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Art. 1324 Codice Civile

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268 provvedimenti

Errore dichiarazione redditi: non sempre si può correggere
Un contribuente ha dichiarato ricavi maggiori per adeguarsi agli studi di settore, sostenendo poi che si trattasse di un errore dichiarazione redditi. La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che la scelta di adeguarsi è un'opzione vincolante e non un mero errore materiale correggibile, confermando così la legittimità della cartella di pagamento emessa a seguito di controllo automatizzato.
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Punteggio titoli concorso: più lauree valgono uno
Un dipendente pubblico ha contestato la valutazione in una selezione interna, sostenendo di aver diritto a un punteggio per due diverse lauree. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo che il bando di concorso intendeva assegnare un punteggio unico per il possesso di almeno uno dei titoli di studio elencati, considerati equivalenti, e non un punteggio per ciascun titolo. Questa ordinanza fornisce un'importante chiave di lettura sul corretto calcolo del punteggio titoli concorso.
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Sanzione disciplinare: illegittima senza l’organo giusto
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di una sanzione disciplinare (rimprovero scritto) inflitta a un dipendente pubblico. La decisione è stata annullata perché il procedimento non è stato gestito dall'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) come organo collegiale, ma da un singolo dirigente. Questo vizio di procedura ha reso la sanzione nulla, e il ricorso dell'Amministrazione è stato dichiarato inammissibile.
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Tempo tuta: retribuzione per la vestizione in divisa
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12066/2025, si è pronunciata sul diritto alla retribuzione del "tempo tuta". Ha ritenuto legittimo un compenso forfettario per i lavoratori turnisti che include sia il tempo per la vestizione che quello per il cambio consegne. Tuttavia, ha chiarito che per i lavoratori non turnisti il diritto al pagamento del tempo tuta sussiste autonomamente, qualora la divisa debba essere indossata sul luogo di lavoro, e deve essere oggetto di specifico accertamento.
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Licenziamento ritorsivo: nullo se elude la reintegra
La Corte di Cassazione conferma la nullità di un licenziamento intimato a un lavoratore subito dopo un ordine di reintegra del giudice. La Suprema Corte ha stabilito che, qualora il secondo licenziamento si basi sulle stesse ragioni del primo già giudicate illegittime, si configura un licenziamento ritorsivo, in quanto l'unico scopo del datore di lavoro è quello di eludere il provvedimento giudiziario. La sentenza chiarisce anche che ai processi iniziati prima della Riforma Cartabia continua ad applicarsi la normativa precedente (Rito Fornero).
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Prescrizione contratto di trasporto: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato che i crediti derivanti da servizi di trasporto si prescrivono in un anno, come previsto dall'art. 2951 c.c. Questa regola sulla prescrizione del contratto di trasporto si applica anche quando i servizi sono inseriti in un più ampio contratto di appalto. La Corte ha inoltre chiarito che un accordo informale tra le parti per posticipare il pagamento, senza un termine certo, non è idoneo a sospendere il decorso della prescrizione.
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Sanzione conservativa CCNL: quando è illegittimo
Un lavoratore, licenziato per negligenza, ha impugnato il provvedimento sostenendo la sua sproporzionalità. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice di merito deve sempre verificare se la condotta contestata rientri nelle ipotesi punite dal contratto collettivo con una sanzione conservativa CCNL, anche se descritte in clausole generali. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che aveva escluso tale valutazione, rinviando per un nuovo esame del caso.
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Patto di prova: la firma del datore è essenziale
La Cassazione ha stabilito che un patto di prova è nullo se non sottoscritto da entrambe le parti prima dell'inizio del rapporto. La produzione in giudizio del contratto firmato dal datore non sana il vizio originario. Di conseguenza, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato fin dall'inizio, escludendo la libera recedibilità del datore di lavoro.
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Risarcimento danno preliminare: come si calcola
In un caso di inadempimento del promissario acquirente a un contratto preliminare di vendita immobiliare, la Corte di Cassazione ha chiarito le modalità di calcolo del risarcimento del danno. La Corte ha stabilito che il danno da lucro cessante per il venditore non va calcolato sulla differenza tra il prezzo pattuito e il prezzo di aggiudicazione originario, bensì sulla differenza tra il prezzo concordato nel preliminare e il valore commerciale del bene al momento in cui l'inadempimento è diventato definitivo. Questo principio assicura che il risarcimento sia commisurato all'effettivo pregiudizio economico subito dal venditore a causa della mancata vendita.
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Inammissibilità ricorso cassazione: l’autosufficienza
Una società di servizi si opponeva a un decreto ingiuntivo ottenuto da un fornitore di veicoli industriali per il mancato pagamento di un debito, regolato da due scritture private. Dopo la conferma della decisione in primo e secondo grado, la società ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità ricorso cassazione, sottolineando come i motivi fossero viziati da difetto di autosufficienza: la ricorrente non aveva riportato integralmente i testi degli accordi contestati, impedendo alla Corte di valutare la fondatezza delle censure senza ricorrere ad atti esterni.
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Impugnativa stragiudiziale: serve la procura scritta?
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un gruppo di lavoratori, confermando che l'impugnativa stragiudiziale di un trasferimento, se firmata dal solo avvocato, è inefficace se non si prova l'esistenza di una procura scritta precedente. Anche se non è necessario allegarla alla comunicazione, il datore di lavoro può contestarne l'esistenza in giudizio e, in tal caso, spetta al lavoratore dimostrare di averla conferita tempestivamente. In assenza di tale prova, il diritto di impugnare decade.
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Provvigione mediatore non iscritto: diritto negato
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione che nega il diritto alla provvigione a un professionista per un'intermediazione immobiliare, in quanto non iscritto all'apposito albo. L'ordinanza chiarisce che l'obbligo di iscrizione non è in contrasto con il diritto europeo e non può essere aggirato definendo l'attività come un semplice mandato. La mancanza di tale requisito comporta la nullità del contratto e la perdita di qualsiasi diritto al compenso, confermando la solidità del principio di legalità per la professione di mediatore.
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Procedimento disciplinare: chi firma il licenziamento?
Un lavoratore con qualifica di quadro è stato licenziato per giusta causa per aver sottratto un mazzo di chiavi aziendali. Ha impugnato il licenziamento sostenendo un vizio nel procedimento disciplinare, in quanto l'atto non era stato firmato dall'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) come previsto, a suo dire, dal regolamento interno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità del licenziamento. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione del regolamento aziendale fornita dalla corte di merito, secondo cui l'UPD era competente solo per la fase istruttoria, era plausibile e non sindacabile in sede di legittimità. Inoltre, la violazione di una norma procedurale interna non determina automaticamente la nullità del recesso.
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Retribuzione avvocati in house: stop da accordo
La Corte di Cassazione ha stabilito che la retribuzione degli avvocati in house, se derivante da atti unilaterali del datore di lavoro e non dal contratto individuale, può essere legittimamente modificata o soppressa da un accordo collettivo aziendale. Il caso riguardava un legale dipendente di una società di trasporti che si era visto interrompere il versamento del controvalore degli onorari professionali a seguito di un nuovo accordo sindacale. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando che tali emolumenti non godevano della tutela del principio di irriducibilità della retribuzione.
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Legittimazione ad impugnare: creditore sub iudice
La Corte di Cassazione chiarisce la questione della legittimazione ad impugnare di un creditore la cui ammissione al passivo fallimentare è ancora sub iudice. La Corte stabilisce che se la domanda di ammissione del creditore impugnante viene definitivamente respinta, viene meno la sua legittimazione, rendendo la sua impugnazione contro altri creditori inammissibile. Di conseguenza, il credito originariamente contestato viene riammesso.
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Permesso assistenza disabile: no al riposo compensativo
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento di un dipendente che utilizzava il permesso per assistenza a familiare disabile per riposare durante il giorno, con l'intento di assistere il parente di notte. Secondo la Corte, il permesso deve avere un nesso causale diretto con l'attività di assistenza e non può essere fruito per finalità meramente compensative, configurando altrimenti un abuso del diritto.
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Destituzione autoferrotramvieri: il Consiglio di disciplina
La Corte di Cassazione ha confermato la nullità della destituzione di un autista di una società di trasporti. La sanzione era stata irrogata senza la pronuncia del Consiglio di disciplina, nonostante la richiesta del lavoratore, come previsto dalla normativa speciale (R.D. 148/1931). La Corte ha ribadito che questa procedura è una garanzia inderogabile per il dipendente e la sua omissione determina la nullità del licenziamento, con conseguente reintegrazione e risarcimento del danno. La sentenza chiarisce che le successive evoluzioni normative non hanno soppresso l'obbligo di costituire tale organo. Di conseguenza, il ricorso dell'azienda è stato respinto, confermando la decisione della Corte d'Appello.
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Eccezione in senso stretto: la polizza non paga?
Una società produttrice chiede alla propria assicurazione il rimborso per costi di bonifica ambientale. L'assicurazione nega la copertura invocando una clausola di esclusione, ma solleva l'eccezione tardivamente. La Corte di Cassazione stabilisce che tale obiezione costituisce un'eccezione in senso stretto, soggetta a precisi termini procedurali. Essendo stata sollevata fuori termine, l'eccezione è inammissibile e la Corte d'Appello dovrà riesaminare il caso.
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Ricognizione di debito: quando un atto non lo è
Un appaltatore ha citato in giudizio una società cooperativa basandosi su una scrittura privata che riteneva una ricognizione di debito. La Corte di Cassazione ha confermato le decisioni di merito, stabilendo che il documento era una mera rendicontazione provvisoria, soggetta a verifica, e non un'effettiva promessa di pagamento. Pertanto, il ricorso dell'appaltatore è stato dichiarato inammissibile, poiché basato sull'errata qualificazione giuridica dell'atto.
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Ricognizione di debito: quando una scrittura è valida
Una donna ha richiesto il pagamento di 88.000 euro al suo ex partner basandosi su un documento che riteneva una ricognizione di debito. La Corte d'Appello, e in seguito la Corte di Cassazione, hanno respinto la sua richiesta. Il documento è stato interpretato come una semplice narrazione di fatti (ovvero che lei avesse contribuito economicamente a delle ristrutturazioni) senza contenere alcuna promessa di rimborso o riconoscimento di un obbligo specifico di restituzione. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che per essere valida, una ricognizione di debito deve esprimere chiaramente la consapevolezza del debitore di un debito esistente e la volontà di adempierlo, elementi assenti nel caso di specie.
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