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Art. 18 St. lav.

23 provvedimenti

Trasferimento d’azienda e licenziamento: Cassazione inammissibile
Una Società ha impugnato la decisione che aveva annullato i licenziamenti di alcuni Lavoratori, ritenendo che l'accordo originario fosse una locazione e non un trasferimento d'azienda. I giudici precedenti avevano invece qualificato l'operazione come trasferimento d'azienda, con conseguente subentro della Società nei rapporti di lavoro e illegittimità dei licenziamenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Società. Ha confermato che la questione del trasferimento d'azienda e licenziamento non poteva essere riesaminata in Cassazione, in quanto richiedeva una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. La Società è stata condannata a pagare le spese legali.
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Illegittima cessione di ramo d’azienda e incentivo
Un dipendente viene trasferito a una nuova società tramite un trasferimento d'azienda, successivamente dichiarato nullo dai giudici. Nelle more del giudizio, la nuova impresa avvia una procedura di licenziamento collettivo e riconosce al lavoratore un incentivo all'esodo a fronte della rinuncia all'impugnazione. Ottenuto il ripristino del rapporto con l'originario datore di lavoro, il dipendente agisce per ottenere il risarcimento del danno per le retribuzioni perse. La Corte d'Appello riduce l'indennizzo detraendo l'incentivo all'esodo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del dipendente, stabilendo che, in caso di illegittima cessione di ramo d'azienda, l'incentivo all'esodo pagato dal cessionario per risolvere il rapporto di fatto non si può sottrarre dal risarcimento dovuto dalla cedente, poiché non deriva dallo stesso fatto illecito generatore del danno.
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Pensionamento volontario: niente stipendio dopo il ritiro
Il Lavoratore ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro L'Azienda per il pagamento dello stipendio di gennaio 2015, basandosi sulla sentenza che dichiarava illegittima la cessione del suo ramo d'azienda. Tuttavia, L'Azienda ha fatto opposizione poiché il dipendente aveva richiesto e ottenuto il pensionamento volontario già nel 2013. La Corte d'Appello ha revocato il decreto, ritenendo che la pensione avesse estinto il rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del dipendente. I giudici hanno stabilito che il pensionamento volontario costituisce un comportamento concludente che esprime la chiara volontà di cessare l'attività lavorativa, rendendo incompatibile la richiesta di retribuzioni successive. Di conseguenza, L'Azienda vince la causa e non deve pagare le somme richieste.
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Cessione ramo azienda e reintegra del lavoratore
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di una cessione ramo azienda operata da una nota società di telecomunicazioni. Il lavoratore, nonostante il trasferimento, ha ottenuto il diritto al ripristino del rapporto con la società cedente e al pagamento delle retribuzioni maturate. La Corte ha stabilito che lo status di pensionato non impedisce la reintegrazione né consente di ridurre il risarcimento, poiché la pensione non è considerata un guadagno sostitutivo derivante dalla stessa capacità lavorativa.
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Repêchage: guida al licenziamento illegittimo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo di un dipendente a causa della violazione dell'obbligo di Repêchage. L'azienda non è stata in grado di dimostrare l'impossibilità di ricollocare il lavoratore in mansioni differenti, sebbene fossero presenti posizioni operaie vacanti, anche a tempo determinato, al momento del recesso. La decisione ribadisce che la tutela reintegratoria si applica quando il datore di lavoro non assolve l'onere probatorio relativo alla ricerca di soluzioni alternative al licenziamento.
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Termine impugnazione decreto: la comunicazione è decisiva
Una società acquista un credito IVA in un'asta fallimentare ma si rifiuta di pagare, sostenendone l'inesistenza. La Corte di Cassazione, pur ritenendo tempestivo il ricorso, lo dichiara inammissibile nel merito. La sentenza stabilisce un principio fondamentale sul termine impugnazione: per i decreti decisori in ambito fallimentare, esso decorre solo dalla comunicazione formale della cancelleria e non dalla semplice lettura in udienza. Nel merito, si chiarisce che le contestazioni sull'esistenza del credito vanno sollevate nel procedimento di verifica del passivo, non con un reclamo avverso l'ordine di pagamento.
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Trasferimento illegittimo: il giudicato esterno decide
Una lavoratrice contesta il trasferimento da una sede all'altra, giustificato dall'azienda con ragioni organizzative. La Corte di Cassazione ha dichiarato il trasferimento illegittimo applicando il principio del "giudicato esterno": una precedente sentenza definitiva tra le stesse parti, riguardante il licenziamento della dipendente, aveva già accertato l'illegittimità dello stesso trasferimento. Questa decisione è diventata vincolante, portando all'annullamento della sentenza d'appello e al rinvio del caso per una nuova valutazione basata su questo punto fermo.
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Retribuzione adeguata: CCNL e art. 36 Cost.
Un socio lavoratore di una cooperativa logistica, operante in appalto presso un'azienda agroalimentare, ha richiesto l'applicazione del CCNL alimentare in luogo di quello logistico. La Corte di Cassazione ha stabilito che, sebbene il datore di lavoro possa applicare il CCNL del proprio settore, il giudice deve verificare la congruità della paga ai sensi dell'art. 36 Cost. usando come parametro il CCNL del settore in cui l'attività è effettivamente svolta (in questo caso, l'agroalimentare). La Corte ha inoltre confermato che la prescrizione dei crediti retributivi decorre dalla fine del rapporto di lavoro, a causa dell'indebolimento del regime di stabilità.
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Contestazione disciplinare: limiti e reintegra
La Corte di Cassazione conferma l'annullamento di un licenziamento per assenza ingiustificata. Poiché la contestazione disciplinare iniziale non menzionava l'insubordinazione e il codice aziendale prevedeva una sanzione conservativa per il fatto provato (assenza di due ore), il licenziamento è stato ritenuto illegittimo, con conseguente ordine di reintegrazione della lavoratrice.
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Licenziamento lavoratrice madre: quando è nullo?
Una società licenzia una dipendente entro il primo anno di vita del figlio, adducendo come motivazione la chiusura del reparto in cui operava. La Corte d'Appello conferma la nullità del licenziamento lavoratrice madre, chiarendo che le eccezioni al divieto di recesso sono tassative e non includono la chiusura di una singola unità produttiva, ma solo la cessazione dell'intera attività aziendale o la scadenza di un contratto a termine, ipotesi non verificatesi nel caso di specie.
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Licenziamento motivo oggettivo: inammissibile ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un lavoratore contro il licenziamento per motivo oggettivo disposto da una società in liquidazione. La Corte ha stabilito che i motivi del ricorso non erano conformi ai requisiti procedurali, in quanto miravano a una nuova valutazione dei fatti anziché a denunciare specifici errori di diritto, confermando la legittimità della decisione della Corte d'Appello.
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Compenso avvocato: quando spetta il massimo della tariffa?
Un avvocato ha richiesto il pagamento dei suoi onorari per una causa di licenziamento illegittimo. Il cliente ha contestato l'importo. La Corte d'Appello ha liquidato una somma basata sui parametri medi, non sui massimi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, chiarendo che per la liquidazione del compenso avvocato, l'assenza di un preventivo non comporta una riduzione automatica dell'onorario e che l'applicazione dei massimi è riservata solo a casi di eccezionale complessità. I ricorsi di entrambe le parti sono stati respinti.
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Licenziamento per giusta causa: la Cassazione decide
Due dipendenti, un impiegato commerciale e un magazziniere, sono stati licenziati per giusta causa per aver caricato merce non conforme ai documenti di trasporto. Dopo aver perso in primo e secondo grado, hanno fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando il licenziamento. La sentenza ribadisce che la Cassazione non può riesaminare i fatti già valutati dai giudici di merito, specialmente in caso di "doppia conforme", ovvero quando due sentenze precedenti concordano.
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Licenziamento motivo oggettivo: onere della prova
La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità di un licenziamento per motivo oggettivo a causa della mancata prova, da parte del datore di lavoro, dell'impossibilità di ricollocare il dipendente (repechage). Il caso riguardava un magazziniere che svolgeva anche mansioni di postino, rendendo la sua posizione fungibile con quella di altri colleghi. La Corte ha stabilito che l'azienda avrebbe dovuto effettuare una comparazione tra i lavoratori prima di procedere al licenziamento, applicando i criteri di correttezza e buona fede. L'appello dell'azienda è stato dichiarato inammissibile anche sulla quantificazione del danno, poiché non aveva contestato tempestivamente la retribuzione indicata dal lavoratore.
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Licenziamento orale: tutela e calcolo del danno
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha confermato la decisione della Corte d'Appello riguardo un caso di licenziamento orale. La Suprema Corte ha ribadito che il licenziamento orale non è nullo, ma inefficace, comportando il diritto del lavoratore al risarcimento del danno pari a tutte le retribuzioni non percepite. Il caso originava dalla conversione di un contratto di apprendistato in contratto a tempo indeterminato per mancata formazione. La Corte ha inoltre precisato i criteri per il calcolo del danno e l'applicazione del contratto collettivo indicato nel contratto individuale di lavoro.
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Divisore orario e discriminazione part-time: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una società concessionaria autostradale per aver applicato un divisore orario meno favorevole a un lavoratore part-time turnista rispetto ai colleghi a tempo pieno. La sentenza ribadisce il fondamentale principio di non discriminazione part-time, secondo cui la retribuzione oraria deve essere calcolata in modo equo, indipendentemente dall'orario ridotto. La Corte ha respinto tutti i motivi di ricorso dell'azienda, inclusa l'eccezione di prescrizione, affermando che il termine decorre dalla fine del rapporto di lavoro.
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Interesse ad impugnare: quando manca alla parte vittoriosa
Una società, risultata vittoriosa in un giudizio perché le domande di una ex dipendente sono state dichiarate inammissibili, ha impugnato la decisione sperando in un rigetto nel merito per evitare future cause. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che manca l'interesse ad impugnare quando non vi è soccombenza sostanziale. Il semplice timore di un nuovo giudizio non è sufficiente a giustificare l'appello.
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Licenziamento giusta causa: email offensiva e sanzione
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di una dipendente di un'azienda di lusso, addetta alle pubbliche relazioni. La lavoratrice aveva inviato per errore a una giornalista una email contenente commenti offensivi destinata a un suo superiore. La Corte ha ritenuto che tale condotta, data la delicatezza del ruolo ricoperto, fosse idonea a ledere irrimediabilmente il rapporto di fiducia con il datore di lavoro e a danneggiare l'immagine e gli interessi aziendali, giustificando la massima sanzione espulsiva.
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APE Sociale: Accesso anche senza disoccupazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che per l'accesso all'APE Sociale non è indispensabile aver precedentemente fruito dell'indennità di disoccupazione. Un lavoratore si era visto negare il beneficio perché, pur essendo disoccupato, non aveva percepito la relativa indennità. La Suprema Corte ha accolto il suo ricorso, affermando che la condizione essenziale è lo stato di disoccupazione e non la percezione di un precedente sussidio. Questa interpretazione estende la tutela a coloro che si trovano in una condizione di maggior bisogno, eliminando una disparità di trattamento.
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Requisito dimensionale: onere della prova e difese
Un autista è stato licenziato e ha impugnato la decisione, chiedendo la reintegrazione. L'azienda si è difesa sostenendo di non raggiungere il requisito dimensionale per l'applicazione di tale tutela. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'onere di provare la mancanza del requisito dimensionale spetta al datore di lavoro. L'argomentazione del lavoratore, volta a includere nel calcolo i dipendenti somministrati, è una legittima difesa non soggetta a preclusioni processuali e deve essere valutata nel merito. La Corte ha quindi cassato la sentenza d'appello e rinviato il caso per un nuovo esame.
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