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Art. 1453 Codice Civile — Sezione Seconda Civile

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544 provvedimenti

Altri anni per Art. 1453 Codice Civile

Risoluzione del contratto preliminare e perdita della caparra
Un promissario acquirente e un promittente venditore stipulano una compravendita immobiliare. A seguito di divergenze sul prezzo finale e sulle finiture, l'acquirente rifiuta di recarsi dal notaio per il rogito. Entrambi agiscono in giudizio chiedendo la risoluzione del contratto preliminare. La Corte d'Appello addebita l'inadempimento all'acquirente e consente al venditore di trattenere la caparra confirmatoria, sebbene quest'ultimo avesse domandato la risoluzione giudiziale unita al risarcimento integrale dei danni. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'acquirente su questo punto: chi domanda la risoluzione giudiziale ordinaria e il risarcimento dei danni effettivi non può trattenere automaticamente la caparra confirmatoria, ma deve provare l'esistenza e l'ammontare esatto del danno subito.
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Risoluzione del preliminare di vendita: le sorti dell’immobile
Il Promissario Acquirente ottiene la consegna anticipata di una casa ma scopre la mancanza dell'abitabilità. Il Tribunale dichiara la risoluzione del preliminare di vendita per inadempimento del Venditore. Gli Eredi del Venditore chiedono il compenso per l'uso dell'immobile. La Corte d'Appello condanna l'Acquirente a versare un'indennità per tutto il periodo di disponibilità e rigetta la rivalutazione automatica degli acconti. La Corte di Cassazione conferma la decisione: l'obbligo di pagare i frutti dell'immobile occupato discende dagli effetti restitutori della risoluzione contrattuale, indipendentemente dalla colpa della parte venditrice.
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Equa riparazione: la sconfitta non cancella il diritto
Un cittadino promuoveva una causa civile per la risoluzione del contratto di acquisto di una gru, durata complessivamente oltre vent'anni. Il ricorrente perdeva il giudizio sia in primo che in secondo grado. Successivamente, chiedeva l'indennizzo per la durata eccessiva del processo. La Corte d'Appello riconosceva l'equa riparazione soltanto per il primo grado. Il giudice escludeva la fase di appello sul presupposto che la sconfitta iniziale rendesse l'appellante consapevole dell'infondatezza della pretesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino. Gli Ermellini hanno stabilito il divieto di automatismi: la soccombenza non coincide automaticamente con la consapevolezza del torto. La Corte d'Appello dovrà quindi riesaminare il danno morale patito dal cittadino senza presunzioni ingiustificate.
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Risoluzione del contratto di appalto tra opere e pagamenti
Un appaltatore cita il committente per ottenere il saldo dei lavori di ristrutturazione. Il committente contesta l'incompleta esecuzione delle opere e deduce pagamenti parziali, chiedendo la risoluzione del contratto di appalto e il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione chiarisce che, in caso di mancato completamento dei lavori, opera la disciplina generale dell'inadempimento contrattuale: il committente non soggiace ai termini decadenziali brevi previsti per i vizi dell'opera. Al contempo, chi eccepisce pagamenti tramite assegni deve provarne l'effettivo incasso e il collegamento causale con il debito. La Suprema Corte accoglie sia le censure dell'appaltatore sulla ripartizione dell'onere della prova del pagamento, sia il ricorso del committente sul risarcimento danni non soggetto a decadenza breve, rinviando alla Corte d'Appello.
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Provvigione mediatore immobiliare: dovuta anche senza agibilità
Un acquirente ha rifiutato il pagamento della provvigione mediatore immobiliare per l'acquisto di un appartamento. L'acquirente ha sostenuto che il mediatore avesse nascosto l'assenza del certificato di agibilità dell'immobile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'acquirente, confermando l'obbligo di pagamento. I giudici hanno accertato che l'acquirente conosceva la mancanza del certificato fin dalla firma del contratto preliminare. Le parti avevano infatti stabilito la consegna della sola richiesta di agibilità al rogito. Il mediatore matura il diritto al compenso al momento della conclusione dell'affare, qualora non abbia taciuto dolosamente informazioni note. L'acquirente soccombente deve pagare la provvigione e le spese legali.
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Adempimento contrattuale: senza fatture quietanzate niente saldo
Una curatela fallimentare ha richiesto il pagamento di prestazioni pubblicitarie svolte in favore di un ente pubblico sulla base di una convenzione. L'ente pubblico si è opposto evidenziando la mancanza di prove circa le spese effettivamente sostenute. La Corte di Appello ha rigettato la domanda per mancata produzione delle fatture quietanzate, necessarie per dimostrare l'adempimento contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo il ricorso della curatela. I giudici hanno chiarito che, in presenza di specifici patti contrattuali, l'appaltatore deve dimostrare i costi sostenuti tramite documenti di pagamento tracciabili. Anche la domanda di indebito arricchimento è stata respinta per mancanza di prova del depauperamento. La curatela fallimentare perde definitivamente la causa ed è condannata al pagamento delle spese processuali.
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Risoluzione del contratto preliminare: no al finto patto usurario
I promissari acquirenti hanno chiesto la risoluzione del contratto preliminare di compravendita di due immobili per grave inadempimento della promittente venditrice, che aveva venduto i beni a terzi. L'erede della venditrice si è difesa sostenendo che i preliminari mascherassero un patto commissorio legato a un prestito usuraio. La Corte d'Appello ha confermato la risoluzione dei contratti e la condanna dell'erede al risarcimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'erede, confermando che l'assoluzione penale degli acquirenti dall'accusa di usura esclude l'esistenza di un patto illecito e che la risoluzione del contratto preliminare è legittima, poiché la venditrice ha incassato le caparre pur sapendo di non poter trasferire gli immobili.
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Aliud pro alio: merce senza certificato ma nota al compratore
L'Acquirente ha acquistato mille alimentatori dal Venditore, lamentando successivamente la mancanza della certificazione CE e del requisito "halogen free". L'Acquirente ha chiesto la risoluzione del contratto per la consegna di un bene completamente diverso, configurando l'ipotesi di aliud pro alio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Acquirente. I giudici hanno chiarito che non si tratta di aliud pro alio poiché i beni erano idonei all'uso e potevano ottenere la certificazione. Inoltre, l'Acquirente era a conoscenza della temporanea mancanza della certificazione al momento della consegna, applicando così l'esclusione della garanzia. Infine, la denuncia dei vizi è stata considerata tardiva e generica. Vince il Venditore, che ha diritto al pagamento della fornitura e alla rifusione delle spese legali.
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Sito web non pagato: quando l’appello non è lite temeraria
Un fornitore di servizi web ha chiesto il pagamento di prestazioni a un'azienda cliente tramite decreto ingiuntivo. Il cliente si è opposto lamentando il mancato adempimento. I giudici di merito hanno revocato il decreto e condannato il fornitore anche per lite temeraria, ritenendo il suo appello pretestuoso. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso del fornitore, annullando la condanna per lite temeraria. La Corte ha chiarito che la semplice infondatezza delle tesi difensive non basta a configurare una condotta abusiva o in mala fede, richiedendosi invece una colpa grave o un evidente abuso dello strumento processuale che in questo caso non erano stati dimostrati.
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Recesso dal contratto preliminare: pignoramento e doppia caparra
Il caso riguarda la vendita di un immobile in cui il venditore ha taciuto l'esistenza di un pignoramento gravante sul bene, dichiarandolo falsamente libero da vincoli nel compromesso. Scoperto l'inganno, l'acquirente ha esercitato il recesso dal contratto preliminare pretendendo il doppio della caparra confirmatoria versata. Il venditore ha contestato la legittimità del recesso, ritenendolo prematuro rispetto alla scadenza fissata per il rogito definitivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del venditore, confermando che nascondere un pignoramento costituisce un grave inadempimento contrattuale. L'acquirente ha il diritto di recedere immediatamente senza dover attendere il termine finale o concedere proroghe per la cancellazione del gravame. Il promissario acquirente ottiene così definitivamente il doppio della caparra.
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Garanzia per vizi nell’appalto: denuncia tardiva costa caro
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Committente contro l'Appaltatore, confermando la tardività della denuncia dei difetti dell'immobile. Il Committente lamentava vizi costruttivi evidenti, ma ha contestato i difetti oltre il termine di sessanta giorni dalla consegna dell'opera. La Suprema Corte ha chiarito che, se l'opera è ultimata, si applica la speciale garanzia per vizi nell'appalto (art. 1667 c.c.) e non la disciplina generale sull'inadempimento contrattuale. Poiché i difetti erano palesi e facilmente riconoscibili fin dal completamento dei lavori, la denuncia tardiva ha fatto perdere al Committente il diritto al risarcimento dei danni, obbligandolo al pagamento del saldo del prezzo residuo all'Appaltatore.
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Caparra confirmatoria persa: quando il recesso è illegittimo
I Promissari Acquirenti firmano un contratto preliminare per l'acquisto di terreni. Il Venditore si impegna a eseguire il frazionamento catastale e a gestire le pratiche di trasformazione urbanistica. Ritenendo il Venditore inadempiente, i Promissari Acquirenti rifiutano di stipulare il contratto definitivo e chiedono la restituzione del doppio della caparra confirmatoria. Gli Eredi del Venditore chiedono invece la risoluzione del contratto per colpa degli acquirenti. I giudici di merito e la Corte di Cassazione danno ragione agli Eredi del Venditore: il frazionamento era stato eseguito in tempo e le altre attività non condizionavano la vendita. I Promissari Acquirenti perdono la caparra confirmatoria e vengono condannati anche per abuso del processo per aver insistito in un ricorso infondato.
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Termine essenziale scaduto: trattare dopo fa perdere la penale
Una fondazione, nel ruolo di acquirente, stipula un contratto di opzione per l'acquisto di un terreno. Successivamente, si rifiuta di firmare il contratto definitivo, sostenendo che la venditrice non avesse consegnato tutti i documenti catastali entro il termine essenziale pattuito. L'acquirente chiede quindi la restituzione delle somme versate e il pagamento della penale. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'acquirente. I giudici chiariscono che il comportamento delle parti, che hanno continuato a trattare anche dopo la scadenza, dimostra una rinuncia tacita ad avvalersi del termine essenziale. Inoltre, le lievi difformità catastali e la mancanza di documenti secondari non impedivano la vendita, accertata regolare dal consulente tecnico. Di conseguenza, il rifiuto di stipulare l'atto da parte dell'acquirente costituisce un grave inadempimento, legittimando la venditrice a trattenere le somme ricevute.
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Risoluzione del contratto: niente pagamento se la vendita salta
Una società venditrice ottiene il trasferimento di un immobile a favore di un acquirente, subordinato al pagamento delle rate di mutuo. Sorge una controversia sull'importo dovuto. Nel frattempo, in un separato giudizio, la società ottiene la risoluzione del contratto per inadempimento, decisione che passa in giudicato. La Corte di Cassazione stabilisce che la risoluzione del contratto ha effetto retroattivo e cancella l'intero processo relativo al pagamento delle rate. Di conseguenza, la Suprema Corte accoglie il ricorso dell'acquirente e cassa senza rinvio la sentenza di condanna al pagamento, estinguendo definitivamente la pretesa economica della società.
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Contratto preliminare di compravendita: vende immobile non suo
La Venditrice ha stipulato un contratto preliminare di compravendita impegnandosi a cedere la proprietà superficiaria di un immobile. Tuttavia, il terreno su cui sorgeva l'edificio apparteneva a un ente pubblico per via della scadenza della concessione originaria. L'Acquirente ha quindi chiesto la risoluzione del contratto per grave inadempimento della Venditrice, pretendendo la restituzione della caparra e il rimborso delle migliorie apportate all'immobile detenuto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Venditrice, confermando che chi promette in vendita un bene di cui non è titolare è gravemente inadempiente. Poiché la risoluzione cancella il contratto con effetto retroattivo, l'Acquirente ha diritto al rimborso dei miglioramenti eseguiti come soggetto terzo.
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Contratto di agenzia: niente provvigioni se l’agente viola i patti
L'Agente ha impugnato la risoluzione di un accordo di liberalizzazione collegato al precedente contratto di agenzia con la Compagnia. L'accordo vietava all'Agente di stipulare nuove polizze, divieto violato con la firma di ben 126 contratti non autorizzati. L'Agente chiedeva il pagamento delle provvigioni e contestava le disdette delle vecchie polizze operate dalla Compagnia. La Corte d'Appello ha rigettato le richieste dell'Agente, ritenendo legittimo il recesso della Compagnia per grave inadempimento dell'Agente. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'Agente. La Suprema Corte ha chiarito che la violazione del divieto di stipulare nuovi contratti esclude il diritto alle provvigioni e che la Compagnia poteva legittimamente disdire le vecchie polizze durante il periodo di liberalizzazione.
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Nullità del contratto: l’ex marito perde contro l’ex moglie
L'Ex Marito ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che ha escluso la simulazione di un contratto preliminare di compravendita immobiliare stipulato tra l'Ex Moglie e una Società Costruttrice. Non avendo impugnato il rigetto della simulazione, l'Ex Marito è stato considerato definitivamente terzo estraneo al contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che un terzo estraneo non può far valere la nullità del contratto o chiederne la risoluzione se non dimostra un concreto interesse ad agire, giuridicamente rilevante e non di mero fatto. L'interesse a recuperare un acconto versato per conto dell'acquirente non legittima l'azione di nullità del contratto contro il venditore.
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Contratto preliminare: casa abusiva e mutuo negato, la sentenza
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de L'Acquirente contro L'Azienda venditrice, cassando la sentenza d'appello per motivazione apparente. La vicenda nasce da un contratto preliminare di compravendita immobiliare condizionato all'ottenimento di un mutuo. Non essendo stato concesso il finanziamento a causa della natura abusiva dell'immobile, i giudici di merito avevano dichiarato inefficace il contratto, senza però valutare le contestazioni dell'acquirente sulla colpa del venditore e sulla disponibilità a pagare con fondi propri. La Cassazione ha stabilito che la sentenza d'appello che si limita a richiamare acriticamente la decisione di primo grado (motivazione per relationem) senza rispondere ai motivi di gravame è nulla. La causa torna alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Risoluzione del contratto di appalto: risarcimento senza consegna
Una società italiana di costruzioni navali stipula un contratto con uno Stato estero per la fornitura di navi militari. A causa dell'invasione di un paese vicino da parte dello Stato committente e delle conseguenti sanzioni internazionali, il contratto si risolve per impossibilità sopravvenuta imputabile al committente. Sorge una controversia sulla quantificazione del risarcimento dei danni, in particolare se spetti la revisione dei prezzi pattuita anche per i beni prodotti ma non consegnati. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso delle società italiane, stabilendo che in caso di risoluzione del contratto di appalto privato per colpa del committente, il risarcimento del danno deve comprendere sia il danno emergente sia il lucro cessante, inclusa la revisione prezzi pattuita, a prescindere dall'avvenuta consegna dei beni.
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Risoluzione per inadempimento: canone dovuto per software viziato
Una società acquirente si opponeva al pagamento della licenza d'uso di un software telefonico, lamentando malfunzionamenti e invocando la risoluzione per inadempimento del contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società acquirente, confermando che il contratto di licenza d'uso di un software con servizi di assistenza si qualifica come appalto di servizi a esecuzione continuata. Di conseguenza, ai sensi dell'articolo 1458 del Codice Civile, la risoluzione per inadempimento non ha effetto retroattivo per le prestazioni già eseguite. L'acquirente è stato quindi condannato a pagare il primo anno di canone, non avendo fornito prova tempestiva dei vizi del software né specificato il contenuto delle clausole ritenute vessatorie.
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