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Art. 15 L.Fall.

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151 provvedimenti

Impresa sociale: solo liquidazione, no fallimento
La Corte di Cassazione ha stabilito che una impresa sociale, in particolare un consorzio di cooperative sociali, non può essere dichiarata fallita. Anche se occasionalmente svolge attività a scopo di lucro, il suo status legale impone, in caso di insolvenza, l'applicazione esclusiva della liquidazione coatta amministrativa. La decisione della Corte d'Appello, che aveva confermato il fallimento basandosi su un singolo contratto con finalità lucrative, è stata annullata.
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Amministratore di fatto: responsabilità e bancarotta
La Corte di Cassazione conferma la condanna per bancarotta fraudolenta a un amministratore di fatto, stabilendo che la sua responsabilità gestionale copre l'intera vita della società, anche dopo la cessione delle quote. La sentenza chiarisce che l'obbligo di conservare e consegnare la documentazione contabile al curatore è un dovere di legge che non richiede una specifica richiesta, e la sua violazione integra il reato di bancarotta documentale.
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Desistenza creditore istante: revoca del fallimento
Una società era stata dichiarata fallita su istanza di un unico creditore. In seguito, la società ha dimostrato che il debito era stato saldato prima della dichiarazione di fallimento e che lo stesso creditore aveva rinunciato all'azione. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha stabilito che la desistenza del creditore istante, se motivata da un pagamento anteriore, fa venir meno la legittimazione a chiedere il fallimento e ne giustifica la revoca, anche in presenza di un decreto ingiuntivo definitivo. La Corte ha quindi cassato la precedente decisione della Corte d'Appello, che aveva erroneamente ritenuto irrilevante il pagamento.
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Abuso strumento concordatario: Cassazione e limiti
Una società in crisi, dopo aver rinunciato a una prima domanda di concordato preventivo, ne presenta una seconda per bloccare l'istanza di fallimento. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, dichiarando il fallimento e qualificando il comportamento dell'impresa come un chiaro abuso dello strumento concordatario, volto unicamente a ritardare la procedura fallimentare senza una reale prospettiva di risanamento.
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Accertamento del credito: basta un esame sommario
Una società dichiarata fallita si rivolge alla Cassazione, sostenendo che il credito del ricorrente non era stato definitivamente provato. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile, confermando che per avviare una procedura fallimentare è sufficiente un accertamento del credito di tipo sommario e incidentale da parte del giudice, senza necessità di un giudizio definitivo.
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Interesse del creditore: l’assenza in udienza non basta
Una società edile ha impugnato la propria dichiarazione di fallimento, sostenendo la carenza di interesse del creditore a procedere, manifestata dalla sua assenza in un'udienza cruciale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la mancata comparizione non equivale a una rinuncia implicita all'istanza. L'ordinanza chiarisce che l'interesse del creditore a promuovere l'azione fallimentare e la sussistenza dello stato di insolvenza sono valutati dal giudice sulla base di tutti gli elementi processuali, non solo sulla presenza delle parti in udienza. La Corte ha confermato lo stato di insolvenza della società basandosi su un'ingente debitoria, protesti e inattività prolungata.
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Notifica al socio: vale la vecchia residenza?
Un socio illimitatamente responsabile di una s.n.c., trasferitosi all'estero, impugnava la propria dichiarazione di fallimento sostenendo la nullità della notifica, avvenuta alla sua precedente residenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo la validità della notifica al socio. Ha chiarito che i dati risultanti dal registro delle imprese e la presenza di elementi fattuali (come una cassetta postale a nome del destinatario) possono prevalere sulle risultanze anagrafiche, essendo onere dell'imprenditore aggiornare i registri pubblici. Di conseguenza, il reclamo contro la sentenza di fallimento è stato ritenuto tardivo.
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Stato di insolvenza: i criteri per la valutazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società immobiliare contro la sua dichiarazione di fallimento. La Corte ha confermato che la valutazione dello stato di insolvenza è un apprezzamento di fatto del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità se ben motivato. Nel caso specifico, il mancato deposito dei bilanci per quasi un decennio e la cessazione di un'attività imprenditoriale redditizia sono stati considerati indici sufficienti a provare l'incapacità della società di far fronte alle proprie obbligazioni.
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Ricorso inammissibile: motivi generici non bastano
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una società contro la propria dichiarazione di fallimento. La decisione si fonda sulla genericità dei motivi di appello, che non hanno contestato in modo specifico gli elementi concreti di insolvenza (debiti, mancato pagamento stipendi, assenza di struttura operativa) né la ratio decidendi della sentenza impugnata. Viene sottolineato come il diritto di difesa sia stato comunque garantito nella fase di reclamo, grazie al suo pieno effetto devolutivo.
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Dichiarazione di fallimento: i motivi del ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società il cui concordato preventivo era stato precedentemente annullato. La Corte ha rigettato il ricorso della società, chiarendo che lo stato di insolvenza era evidente sia dalla domanda di concordato stessa, sia dall'aggravamento della situazione debitoria a seguito della scoperta di abusi edilizi su un immobile chiave. Sono stati respinti anche i motivi relativi alla presunta illegittimità della composizione dei collegi giudicanti e della nomina del curatore fallimentare.
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Rottamazione debiti: non basta per evitare il fallimento
Un imprenditore individuale, dichiarato fallito su istanza di un dipendente, ha impugnato la decisione sostenendo che l'adesione alla rottamazione dei debiti fiscali dimostrasse la sua solvibilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che la rottamazione debiti, pur essendo un elemento da considerare, non esclude di per sé lo stato di insolvenza. La valutazione deve essere complessiva, tenendo conto di tutti i debiti residui e della capacità dell'impresa di farvi fronte regolarmente. La Corte ha anche respinto le censure procedurali, affermando che il diritto di difesa non era stato violato grazie alla natura pienamente devolutiva del reclamo in appello.
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Stato di insolvenza e patrimonio: la Cassazione decide
Una società, dichiarata fallita per canoni di locazione non pagati, ricorre in Cassazione sostenendo di non essere in stato di insolvenza grazie a un ingente patrimonio immobiliare. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo che lo stato di insolvenza si valuta sulla capacità di adempiere con mezzi liquidi e non sul valore teorico degli asset, soprattutto se non prontamente realizzabili.
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Legittimazione creditore fallimento: verifica del giudice
Una società di riscossione tributi ha chiesto il fallimento di un'impresa. Quest'ultima ha contestato la legittimità della società istante, sostenendo l'invalidità dell'atto di proroga del servizio di riscossione concesso dal Comune. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha stabilito che il giudice fallimentare deve sempre verificare, anche se solo in via incidentale, la legittimazione del creditore che chiede il fallimento. Questa verifica include l'esame della validità dell'atto su cui si fonda il potere del creditore, senza poter delegare tale valutazione al giudice amministrativo.
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Stato di insolvenza: i criteri della Cassazione
Una società immobiliare ha impugnato la propria dichiarazione di fallimento, sostenendo l'insussistenza dello stato di insolvenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione dell'insolvenza è un apprezzamento di fatto riservato ai giudici di merito. La Corte ha inoltre chiarito che la rateizzazione dei debiti tributari non esclude la loro rilevanza nel calcolo dell'esposizione debitoria complessiva ai fini della valutazione dello stato di insolvenza.
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Notifica PEC e fallimento: valida all’ultimo indirizzo
Una società, dichiarata fallita dopo aver trasferito la propria sede legale all'estero, ha impugnato la decisione sostenendo la nullità della notifica PEC inviata al vecchio indirizzo italiano. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la notifica PEC è valida se effettuata all'indirizzo risultante dal Registro delle Imprese. La Corte ha ribadito l'obbligo per l'impresa di mantenere attivo tale indirizzo e ha confermato la giurisdizione italiana quando il fallimento viene dichiarato entro un anno dal trasferimento della sede all'estero.
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Domanda di concordato: dove presentarla se c’è fallimento
Una società, già soggetta a un'istanza di fallimento presso un tribunale, ha presentato una successiva domanda di concordato preventivo in un foro diverso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società contro la dichiarazione di fallimento, stabilendo che la domanda di concordato deve essere obbligatoriamente presentata dinanzi allo stesso giudice presso cui pende la procedura prefallimentare, al fine di garantire l'unità e la celerità del procedimento.
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Spese legali reclamo fallimentare: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 27525/2024, ha chiarito un importante principio in materia di spese legali reclamo fallimentare. Se la Corte d'Appello accoglie il reclamo contro il rigetto di un'istanza di fallimento, non può condannare la società debitrice al pagamento delle spese legali. Il suo provvedimento ha natura interinale e deve limitarsi a rimettere gli atti al Tribunale per la declaratoria di fallimento, all'interno della quale verranno poi gestite tutte le spese.
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Fallimento in estensione: identità d’impresa è cruciale
Il fallimento di un imprenditore individuale è stato esteso ai suoi presunti soci di fatto. Questi hanno presentato ricorso, sostenendo che l'attività dell'impresa individuale (costruzioni) fosse diversa da quella della società di fatto (holding). La Corte di Cassazione, con un'ordinanza interlocutoria, non ha deciso il caso ma, riconoscendo la crucialità del tema del fallimento in estensione, ha rimesso la questione a una pubblica udienza per definire se, ai fini dell'estensione, le attività dell'individuo e della società debbano essere identiche.
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Utilità nel concordato: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25919/2024, ha stabilito che in un concordato preventivo in continuità aziendale, la proposta deve assicurare a ogni creditore un'utilità concreta ed economicamente valutabile. La mera possibilità di proseguire i rapporti commerciali non è sufficiente a soddisfare questo requisito, specialmente per le classi di creditori a cui non è offerto alcun pagamento. La Corte ha ritenuto che la prosecuzione dei contratti è un effetto naturale della procedura e non un'utilità aggiuntiva offerta dal debitore, confermando così la dichiarazione di fallimento della società proponente, la cui proposta mancava di 'concreta onerosità'.
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Fallimento Impresa Agricola: quando prevale il commerciale
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società a responsabilità limitata che, pur operando nel settore agricolo, svolgeva in misura preponderante attività commerciale, come la trasformazione e vendita di prodotti acquistati da terzi. La Corte ha stabilito che per le società commerciali, come le s.r.l., la soggettività al fallimento è presunta e spetta alla società stessa dimostrare la prevalenza dell'attività agricola. Inoltre, un precedente decreto di inammissibilità di un concordato preventivo non costituisce giudicato sulla natura non fallibile dell'impresa.
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