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Art. 1341 Codice Civile — Anno 2023

83 provvedimenti

Altri anni per Art. 1341 Codice Civile

Contratto autonomo di garanzia: quando la firma vincola i soci
I garanti di una società si oppongono al decreto ingiuntivo di una banca per oltre 500 mila euro, eccependo la nullità della garanzia per violazione della normativa antitrust e chiedendo la liberazione dal debito. La Corte d'Appello rigetta l'opposizione, qualificando l'accordo come contratto autonomo di garanzia per la presenza della clausola di pagamento a prima richiesta e senza eccezioni. La Cassazione conferma la decisione. I giudici chiariscono che la nullità antitrust delle fideiussioni non può essere rilevata d'ufficio se la parte non ha tempestivamente allegato e provato i fatti costitutivi, come la conformità al modello ABI. Inoltre, l'esclusione della responsabilità ex art. 1956 c.c. viene respinta poiché i garanti, legati da vincoli familiari e societari, erano consapevoli dello stato di crisi della società e il debito massimo garantito era già stato superato.
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Risoluzione per inadempimento: canone dovuto per software viziato
Una società acquirente si opponeva al pagamento della licenza d'uso di un software telefonico, lamentando malfunzionamenti e invocando la risoluzione per inadempimento del contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società acquirente, confermando che il contratto di licenza d'uso di un software con servizi di assistenza si qualifica come appalto di servizi a esecuzione continuata. Di conseguenza, ai sensi dell'articolo 1458 del Codice Civile, la risoluzione per inadempimento non ha effetto retroattivo per le prestazioni già eseguite. L'acquirente è stato quindi condannato a pagare il primo anno di canone, non avendo fornito prova tempestiva dei vizi del software né specificato il contenuto delle clausole ritenute vessatorie.
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Clausola di tacita proroga: bilaterale ma inefficace senza firma
Un'azienda informatica ha richiesto un decreto ingiuntivo contro una società per fatture insolute relative a servizi di assistenza. La società debitrice si è opposta, sostenendo che il contratto fosse scaduto e che la clausola di rinnovo automatico fosse inefficace perché non specificamente firmata. Il Tribunale ha ritenuto valida la clausola poiché bilaterale. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della società debitrice, stabilendo che la clausola di tacita proroga in un contratto per adesione ha sempre natura vessatoria e richiede la doppia firma per essere valida, anche se opera a favore di entrambi i contraenti. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Termine essenziale e ritardi: il venditore perde l’acconto
Una società acquirente ordina un macchinario industriale personalizzato, concordando la consegna entro dicembre 2016. A causa dei ritardi e della mancata collaborazione della società venditrice, l'acquirente chiede la risoluzione del contratto. La società venditrice si oppone, invocando le condizioni generali di contratto. Il Tribunale e la Corte d'Appello dichiarano risolto il contratto per il mancato rispetto del termine essenziale, ordinando la restituzione dell'acconto. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della venditrice. I giudici confermano che la data di consegna concordata era un termine essenziale e che le clausole limitative inserite nelle condizioni generali non erano valide perché vessatorie e non specificamente firmate. Vince la società acquirente.
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Clausola claims made: l’ospedale paga se la polizza è scaduta
Una paziente ha chiesto il risarcimento dei danni a una struttura sanitaria per un errore medico. La struttura ha chiamato in causa le proprie assicurazioni per ottenere la manleva. I giudici di merito hanno escluso la copertura assicurativa poiché una delle polizze conteneva una clausola claims made e la richiesta di risarcimento era giunta dopo la scadenza del contratto. La struttura sanitaria ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo la vessatorietà della clausola e contestando il riparto dell'onere della prova. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la clausola claims made è valida e definisce il rischio assicurato senza costituire una decadenza illecita. Spetta all'assicurato dimostrare l'eventuale squilibrio contrattuale.
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Foro convenzionale esclusivo: firma in blocco ma clausola valida
Una società concessionaria ha citato in giudizio una banca e una casa automobilistica dinanzi al Tribunale di Reggio Calabria, contestando una segnalazione a sofferenza e la revoca del contratto di concessione. Le controparti hanno eccepito l'incompetenza del giudice adito, invocando la clausola contrattuale che stabiliva il foro convenzionale esclusivo di Milano. La società ha impugnato la decisione sostenendo che la clausola fosse una clausola vessatoria non validamente approvata per iscritto, poiché inserita in un blocco cumulativo di firme. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la competenza del Tribunale di Milano. I giudici hanno stabilito che la specifica approvazione per iscritto è valida se le clausole sono chiaramente elencate con numero e sintesi dell'oggetto, rendendo consapevole il firmatario.
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Clausola di reviviscenza: tra condanna e rinuncia finale
Un istituto di credito ha chiamato in causa i garanti di una società fallita per essere manlevato a seguito di un'azione di revocatoria fallimentare. I giudici di merito hanno condannato i garanti in virtù della clausola di reviviscenza presente nei contratti di garanzia, escludendone la natura vessatoria. I garanti hanno proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima della decisione, le parti hanno depositato un atto congiunto di rinuncia al ricorso e al controricorso a seguito della chiusura del fallimento. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio.
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Sospensione feriale dei termini: quando il ritardo costa la causa
Un affittuario di un fondo rustico ha impugnato il recesso dal contratto di affitto esercitato da un'azienda pubblica a seguito di un'informativa antimafia interdittiva. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, l'affittuario ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché notificato oltre i termini di legge. Trattandosi di una causa agraria, infatti, non si applica la sospensione feriale dei termini. Di conseguenza, nonostante la sospensione straordinaria per l'emergenza COVID-19, il ricorso è stato depositato in ritardo. L'affittuario ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Foro convenzionale esclusivo: l’errore formale cancella i danni
Una società utilizzatrice ha fatto causa a una società fornitrice per chiedere il risarcimento dei danni dovuti al mancato utilizzo di un macchinario noleggiato. Il Tribunale di Bologna ha dichiarato la propria incompetenza a favore del Tribunale di Forlì, indicato nel contratto come foro convenzionale esclusivo. La società utilizzatrice ha proposto ricorso per regolamento di competenza davanti alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso improcedibile perché la ricorrente non ha depositato la prova della comunicazione del provvedimento impugnato, necessaria per verificare il rispetto dei termini di trenta giorni. La Corte ha comunque precisato che, in presenza di un foro convenzionale esclusivo, la parte che eccepisce l'incompetenza non deve contestare gli altri criteri di collegamento previsti dalla legge, poiché l'accordo delle parti esclude automaticamente ogni altro tribunale.
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Polizza di tutela legale: l’accusa non cancella il rimborso
Un professionista, titolare di una polizza di tutela legale, viene sottoposto a procedimento penale per reati dolosi, successivamente archiviato per insussistenza dei fatti. La compagnia assicurativa rifiuta di rimborsare le spese di difesa, invocando la clausola che esclude la copertura per controversie derivanti da fatti dolosi dell'assicurato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del professionista, stabilendo che l'esclusione opera solo in presenza di un accertamento definitivo del dolo e non per la sola contestazione formale dell'accusa. Inoltre, i giudici chiariscono che per ottenere l'indennizzo delle spese sostenute non è necessario il previo pagamento della parcella del difensore, essendo sufficiente la presentazione della fattura.
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Regolamento di competenza: l’errore formale che costa caro
Un'azienda di gestione idrica ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro un consorzio. Il consorzio si è opposto, eccependo l'incompetenza del tribunale sulla base di una clausola contrattuale che stabiliva un foro esclusivo. Il tribunale ha accolto l'eccezione. L'azienda ha proposto un regolamento di competenza dinanzi alla Corte di Cassazione, sostenendo la nullità della clausola. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda a causa del mancato deposito della relata di notifica dell'atto. Di conseguenza, l'azienda ha perso la causa e dovrà pagare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
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Clausola vessatoria in banca: la Cassazione tutela il garante
Una consumatrice ha garantito con fideiussione il finanziamento del marito. La banca ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro di lei per il pagamento del debito residuo. La garante si è opposta, contestando la validità della clausola contrattuale che escludeva il termine di decadenza di sei mesi previsto dalla legge per l'azione del creditore. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della garante. I giudici hanno stabilito che la rinuncia preventiva ai termini di legge può costituire una clausola vessatoria se imposta unilateralmente al consumatore, poiché crea un significativo squilibrio contrattuale. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza d'appello, rinviando la causa per un nuovo esame che verifichi l'effettiva abusività della clausola nel caso concreto.
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Interessi moratori su compensi professionali: contano da subito
Due avvocati hanno richiesto al Tribunale il pagamento delle parcelle professionali concordate con un cliente tramite un listino di studio sottoscritto. Il cliente ha contestato le tariffe e la decorrenza degli interessi. Il Tribunale ha riconosciuto il compenso ma ha stabilito che gli interessi decorressero solo dalla data della decisione giudiziale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei professionisti, stabilendo che gli interessi moratori su compensi professionali decorrono dalla data della messa in mora (richiesta di pagamento) o della domanda giudiziale, e non dalla successiva liquidazione del giudice. La Corte ha quindi annullato la decisione sul punto degli interessi, rinviando la causa al Tribunale per un nuovo calcolo basato sui tassi previsti per i ritardi nei pagamenti commerciali.
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Contratto di agenzia: scontro su provvigioni e indennità
Un agente di commercio ha citato in giudizio l'azienda preponente per ottenere differenze sulle provvigioni per merce restituita e l'indennità di fine rapporto legata al contratto di agenzia. La Corte d'Appello ha riconosciuto parzialmente le provvigioni ma ha rigettato la richiesta di indennità ex art. 1751 c.c., ritenendo prevalente una clausola contrattuale più favorevole. Entrambe le parti hanno proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato sia il ricorso principale dell'agente sia quello incidentale dell'azienda. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione delle clausole contrattuali spetta esclusivamente al giudice di merito, purché sia logica e coerente, e che non si possono proporre per la prima volta in Cassazione nuove questioni giuridiche non sollevate nei gradi precedenti.
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Responsabilità della banca: perdite e onere della prova
Due risparmiatori hanno chiesto la nullità di un contratto di gestione patrimoniale e il risarcimento dei danni, lamentando la mancanza di informazioni chiare sul diritto di recesso e la modifica unilaterale della strategia d'investimento da parte dell'istituto di credito. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'informativa sul recesso non richiede particolari evidenziazioni grafiche. Tuttavia, ha accolto il ricorso dei clienti sulla questione dei danni. La Suprema Corte ha stabilito che, in caso di violazione degli obblighi informativi, sussiste una presunzione legale di causalità tra la condotta dell'intermediario e le perdite subite. Spetta quindi all'istituto dimostrare di aver agito con la massima diligenza per evitare il danno. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame sulla responsabilità della banca.
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Clausole vessatorie polizza auto: lo scoperto è valido senza firma
Un carrozziere, divenuto titolare del credito di un'automobilista, ha chiesto alla compagnia assicurativa il pagamento di 500 euro trattenuti a titolo di scoperto. Il carrozziere sosteneva che le clausole contrattuali relative allo scoperto e all'obbligo di riparazione presso officine convenzionate fossero nulle perché non specificamente firmate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che tali pattuizioni non sono clausole vessatorie polizza auto. Esse non limitano la responsabilità della compagnia, ma definiscono semplicemente l'oggetto del contratto e il rischio assicurato. Di conseguenza, non necessitano di una doppia firma per essere valide ed efficaci.
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Disconoscimento della firma: l’errore che costa il risarcimento
Un'azienda di noleggio ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro un cliente per il pagamento dei canoni e per il risarcimento del furto delle attrezzature. Il cliente si è opposto effettuando il disconoscimento della firma sul contratto. La Corte d'Appello ha dato ragione al cliente poiché l'azienda non ha proposto la necessaria istanza di verificazione della firma e la clausola sul risarcimento era vessatoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda. La decisione conferma che, in caso di disconoscimento della firma, l'omessa richiesta di verificazione rende il contratto inutilizzabile in giudizio.
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Silenzio assenso nei contratti: la Cassazione tutela il rivenditore
Una casa editrice ha chiesto il pagamento di forniture di libri a un rivenditore. Quest'ultimo ha contestato il conteggio, lamentando la violazione della sua zona di esclusiva. La Corte d'Appello ha ritenuto che il rivenditore avesse accettato le modifiche contrattuali peggiorative inviate dalla casa editrice semplicemente continuando a lavorare, configurando un silenzio assenso nei contratti. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del rivenditore: il semplice silenzio non equivale ad accettazione, specialmente se l'accordo originario prevedeva la forma scritta per ogni modifica. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Clausola di reviviscenza: la banca vince anche senza sentenza
Il Garante aveva garantito i debiti di un imprenditore verso La Banca. Dopo il pagamento del debito, l'imprenditore è fallito e La Banca ha dovuto restituire le somme al fallimento a seguito di un accordo transattivo con il curatore. La Banca ha quindi chiesto il rimborso al Garante attivando la clausola di reviviscenza contenuta nel contratto di fideiussione. Il Garante ha contestato la validità della clausola, sostenendo che non potesse applicarsi in caso di accordo transattivo e che fosse vessatoria o nulla per violazione delle norme antitrust. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la clausola di reviviscenza è valida ed efficace anche se la restituzione delle somme avviene tramite transazione e non con sentenza del giudice, confermando la legittimità della richiesta della banca.
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Revoca del finanziamento pubblico: il sequestro tardivo non salva
Un'associazione temporanea di imprese riceveva fondi per corsi di formazione. L'Ente Pubblico disponeva la revoca del finanziamento pubblico a causa del mancato adempimento degli obblighi di assunzione dei corsisti e di rendicontazione delle spese. La Società capofila si opponeva, sostenendo che l'assunzione spettasse all'altra impresa e che la rendicontazione fosse impossibile a causa di un sequestro penale dei documenti. La Corte d'Appello confermava la revoca, rilevando che il sequestro era avvenuto dopo la scadenza dei termini utili per presentare i conti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Società, confermando che il sequestro tardivo non giustifica il ritardo e che la valutazione sull'impossibilità della prestazione spetta esclusivamente al giudice di merito. La Società perde la causa e deve restituire le somme oltre a pagare le spese legali.
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