per il confezionamento e ingenti somme di denaro contante. I ricorsi sono stati respinti poiché miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità.
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Valutazione delle intercettazioni: tra droga e finti affitti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di hashish. L'imputato contestava la valutazione delle intercettazioni, ritenendole prive di riscontri e offrendo una versione alternativa basata su trattative immobiliari. La Suprema Corte ha confermato la condanna, evidenziando che la prova della colpevolezza non poggiava solo sui dialoghi captati, ma su riscontri oggettivi come il sequestro della droga, i pedinamenti GPS e le foto dei contatti. I giudici hanno inoltre ribadito che il diniego delle attenuanti generiche è legittimo se motivato da elementi decisivi, come i precedenti penali e la commissione del reato durante la detenzione domiciliare. L'imputato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Cessione di sostanze stupefacenti: l’alibi del lavoro non regge
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti. L'imputato sosteneva che la droga fosse per uso personale e contestava la ricostruzione di uno specifico episodio di spaccio, ritenendo insufficienti le intercettazioni. I giudici di merito hanno invece valorizzato un solido quadro indiziario: la brevità dell'incontro con l'acquirente (subito dopo trovato in possesso di droga), l'uso di un linguaggio in codice ("bibite" per indicare lo stupefacente) e il timore espresso dall'imputato di essere sorvegliato dalle forze dell'ordine. La Cassazione ha ribadito che la valutazione delle prove spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, confermando la condanna e infliggendo una sanzione pecuniaria.
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Travisamento della prova: difesa sconfitta dalla doppia condanna
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il travisamento della prova, sostenendo che i giudici di merito avessero interpretato erroneamente le sue dichiarazioni considerandole come una confessione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di doppia conforme, il travisamento della prova può essere sollevato solo rispettando rigorosi oneri di allegazione. Il ricorrente deve identificare l'atto specifico, dimostrare l'incompatibilità con la sentenza e spiegare l'impatto decisivo sulla motivazione. Non avendo l'imputato adempiuto a tali oneri, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Gravi indizi di colpevolezza: tra accusa di omicidio e libertà
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza del Tribunale del Riesame di Bari che confermava la custodia in carcere per Il Mandante, accusato di aver ordinato l'omicidio di un affiliato, simulato come suicidio. La Suprema Corte ha rilevato l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, poiché l'accusa si basava esclusivamente sulle dichiarazioni generiche di un collaboratore di giustizia, prive di riscontri oggettivi sul presunto mandato omicidiario. I giudici hanno chiarito che il ruolo di vertice in un clan mafioso o la conoscenza del delitto non bastano a dimostrare il concorso morale nell'omicidio. Il Tribunale dovrà ora riesaminare il caso.
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Gravi indizi di colpevolezza: braccialetto per il marito
Il Tribunale ha confermato le misure cautelari dell'allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico nei confronti di un uomo. L'indagato era accusato di maltrattamenti contro la moglie e violenza sessuale contro la figlia minore. L'uomo ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la credibilità delle vittime e l'assenza di riscontri esterni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che in questa fase servono solo gravi indizi di colpevolezza, non prove schiaccianti da dibattimento. Inoltre, le dichiarazioni della persona offesa possono essere usate da sole se ritenute credibili e coerenti, senza necessità di riscontri esterni rigorosi. La Cassazione non può rivalutare il merito dei fatti, ma solo verificare la logica della decisione precedente. L'uomo perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Possesso di segni distintivi: fuggire non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo sorpreso nei pressi di alcune villette con un telefono schermato per evitare la localizzazione. Poco distante, in un bidone, le forze dell'ordine hanno rinvenuto ricetrasmittenti e pettorine dell'Arma. L'imputato risponde del reato di possesso di segni distintivi, punito dall'articolo 497-ter del codice penale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che i giudici di merito hanno ricostruito i fatti in modo logico e coerente. La Cassazione non può riesaminare le prove o effettuare una nuova valutazione dei fatti, compito riservato esclusivamente ai giudici di merito. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Associazione di tipo mafioso: sì all’estorsione, no al clan
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione di tipo mafioso e tentata estorsione. La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso relativo al reato associativo, evidenziando la genericità delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia e la mancanza di prove circa una stabile e organica compenetrazione dell'indagato nel clan. La semplice partecipazione a singoli episodi estorsivi non basta a dimostrare l'affiliazione stabile senza un'adeguata motivazione. Di conseguenza, i giudici di merito dovranno rivalutare la sussistenza dei gravi indizi per il reato associativo, mentre restano confermate le accuse per i singoli episodi di tentata estorsione.
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Custodia cautelare per estorsione: no al clan ma resta il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti de L'Indagato, accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il Tribunale del Riesame aveva precedentemente annullato la misura per il reato associativo, ma l'aveva mantenuta per l'estorsione. L'Indagato ha proposto ricorso contestando l'autonomia di valutazione del giudice, l'utilizzabilità delle dichiarazioni "de relato" di un collaboratore di giustizia e l'attualità delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che le dichiarazioni del collaboratore facevano parte di un patrimonio conoscitivo comune e trovavano riscontro in una testimonianza diretta. Inoltre, ha ritenuto sussistente il pericolo di reiterazione criminosa basato sui gravi precedenti penali del ricorrente. Di conseguenza, la custodia cautelare per estorsione resta legittima e L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Associazione a delinquere: finti spazzini e veri furti
Quattro malviventi avevano organizzato una serie sistematica di furti ai danni di anziani, fingendosi addetti comunali della raccolta differenziata. Mentre una complice distraeva le vittime, gli altri svaligiavano le case. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di furto e per il reato di associazione a delinquere. I giudici hanno ritenuto pienamente provata l'esistenza di una banda organizzata grazie all'uso incrociato di tabulati telefonici, celle di aggancio e riconoscimenti vocali. La Suprema Corte ha chiarito che i tabulati telefonici, se supportati da altri indizi concordanti come il possesso di SIM fittizie e attrezzi da scasso, costituiscono una prova solida per dimostrare la stabilità del gruppo criminale. Tutti i ricorsi sono stati rigettati.
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Co-detenzione di stupefacenti: salvo l’ospite in sedia a rotelle
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due uomini condannati per la co-detenzione di stupefacenti all'interno di un'abitazione adibita a laboratorio di spaccio. Il primo imputato è stato ritenuto colpevole a causa di prove schiaccianti, tra cui denaro contante ingiustificato, la contabilità dell'attività illecita e l'uso del suo telefono e della sua auto per lo spaccio. Il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile. Al contrario, la Corte ha accolto il ricorso del secondo imputato, un uomo con grave disabilità motoria. I giudici hanno stabilito che la sua semplice presenza sul luogo non dimostra la consapevolezza del nascondiglio della droga. La condanna di quest'ultimo è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo processo.
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