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Art. 115 Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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2701 provvedimenti

Altri anni per Art. 115 Codice di Procedura Civile

Indumenti di lavoro: quando sono DPI e chi paga?
La Corte di Cassazione ha stabilito che gli indumenti di lavoro, anche se non specificamente certificati, possono essere considerati Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) se in concreto offrono una barriera protettiva contro i rischi per la salute. Di conseguenza, il datore di lavoro è tenuto a provvedere al loro lavaggio. Nel caso esaminato, una società di pulizie è stata condannata a risarcire i propri dipendenti per non aver provveduto alla manutenzione delle divise, con un importo calcolato equitativamente sulla base di un'ora di lavoro straordinario settimanale.
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Doppia conforme: quando l’appello è inammissibile
Una lavoratrice domestica si è vista respingere la richiesta di differenze retributive sia in primo grado che in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ulteriore ricorso inammissibile, applicando il principio della "doppia conforme". La Corte ha ribadito che non può riesaminare nel merito la valutazione delle prove se le due sentenze precedenti sono basate sullo stesso iter logico, consolidando un importante limite processuale.
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Retribuzione variabile: no senza graduazione funzioni
Un dirigente medico ha citato in giudizio l'azienda sanitaria per ottenere il pagamento della retribuzione variabile di posizione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che, in assenza della procedura amministrativa di graduazione delle funzioni, il diritto al pagamento non sorge. Il dirigente avrebbe dovuto intentare un'azione per il risarcimento del danno causato dall'inerzia dell'amministrazione, e non un'azione di adempimento per il pagamento diretto.
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Lavoro subordinato: gli indici secondo la Cassazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un datore di lavoro, sanzionato per l'impiego irregolare di due collaboratrici. La Corte ha chiarito che la valutazione della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato è una questione di fatto, di competenza dei giudici di merito, basata su un'analisi complessiva degli indici rivelatori, primo fra tutti l'eterodirezione. Ha inoltre stabilito che la condanna al pagamento di una sanzione ridotta rispetto a quella originaria non costituisce un vizio di ultrapetizione.
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Indumenti da lavoro: quando sono DPI e chi paga?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10378/2023, ha stabilito che gli indumenti da lavoro forniti a un operatore ecologico devono essere considerati Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), anche se privi di specifica certificazione. Ciò che conta è la loro funzione protettiva concreta contro i rischi per la salute. Di conseguenza, il datore di lavoro è obbligato a farsi carico della loro manutenzione e lavaggio, non potendo trasferire tale onere sul lavoratore.
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Qualificazione DPI: la Cassazione sul vestiario
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10053/2023, ha rigettato il ricorso di alcuni lavoratori del settore raccolta rifiuti. Essi chiedevano che il loro vestiario fosse considerato Dispositivo di Protezione Individuale (DPI), con conseguente obbligo di lavaggio a carico dell'azienda. La Corte ha confermato la decisione del giudice di rinvio, il quale, applicando un principio di diritto precedentemente fissato dalla stessa Cassazione, ha accertato in fatto che le mansioni di autista svolte non esponevano i lavoratori a rischi specifici (contatto con rifiuti, agenti biologici) tali da richiedere la qualificazione DPI per i loro indumenti. La decisione sottolinea che la classificazione di un indumento come DPI dipende da una valutazione concreta della sua funzione protettiva rispetto ai rischi effettivi della mansione svolta, non da una qualificazione astratta.
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Abuso contratti a termine: sì al risarcimento danni
Un lavoratore, precedentemente impiegato in lavori socialmente utili (LSU), è stato assunto da un comune con una serie di contratti a termine. Dopo aver contestato la reiterazione abusiva dei contratti, la Corte di Cassazione ha stabilito che anche i rapporti di lavoro finalizzati alla stabilizzazione di personale LSU sono soggetti alle normative europee che vietano l'abuso contratti a termine. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per determinare il diritto al risarcimento del danno, tenendo conto della successiva assunzione a tempo indeterminato del lavoratore.
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Abuso contratti a termine LSU: la Cassazione decide
Una lavoratrice, impiegata per anni da un Comune con contratti a termine successivi a un periodo di lavori socialmente utili (LSU), ha chiesto il risarcimento per l'illegittima reiterazione dei contratti. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda, qualificando i contratti come parte di una speciale normativa regionale di stabilizzazione, non soggetta alle tutele europee. La Corte di Cassazione ha cassato la sentenza, affermando che la normativa regionale non può derogare ai principi UE contro l'abuso dei contratti a termine LSU. Il caso è stato rinviato per valutare il diritto al risarcimento, anche alla luce della successiva stabilizzazione della lavoratrice.
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Contratti a termine LSU: la Cassazione e il diritto UE
Un lavoratore, precedentemente impiegato in lavori socialmente utili (LSU), ha impugnato la legittimità di una serie di contratti a termine stipulati con un Comune. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9560/2023, ha annullato la decisione della Corte d'Appello, la quale aveva escluso l'applicabilità delle tutele contro l'abuso dei contratti a termine previste dalla normativa nazionale ed europea. La Suprema Corte ha stabilito che le leggi regionali speciali per la stabilizzazione degli LSU non possono derogare ai principi fondamentali dell'Unione Europea, affermando che il giudice deve valutare la natura effettiva del rapporto di lavoro e riconoscere il diritto al risarcimento del danno (cd. danno comunitario) in caso di reiterazione abusiva, anche se il lavoratore è stato successivamente stabilizzato.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7873/2023, ha respinto il ricorso di alcuni docenti in possesso del diploma magistrale conseguito prima dell'a.s. 2001/2002, negando il loro inserimento nelle graduatorie ad esaurimento. La Corte ha stabilito che il solo possesso del titolo non è sufficiente e che l'annullamento di un decreto ministeriale da parte del giudice amministrativo non estende i suoi effetti a chi non ha impugnato l'atto, consolidando un orientamento restrittivo sull'accesso a tali graduatorie.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7785/2023, ha stabilito che il possesso del diploma magistrale conseguito entro l'anno scolastico 2001/2002 non costituisce titolo sufficiente per l'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento (GAE). La Corte ha rigettato il ricorso di alcune insegnanti, chiarendo che l'accesso a tali graduatorie era riservato a chi era già inserito nelle previgenti graduatorie permanenti al momento della loro trasformazione e chiusura a nuovi inserimenti, disposta dalla legge n. 296/2006.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7681/2023, ha respinto il ricorso di due docenti che chiedevano l'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento in virtù del possesso del diploma magistrale conseguito entro l'anno scolastico 2001/2002. La Corte ha stabilito che tale titolo, da solo, non è sufficiente a garantire l'accesso a tali graduatorie, chiuse a nuovi inserimenti dalla legge n. 296/2006. La decisione conferma un orientamento consolidato, sottolineando che neppure l'annullamento di precedenti decreti ministeriali può creare un diritto automatico all'inserimento per tutti i soggetti non precedentemente inclusi.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
Un gruppo di insegnanti con 'diploma magistrale' ottenuto entro l'a.s. 2001/2002 ha richiesto l'inclusione nelle graduatorie ad esaurimento (GAE). La Corte di Cassazione ha respinto il loro ricorso, ribadendo un principio consolidato: il solo possesso del diploma non è un titolo sufficiente per accedere a tali graduatorie. La Corte ha inoltre chiarito che l'annullamento di un decreto ministeriale da parte del Consiglio di Stato non crea automaticamente un diritto generalizzato all'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento per tutti i docenti.
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Onere della prova: chi deve dimostrare il diritto?
Un candidato escluso da una selezione pubblica fa ricorso. La Corte d'Appello gli dà ragione, invertendo l'onere della prova a carico dell'azienda. La Cassazione corregge: l'onere della prova spetta al candidato che rivendica il diritto. Tuttavia, in base al principio di acquisizione probatoria, il giudice deve valutare anche le prove prodotte dalla controparte, se decisive. La sentenza è cassata con rinvio perché la prova necessaria (la graduatoria completa) era già agli atti e doveva essere considerata.
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Diploma magistrale: no all’inserimento nelle GAE
Una docente con diploma magistrale ha richiesto l'inserimento nelle Graduatorie ad Esaurimento (GAE), vedendo il suo ricorso respinto in primo e secondo grado. La Corte di Cassazione ha rigettato l'appello finale, stabilendo che, sebbene il diploma magistrale sia un titolo abilitante, non è di per sé sufficiente per l'iscrizione nelle GAE. La Corte ha sottolineato che la legge del 2006 ha 'chiuso' tali graduatorie a nuove categorie, salvaguardando solo le posizioni di coloro che già possedevano i requisiti per le precedenti graduatorie permanenti.
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Licenziamento giusta causa: il limite dei permessi
Un rappresentante sindacale è stato licenziato per giusta causa dopo aver superato il monte ore concesso per i permessi sindacali, in violazione di un nuovo accordo aziendale e nonostante un invito a riprendere servizio. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, respingendo le accuse di violazione procedurale, tolleranza aziendale e discriminazione. La sentenza sottolinea come un nuovo accordo collettivo prevalga sulle prassi precedenti e come la mancata ripresa del servizio, a seguito di un richiamo formale, possa integrare la giusta causa di licenziamento.
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Disoccupazione agricola: il calcolo si fa sul salario reale
Una lavoratrice agricola ha richiesto il ricalcolo della sua indennità di disoccupazione agricola basandosi sul vecchio criterio del 'salario medio convenzionale'. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che, a seguito della normativa introdotta nel 2006, l'unico parametro corretto per il calcolo è il 'salario contrattuale', ovvero la retribuzione effettivamente prevista dai contratti collettivi.
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Mancato superamento prova: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una docente licenziata per mancato superamento del periodo di prova. La Corte ha stabilito che un mero errore terminologico nell'atto di recesso e la sua comunicazione via email semplice non sono sufficienti a invalidare il licenziamento. Inoltre, ha ribadito che l'onere di provare una finalità discriminatoria grava interamente sul lavoratore, anche in assenza di poteri istruttori attivati d'ufficio dal giudice.
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Demansionamento infermieri: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 3700/2023, ha confermato la condanna di un'azienda ospedaliera per il demansionamento infermieri. I giudici hanno stabilito che l'assegnazione sistematica e costante a mansioni inferiori, come quelle alberghiere e igienico-sanitarie, costituisce un illecito che lede la dignità professionale e dà diritto al risarcimento del danno, anche se provato in via presuntiva. La carenza di personale non è stata ritenuta una giustificazione valida.
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Lavoro subordinato: quando l’appello è inammissibile
Un'impresa individuale ricorre in Cassazione dopo che i tribunali di merito avevano confermato l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato non dichiarato con due operai, sulla base di un verbale ispettivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile in ogni suo punto, ribadendo che la valutazione dei fatti è riservata ai giudici di merito e chiarendo i limiti all'impugnazione degli atti ispettivi e le rigide condizioni per il ricorso in presenza di una "doppia conforme".
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