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Art. 114 Codice Penale — Anno 2023

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233 provvedimenti

Altri anni per Art. 114 Codice Penale

Concorso nel reato di spaccio: quando la scusa non regge
Tre soggetti venivano fermati in autostrada durante il periodo di emergenza Covid-19 a bordo di un'auto nel cui bagagliaio erano nascosti oltre 12 kg di marijuana. Nonostante i tentativi di depistaggio e la tesi difensiva secondo cui due dei passeggeri fossero semplici spettatori ignari (connivenza non punibile), le indagini svelavano una pianificazione accurata del trasporto. Venivano infatti accertati contatti telefonici costanti, l'uso di due vetture per il viaggio di andata e il rinvenimento a casa di uno di essi di strumenti per il confezionamento della droga. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna a due anni di reclusione per concorso nel reato di spaccio. La Corte ha chiarito che l'onere di allegazione grava sulla difesa quando l'accusa ha fornito prove schiaccianti, escludendo inoltre la concessione di attenuanti o benefici a fronte del comportamento ostruzionistico degli imputati.
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Traffico di stupefacenti: quando lo spaccio diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti operante in Sicilia. Gli imputati gestivano una vera e propria rete commerciale con divisione dei ruoli, cassa comune e disponibilità di armi. I ricorrenti contestavano la loro partecipazione stabile al gruppo e chiedevano la riqualificazione del reato in associazione di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il continuo approvvigionamento di droga dimostra l'adesione al programma criminoso, superando il semplice rapporto di compravendita. Inoltre, la rilevante capacità di rifornimento del gruppo esclude l'ipotesi della lieve entità, rendendo irrilevante la brevità del periodo di osservazione delle forze dell'ordine. Di conseguenza, i ricorrenti perdono il ricorso e sono condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione: condanna confermata anche dopo le scuse
Due soggetti sono stati condannati per il reato di tentata estorsione aggravata in concorso ai danni del titolare di una discoteca. I due avevano intimato alla vittima di assumere quattro addetti alla sicurezza, affermando che si trattava di un ordine proveniente dal carcere. Nonostante il rifiuto della vittima e le successive scuse di uno dei colpevoli, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna. I giudici hanno chiarito che la tentata estorsione si configura anche se la vittima non si lascia intimorire, purché la minaccia sia oggettivamente idonea a condizionarla. Inoltre, le scuse successive non integrano la desistenza volontaria né il recesso attivo, poiché la richiesta estorsiva era già stata formulata e il reato non si è consumato solo per il fermo rifiuto del titolare del locale. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Estorsione aggravata: cantiere minacciato e ricorso respinto
Un imprenditore edile viene costretto a pagare una somma di denaro per la cosiddetta "messa a posto" del proprio cantiere. L'Imputato, insieme ad altri complici, avanza le richieste estorsive utilizzando minacce gravi, tra cui l'uso di armi da guerra. Condannato in appello, L'Imputato ricorre in Cassazione contestando l'applicazione delle aggravanti e il diniego delle attenuanti. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici confermano la sussistenza del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla presenza di più persone riunite. La richiesta di "messa a posto" implica di per sé l'uso del metodo mafioso, poiché presuppone il controllo criminale del territorio. Inoltre, il risarcimento offerto è stato ritenuto insufficiente a coprire il grave danno morale subito dalla vittima, escludendo così ogni sconto di pena.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanne definitive
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina e ricettazione a carico di due soggetti, dichiarando l'inammissibilità del ricorso per cassazione da loro proposto. I ricorrenti avevano contestato la ricostruzione dei fatti e il ruolo di palo di uno di essi, basandosi sulla testimonianza di un teste e sull'asserita inattendibilità delle accuse dei coimputati. La Suprema Corte ha stabilito che i ricorsi sono inammissibili poiché si sono limitati a riprodurre pedissequamente i motivi già presentati in appello, senza confrontarsi con la motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, i giudici hanno condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Concorso nel reato di rapina: l’esca rischia i domiciliari
Il Tribunale di Bologna confermava la misura degli arresti domiciliari per un indagato accusato di concorso nel reato di rapina e tentata estorsione. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo il ruolo marginale del soggetto e la mancanza di prove dirette sulla sua partecipazione attiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ruolo dell'indagato non era affatto marginale, avendo egli attirato la vittima in un'imboscata e partecipato attivamente alle trattative estorsive. La Cassazione ha ribadito che non spetta al giudice di legittimità rivalutare il merito delle prove, ma solo verificare la coerenza logica della motivazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale: quando la mancata consegna diventa reato
Un uomo ha messo in vendita un bene su un sito internet, incassando il pagamento su una carta Postepay a lui intestata e conducendo le trattative tramite la propria utenza telefonica, senza mai consegnare la merce. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale, respingendo la tesi della difesa che qualificava l'episodio come un semplice inadempimento civilistico. I giudici hanno evidenziato la preordinata volontà di raggirare l'acquirente al solo scopo di incassare il denaro. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: la casa condanna la convivente
Tre imputati sono stati condannati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La polizia ha rinvenuto nell'abitazione di due di essi circa 150 dosi di cocaina, strumenti di confezionamento, appunti contabili e un sistema di videosorveglianza. La difesa sosteneva l'uso personale e l'estraneità della convivente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne a quattro anni di reclusione e 18.000 euro di multa ciascuno. I giudici hanno chiarito che la stabilità dell'attività illecita, unita alla presenza di strumenti di spaccio nella casa comune, dimostra la consapevole partecipazione della convivente. Inoltre, la Cassazione non può rivalutare le prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente.
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Rapina aggravata: il ruolo marginale non cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un gruppo di soggetti responsabili di una rapina aggravata ai danni di un TIR. I complici avevano impugnato la sentenza contestando il mancato riconoscimento dell'attenuante della minima partecipazione e l'uso dell'individuazione fotografica effettuata dal custode dell'autoparco. I giudici hanno stabilito che l'attenuante della minima partecipazione è incompatibile quando i partecipanti sono cinque o più. Inoltre, l'individuazione fotografica è un mezzo di prova pienamente valido anche senza una preventiva descrizione fisica del soggetto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di rapina: la Cassazione nega sconti al complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di rapina. I giudici di merito avevano accertato la sua responsabilità a titolo di concorso nel reato di rapina, basandosi sulle dichiarazioni attendibili della vittima e sui riscontri dei carabinieri. L'imputato contestava la sussistenza del dolo e chiedeva l'applicazione dell'attenuante per la minima partecipazione. La Suprema Corte ha chiarito che tali contestazioni richiedono una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Estorsione pluriaggravata: no allo sconto di pena in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di estorsione pluriaggravata in concorso. I giudici di merito avevano stabilito l'equivalenza tra le circostanze attenuanti generiche e le aggravanti contestate, riducendo parzialmente la pena. I ricorrenti contestavano tale bilanciamento, chiedendo la prevalenza delle attenuanti. Uno di essi lamentava anche la mancata concessione dell'attenuante della minima partecipazione e la mancata esclusione della recidiva. La Suprema Corte ha confermato la correttezza della decisione precedente, evidenziando la gravità dei fatti e la pericolosità sociale dei soggetti, desumibile dai loro precedenti penali. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso in rapina aggravata: condannati i complici senza bottino
Due soggetti sono stati condannati per concorso in rapina aggravata. Mentre un coimputato sottraeva materialmente il portafoglio alla vittima, i due ricorrenti la minacciavano con bottiglie di vetro rotte per garantire la fuga e il possesso della refurtiva. La difesa sosteneva l'estraneità dei due, evidenziando che non erano scappati subito e che non erano stati trovati frammenti di vetro o denaro addosso a loro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la ricostruzione dei fatti spetta ai giudici di merito e che la testimonianza della vittima è attendibile e riscontrata. Inoltre, l'intervento attivo con minacce esclude la partecipazione di minima importanza, avendo consentito di mantenere il possesso del bottino.
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Bancarotta fraudolenta patrimoniale: il dubbio salva i parenti
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna per bancarotta fraudolenta patrimoniale inflitta a due donne, rispettivamente moglie e suocera dell'amministratore di una società fallita. I giudici di merito avevano qualificato come distrazioni alcuni flussi finanziari verso le loro aziende, basandosi solo sui rapporti di parentela e sulla contabilità incompleta della fallita. La Suprema Corte ha accolto il ricorso evidenziando un grave vizio di motivazione: i giudici non hanno verificato se i pagamenti fossero giustificati da reali rapporti commerciali, configurando al massimo una bancarotta preferenziale. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Furto in abitazione: il palo non è marginale e viene condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato a quattro anni di reclusione per plurimi episodi di furto in abitazione. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti basata sui rilevamenti GPS e chiedeva il riconoscimento delle attenuanti generiche e della partecipazione di minima importanza, avendo svolto solo il ruolo di "palo". I giudici hanno chiarito che il ruolo di vedetta non è affatto marginale, poiché facilita il reato e garantisce l'impunità dei complici. Inoltre, la presenza di precedenti penali e la complessa organizzazione della banda escludono la concessione delle attenuanti. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di devastazione: da semplice danno a rivolta in carcere
Durante una rivolta nel carcere di Rebibbia nel marzo 2020, scoppiata per la sospensione dei colloqui a causa della pandemia, due detenuti hanno partecipato a gravi disordini. I soggetti hanno appiccato incendi, saccheggiato le infermerie e distrutto impianti e condizionatori. Condannati in primo e secondo grado a quattro anni di reclusione, i ricorrenti hanno proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto come semplice danneggiamento. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna per il reato di devastazione. I giudici hanno chiarito che, quando la distruzione di beni è così vasta da minacciare l'ordine pubblico e la sicurezza collettiva, non si tratta di un semplice danno patrimoniale, ma del più grave reato di devastazione, nel quale rimangono assorbiti i singoli danneggiamenti.
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Falso grossolano e banconote: la Cassazione nega l’impunità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per detenzione e spendita di banconote contraffatte. L'imputato sosteneva l'esistenza di un falso grossolano, configurando l'ipotesi di reato impossibile, e invocava la desistenza dal reato per essersi autodenunciato. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che il falso grossolano si configura solo se la contraffazione è riconoscibile ictu oculi (a prima vista) da chiunque, senza particolari competenze o straordinaria diligenza. Inoltre, l'autodenuncia non cancella la rilevanza penale della detenzione di banconote false fino al momento del loro ritrovamento. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di rapina: condanna definitiva per la spalla
Un uomo è stato condannato per il reato di rapina in concorso con altri soggetti. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che il ruolo dell'imputato fosse marginale, essendosi egli limitato a chiedere una sigaretta alla vittima mentre i complici compivano l'azione criminosa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità, specialmente in presenza di una doppia decisione conforme di condanna nei gradi precedenti. Di conseguenza, la Corte ha confermato la responsabilità penale per il concorso nel reato di rapina, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di spaccio: quando nascondere la droga è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una coppia sorpresa con 28,5 grammi di cocaina. La donna aveva nascosto la sostanza stupefacente nel proprio reggiseno per sottrarla ai controlli delle forze dell'ordine. La difesa sosteneva che la condotta della moglie costituisse una semplice connivenza non punibile o, al massimo, una partecipazione di minima importanza. I giudici hanno invece ritenuto che nascondere la droga integri un pieno concorso nel reato di spaccio, in quanto ha fornito un contributo concreto e rilevante per eludere i controlli di polizia. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando entrambi gli imputati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Recupero crediti violento: non è giustizia, è tentata estorsione
Un uomo viene condannato per tentata estorsione per aver aiutato un conoscente a recuperare un prestito con minacce e aggressioni. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice 'esercizio arbitrario delle proprie ragioni', un reato meno grave. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi e confermato la condanna. La Corte ha stabilito che la richiesta di interessi sproporzionati e non pattuiti rendeva la pretesa ingiusta e non tutelabile legalmente. Inoltre, le minacce rivolte anche a terzi estranei al debito qualificano il fatto come una vera e propria tentata estorsione. L'appello è stato dichiarato inammissibile, rendendo la sentenza definitiva.
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Rapina aggravata in concorso: condannato anche chi non agisce
Un uomo, evaso dal carcere insieme ad altri, partecipa a una rapina in un'officina per rubare un'auto e garantirsi la fuga. Viene condannato per rapina aggravata in concorso. La sua difesa sostiene che il suo contributo sia stato minimo, essendo arrivato a reato quasi concluso. La Corte di Cassazione, però, conferma la condanna. I giudici stabiliscono un principio importante: nel reato di rapina aggravata in concorso, anche la sola presenza fisica sul luogo del delitto costituisce una partecipazione punibile. Questo perché la presenza di più persone rafforza la minaccia e l'intimidazione verso la vittima, facilitando la commissione del reato. La condanna è quindi definitiva.
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