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Art. 18 l.fall.

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207 provvedimenti

Corrispondenza chiesto pronunciato e fallimento
Una società in liquidazione, dichiarata fallita, aveva impugnato la decisione sostenendo di non superare le soglie di fallibilità previste dalla legge. La Corte d'Appello, ignorando questo specifico motivo, aveva confermato il fallimento basandosi sullo stato di insolvenza generale. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione per violazione del principio di corrispondenza chiesto pronunciato, stabilendo che il giudice d'appello avrebbe dovuto esaminare il motivo specifico sollevato, relativo alle soglie dimensionali, e non sostituirlo con una valutazione autonoma sull'insolvenza.
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Soglie di fallibilità e onere della prova: la Cassazione
Una società creditrice chiedeva il fallimento di un imprenditore. Dopo una prima dichiarazione di fallimento, la Corte d'Appello la revocava, ritenendo non superate le soglie di fallibilità. La creditrice ricorreva in Cassazione, ma il ricorso è stato dichiarato inammissibile. La Suprema Corte ha precisato che questioni relative alle soglie di fallibilità non discusse in appello non possono essere introdotte per la prima volta in Cassazione, cristallizzando la decisione di merito.
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Concordato in bianco: obblighi informativi e sanzioni
La Corte di Cassazione conferma la dichiarazione di fallimento di una società la cui domanda di concordato in bianco è stata respinta. La decisione sottolinea che l'omissione di un elenco completo e veritiero dei creditori costituisce una carenza informativa radicale che rende la proposta inammissibile, evidenziando l'importanza cruciale della trasparenza fin dalle prime fasi della procedura.
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Ricorso tardivo: quando è inammissibile in Cassazione
Una società finanziaria ha presentato un'istanza di ammissione al passivo fallimentare di un'azienda sua cliente, ma la richiesta è stata respinta. La società ha quindi impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. Tuttavia, la Corte ha dichiarato l'appello inammissibile in quanto si trattava di un ricorso tardivo. È stato dimostrato che la comunicazione del precedente decreto era avvenuta regolarmente tramite Posta Elettronica Certificata (PEC), facendo così decorrere un termine per l'impugnazione che non è stato rispettato.
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Fattibilità piano concordatario: l’analisi della Corte
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una società fallita, la cui proposta di concordato era stata respinta. La decisione si fonda sulla valutazione della concreta fattibilità del piano concordatario, giudicando inadeguata la relazione del professionista attestatore e carente la prova della copertura finanziaria. La Corte sottolinea che non basta riproporre le stesse argomentazioni dei gradi precedenti e che il giudice ha il dovere di verificare la reale sostenibilità economica della proposta, al di là degli aspetti puramente formali.
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Termine ricorso cassazione concordato: 30 giorni
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 17995/2024, ha dichiarato inammissibile un ricorso presentato da un'agenzia governativa contro una società in concordato preventivo. La decisione si fonda sulla tardività del ricorso, depositato oltre il termine perentorio di trenta giorni. La Corte ha ribadito che, in materia di concordato, il termine per il ricorso per cassazione decorre dalla comunicazione del decreto della Corte d'Appello e non è soggetto a sospensione feriale, sottolineando l'esigenza di celerità che caratterizza le procedure concorsuali.
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Fallimento in estensione: soci e creditori
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17546/2024, ha stabilito che i creditori istanti per il fallimento di una società non sono parti necessarie nel successivo procedimento di fallimento in estensione a carico del socio illimitatamente responsabile. La Corte ha chiarito che l'oggetto dei due giudizi è distinto, riguardando il primo l'insolvenza della società e il secondo la responsabilità personale del socio. La decisione si fonda sull'evoluzione della normativa fallimentare, che ha superato il precedente carattere ufficioso del procedimento di estensione. Viene inoltre ribadito che l'ingerenza del socio accomandante nella gestione, anche attraverso atti isolati, ne determina la responsabilità illimitata.
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Legittimazione Pubblico Ministero: quando può agire?
Una società dichiarata fallita ha contestato in Cassazione la legittimazione del Pubblico Ministero a richiederne il fallimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo il principio consolidato secondo cui il P.M. può agire ogni volta che acquisisce la notizia di un'insolvenza (notitia decoctionis) nell'esercizio delle sue funzioni, non essendo necessaria la pendenza di un procedimento penale. La Corte ha inoltre respinto la richiesta di riesame nel merito dello stato di insolvenza, confermando i limiti del giudizio di legittimità.
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Inammissibilità ricorso fallimento: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso di una S.r.l. contro la propria dichiarazione di fallimento. Il ricorso è stato respinto perché riproponeva le stesse questioni già esaminate e decise dalla Corte d'Appello, trasformando il giudizio di legittimità in un terzo grado di merito. La Corte ha confermato che lo stato di insolvenza era preesistente alla pandemia, aggravato da falsificazione di bilanci e atti di dissipazione patrimoniale, rendendo l'inammissibilità del ricorso fallimento una conseguenza inevitabile.
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Concordato: relazione attestatore incompleta, sì ricorso
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un creditore, annullando l'omologa di un concordato preventivo a causa di una relazione dell'attestatore carente. La relazione non valutava correttamente tutti gli asset del debitore, inclusi l'avviamento aziendale e partecipazioni societarie, impedendo ai creditori una scelta informata. La Corte ha invece respinto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, ribadendo che solo chi si oppone in primo grado può impugnare l'omologa.
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Diritto di difesa fallimento: quando si sana il vizio?
Una società dichiarata fallita lamentava la violazione del diritto di difesa a causa di una notifica tardiva. La Corte di Cassazione, confermando la decisione d'appello, ha stabilito che il vizio procedurale del primo grado è stato sanato dalla piena possibilità di difendersi in sede di reclamo. L'analisi del diritto di difesa fallimento ha chiarito che, se la notifica non è inesistente, il giudice d'appello deve decidere nel merito, convertendo la nullità in motivo d'impugnazione.
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Operazioni dolose: guida alla responsabilità penale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un amministratore per il reato di bancarotta causata da operazioni dolose. Il caso riguardava il sistematico omesso versamento di debiti tributari e previdenziali, che ha portato al fallimento della società. La Corte ha ribadito che la sentenza di fallimento è insindacabile in sede penale e che, per questo reato, è sufficiente il dolo generico, ovvero la consapevolezza di compiere atti dannosi per l'impresa accettandone il rischio, senza la necessità di volere specificamente il fallimento.
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Revoca concordato: limiti del giudizio di rinvio
La Corte di Cassazione conferma la revoca del concordato preventivo di una società a causa di gravi carenze informative nella proposta ai creditori. La sentenza stabilisce che nel giudizio di rinvio, successivo a una pronuncia della Cassazione, le parti non possono introdurre nuove eccezioni o contestazioni, neanche quelle rilevabili d'ufficio come il difetto di legittimazione, in quanto si forma un giudicato implicito che chiude il perimetro della discussione.
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Correzione errore materiale: ordinanza e costi di lite
La Corte di Cassazione interviene con un'ordinanza per la correzione di un errore materiale in un suo precedente provvedimento. L'errore consisteva nell'omessa indicazione di una delle parti ricorrenti, un amministratore che agiva anche in proprio. La correzione chiarisce che anche l'amministratore, insieme alla società, è tenuto al pagamento delle spese processuali, sanando un'imprecisione che avrebbe potuto compromettere il recupero dei costi di lite da parte della controparte.
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Fallimento dopo fusione: società incorporata fallibile
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14414/2024, ha stabilito che una società, anche se estinta a seguito di una fusione per incorporazione, può essere dichiarata fallita entro un anno dalla sua cancellazione dal registro delle imprese. Il caso riguardava una società editrice che, dopo essere stata incorporata in un'altra entità, era stata dichiarata fallita. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la fusione ha un effetto estintivo e non meramente modificativo, rendendo applicabile la norma che tutela i creditori consentendo il fallimento dopo fusione dell'impresa cessata ma insolvente.
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Concordato preventivo: termine perentorio e riesame
Una società in liquidazione, dopo aver presentato domanda di concordato preventivo, non rispettava il termine per depositare dei chiarimenti richiesti dal Tribunale. La Corte d'Appello confermava la dichiarazione di fallimento, ritenendo il termine perentorio e la domanda inammissibile. La Corte di Cassazione ha cassato la decisione, stabilendo che il giudice d'appello, nonostante il ritardo nel deposito delle integrazioni, ha l'obbligo di esaminare nel merito l'ammissibilità della proposta di concordato preventivo originaria. Il ritardo è irrilevante se le integrazioni richieste non erano necessarie.
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Fallimento e concordato: ricorso improcedibile
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13503/2024, ha stabilito che il ricorso contro l'annullamento di un concordato preventivo diventa improcedibile se, nelle more del giudizio, interviene la dichiarazione di fallimento della società. Questo principio si basa sulla necessità di coordinamento tra le procedure: la controversia sulla crisi d'impresa viene interamente assorbita dal procedimento di reclamo contro la sentenza di fallimento, sede in cui dovranno essere riproposte le censure relative all'annullamento del concordato. La decisione chiarisce il rapporto di interdipendenza tra fallimento e concordato preventivo.
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Trasferimento sede estero: quando resta il fallimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13368/2024, ha stabilito che il trasferimento della sede all'estero, se avvenuto a ridosso della richiesta di fallimento e non reso conoscibile ai terzi, non sottrae la società alla giurisdizione italiana. La Corte ha chiarito che, in assenza di una pubblicità adeguata, il Centro degli Interessi Principali (COMI) dell'impresa rimane in Italia, legittimando la dichiarazione di fallimento da parte del tribunale italiano. La decisione sottolinea l'importanza della riconoscibilità del trasferimento sede estero da parte dei creditori.
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Credito del proponente: quando basta per il fallimento
Una società dichiarata fallita ricorre in Cassazione contestando la validità del credito del proponente. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo che, per avviare una procedura fallimentare, non è necessario un credito definitivamente accertato. È sufficiente una valutazione sommaria della sua esistenza, e i titoli di credito come assegni e cambiali invertono l'onere della prova a carico del debitore.
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Ingerenza socio accomandante: quando scatta il fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento in estensione di una socia accomandante per ingerenza nella gestione societaria. La Corte ha stabilito che detenere una procura generale per operare sui conti bancari della società, con facoltà di emettere assegni e spendere il nome sociale, costituisce un atto di amministrazione che viola il divieto imposto dall'art. 2320 c.c. Questa violazione comporta la perdita del beneficio della responsabilità limitata, rendendo la socia illimitatamente responsabile per i debiti sociali, indipendentemente dalle motivazioni familiari o dalla frequenza degli atti compiuti.
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