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Art. 132 Codice Penale — Anno 2023

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722 provvedimenti

Altri anni per Art. 132 Codice Penale

Porto abusivo di armi: condanna definitiva e multa salata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di porto abusivo di armi e oggetti atti ad offendere. L'imputato era stato condannato in appello a un anno di arresto e cinquemila euro di ammenda. Nel ricorso, l'uomo contestava la propria responsabilità penale e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno stabilito che la contestazione sulla responsabilità era inammissibile perché non proposta nel precedente grado di appello. Inoltre, il diniego delle attenuanti è stato ritenuto correttamente motivato dai giudici di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Isolamento diurno: tre ergastoli bloccano lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto condannato a tre ergastoli e trentotto anni di reclusione. Il condannato contestava il provvedimento del giudice dell'esecuzione che, su richiesta del Procuratore Generale, aveva stabilito ulteriori diciotto mesi di isolamento diurno all'interno del cumulo delle pene. La difesa lamentava la mancata valutazione della buona condotta e del periodo di detenzione già scontato. La Suprema Corte ha invece confermato la correttezza della decisione, evidenziando che il giudice di merito ha esercitato legittimamente il proprio potere discrezionale, considerando l'estrema gravità dei reati commessi. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: negate a chi non si pente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno e otto mesi di reclusione per violazione delle prescrizioni della sorveglianza speciale. Il ricorrente contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche e l'eccessiva severità della pena. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di merito non deve confutare singolarmente ogni argomento della difesa per negare le attenuanti. È sufficiente indicare elementi di rilevanza preponderante, come i numerosi precedenti penali e l'assenza di segni di pentimento, che dimostrano una personalità incline a delinquere. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: multa ridotta
Tre datori di lavoro sono stati accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver richiesto falsi nulla-osta lavorativi per cittadini stranieri in cambio di denaro. La Corte d'Appello li ha condannati, ma uno di loro ha fatto ricorso in Cassazione denunciando un errore nel calcolo della multa. I giudici di secondo grado avevano infatti applicato un aumento per la continuazione dei reati che superava il triplo della pena base, violando i limiti di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di questo imputato, rideterminando direttamente la multa da 78.000 euro a 32.000 euro (applicando il limite del triplo e la riduzione per il rito abbreviato). I ricorsi degli altri due datori di lavoro sono stati invece respinti perché infondati.
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Furto con strappo: il valore del bene non cancella le lesioni
Un uomo, condannato per il reato di furto con strappo per aver scippato una collana, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione della pena e il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Inoltre, per l'applicazione dell'attenuante del danno lieve, non si deve valutare solo il valore economico della collana sottratta, ma l'intero pregiudizio arrecato alla vittima, comprese le lesioni fisiche subite durante lo scippo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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False dichiarazioni sulla propria identità: ricorso respinto
L'Imputato è stato condannato per il reato di false dichiarazioni sulla propria identità (art. 496 c.p.). L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione contestando la regolarità della sua partecipazione al processo e l'eccessività della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il processo si è svolto regolarmente con rito cartolare e che la quantificazione della pena rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito, purché adeguatamente motivata. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Procedibilità a querela: il ricorso nullo blocca lo sconto
Il caso riguarda un uomo condannato per furto aggravato e truffa che ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della pena e la recidiva. La difesa ha inoltre richiesto l'applicazione della nuova procedibilità a querela introdotta dalla riforma Cartabia per il reato di furto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi di impugnazione erano generici e non consentiti in sede di legittimità. Di conseguenza, l'inammissibilità ha precluso l'applicazione del più favorevole regime di procedibilità a querela, determinando il passaggio in giudicato della condanna. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto di energia elettrica: condannato chi ricarica il braccialetto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di furto di energia elettrica nei confronti di un soggetto sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Nonostante l'imputato non fosse l'intestatario del contratto di locazione, la sua stabile dimora nell'appartamento e la necessità di alimentare il dispositivo elettronico di sorveglianza provano il suo coinvolgimento diretto nel furto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo generiche le contestazioni sulle prove e infondate quelle sulla quantificazione della pena, che rientra nella discrezionalità del giudice di merito. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto di energia elettrica: ricorso respinto e multa salata
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto di energia elettrica aggravato da violenza sulle cose. La pena complessiva è stata aumentata per la continuazione con un altro reato precedentemente giudicato. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di una motivazione dettagliata riguardo a questo aumento di pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che un modesto aumento di pena per la continuazione non richiede una motivazione approfondita ed esplicita, poiché si presume che il giudice abbia valutato correttamente tutti gli elementi del caso senza abusare del proprio potere discrezionale. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Determinazione della pena: quando il giudice non deve motivare
L'Imputato, condannato per tentato furto aggravato e resistenza a pubblico ufficiale, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena entro il medio edittale rientra nei poteri discrezionali del giudice e non richiede una motivazione dettagliata, essendo sufficiente un richiamo all'adeguatezza della sanzione. Solo il superamento della metà della pena massima richiede una spiegazione specifica. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Determinazione della pena: discrezionalità contro ricorsi inutili
L'Imputato, condannato per tentato furto in abitazione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena entro il medio edittale rientra nei poteri discrezionali del giudice e non richiede una motivazione dettagliata, essendo sufficiente un richiamo all'adeguatezza della sanzione. La Corte ha inoltre spiegato la formula matematica per calcolare correttamente il medio edittale. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Bancarotta fraudolenta documentale: condanna anche se dimesso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta documentale a carico dell'Amministratore e del Liquidatore di una società fallita. I giudici hanno accertato la tenuta incompleta delle scritture contabili, ferme al 2007 per clienti e fornitori, e operazioni fittizie per azzerare le rimanenze di magazzino per oltre 730.000 euro. L'Amministratore si era difeso sostenendo di essersi dimesso due anni prima del fallimento e chiedendo la riqualificazione in reati meno gravi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi: le condotte fraudolente, come la mancata registrazione di un incasso di 65.000 euro e la creazione di contratti fittizi, dimostrano il dolo specifico di ostacolare i creditori, rendendo irrilevanti le dimissioni anticipate.
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Tentata rapina impropria: da taccheggio a violenza di gruppo
L'Imputata è stata condannata per tentata rapina impropria e lesioni personali aggravate. La donna aveva sottratto una bottiglia di liquore dagli scaffali di un supermercato, nascondendola nella borsa. Di fronte alla richiesta dell'addetto alla sicurezza di mostrare il contenuto, l'Imputata ha reagito con violenza, spalleggiata da un complice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna. I giudici hanno confermato la responsabilità penale, evidenziando che la violenza finalizzata a fuggire o a trattenere la refurtiva configura pienamente il reato di tentata rapina impropria. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Notifica a mani del convivente: valida contro i dati anagrafici
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per lesioni personali aggravate a carico di un uomo, dichiarando inammissibile il suo ricorso. Tra i motivi di impugnazione, l'imputato lamentava l'invalidità della notifica dell'atto di citazione. La Suprema Corte ha chiarito che la notifica a mani del convivente, attestata dall'ufficiale giudiziario, prevale sulle risultanze anagrafiche contrarie, salvo prova rigorosa. Inoltre, i giudici hanno ribadito che l'indulto estingue la pena ma non cancella la recidiva, che rimane valida per aumentare la pena di successivi reati. Infine, l'identificazione dell'autore tramite testimoni e telecamere è stata ritenuta corretta e insindacabile.
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Reato continuato: quando l’aumento di pena non va motivato
Il Tribunale di Messina, come giudice dell'esecuzione, accoglieva la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato per una serie di reati giudicati separatamente, rideterminando la pena complessiva. Il Condannato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'eccessività degli aumenti di pena e la mancanza di una motivazione dettagliata da parte del giudice. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in tema di reato continuato, se gli aumenti di pena per i reati satellite sono di modesta entità, il giudice non è tenuto a fornire una motivazione estremamente dettagliata per ciascuno di essi. Nel caso specifico, gli aumenti (quattro mesi per i reati fiscali e tre mesi per la truffa) sono stati ritenuti congrui e ragionevoli, escludendo ogni abuso di potere discrezionale. Il Condannato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali.
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Rideterminazione della pena: la Cassazione corregge il rigetto
Il Condannato richiedeva la rideterminazione della pena a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 40/2019, che ha ridotto il minimo edittale per i reati di droga da otto a sei anni. Il Tribunale di Massa, in qualità di giudice dell'esecuzione, rigettava la richiesta ritenendo la sanzione originaria comunque adeguata alla gravità del fatto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che la riduzione del minimo edittale impone una riconsiderazione complessiva e proporzionata del trattamento sanzionatorio, specie se la pena originaria era stata fissata vicino al vecchio minimo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato il caso al Tribunale di Massa per un nuovo esame.
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Furto aggravato: quando il ricorso non può cambiare la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino condannato per il reato di furto aggravato. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e la severità della pena inflitta nei precedenti gradi di giudizio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la ricostruzione dei fatti non può essere ridiscussa in Cassazione. Inoltre, la graduazione della pena e il bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito. Di conseguenza, la decisione precedente è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto in abitazione: no a sconti di pena in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per tentato furto in abitazione aggravato. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e la severità della pena inflitta. I giudici di legittimità hanno chiarito che la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove spettano esclusivamente ai giudici di merito e non possono essere ridiscusse in Cassazione. Inoltre, la graduazione della pena e il bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito. Se la decisione è logicamente motivata, non può essere contestata. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto aggravato: la Cassazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di furto aggravato. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti operata nei gradi precedenti e la determinazione della pena. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione delle prove e la ricostruzione dei fatti spettano esclusivamente al giudice di merito. Inoltre, il bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti, così come la graduazione della pena, rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito e non possono essere ridiscussi in sede di legittimità se supportati da una motivazione logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Bilanciamento delle circostanze: quando il ricorso è inutile
L'Imputato, condannato per furto aggravato, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e la severità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il bilanciamento delle circostanze e la graduazione della pena spettano esclusivamente al giudice di merito e non possono essere ridiscussi in sede di legittimità se adeguatamente motivati. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce di applicare la nuova norma sulla procedibilità a querela introdotta dalla riforma Cartabia, poiché non si è instaurato un valido rapporto processuale. L'Imputato è stato condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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