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Violenza Sessuale

17 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La violenza sessuale è, secondo la definizione del codice penale italiano, la costrizione mediante violenza o minaccia a compiere o subire atti sessuali. In proposito si parla comunemente anche di stupro o (nel caso abbia luogo la congiunzione carnale) di violenza carnale. Lo stupro è considerato un grave crimine nella gran parte degli ordinamenti e presenta specifiche difficoltà per quanto riguarda la sua repressione penale. È considerato anche come mezzo per la guerra psicologica da attuare sulle popolazioni dei territori occupati e pertanto considerato in tal caso anche come crimine di guerra.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Violenza sessuale su minore: il silenzio non è mai consenso
Un uomo ha subito la condanna per il reato di violenza sessuale aggravata ai danni della figlia minorenne della propria compagna. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione per chiedere la derubricazione del fatto in atti sessuali con minorenne. La difesa ha sostenuto l'assenza di violenza fisica o di un espresso dissenso da parte della giovane vittima. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la violenza sessuale sussiste anche di fronte ad atti repentini compiuti a sorpresa. Il silenzio della persona offesa non equivale mai a consenso. La reiterazione dei gesti nel tempo non trasforma la condotta in un rapporto consensuale. L'imputato deve scontare la pena della reclusione e pagare le spese processuali.
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Violenza sessuale: dall’accordo iniziale alla condanna finale
L'Imputato è stato condannato per il reato di violenza sessuale per aver costretto una ragazza a un rapporto completo nei bagni di un locale. La Vittima aveva acconsentito a una fase iniziale di baci, ma ha poi opposto un netto rifiuto al prosieguo. L'Imputato ha abusato dello stato di alterazione alcolica della giovane. In sede di legittimità, la difesa ha richiesto la perizia genetica sui reperti e ha contestato la percezione del dissenso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la piena attendibilità della persona offesa, avvalorata dalle testimonianze delle amiche e dal referto medico. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violenza sessuale: la resa della vittima non equivale a consenso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per un uomo accusato del reato di violenza sessuale ai danni di una ragazza. L'aggressione si era consumata all'interno di un'autovettura dopo una serata trascorsa insieme. La difesa dell'imputato sosteneva l'inattendibilità della vittima e l'esistenza di un presunto consenso, facendo leva sulla vita privata della donna, sull'assenza di ecchimosi visibili e sulla successiva resa passiva all'atto. I giudici hanno chiarito che le abitudini sessuali pregresse e la condotta provocatoria precedente sono totalmente irrilevanti per escludere la violenza sessuale. Il consenso deve sussistere nel momento esatto dell'atto. La resa fisica successiva alla costrizione non equivale ad assenso, rendendo la testimonianza della vittima prova pienamente valida.
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Violenza sessuale: la condanna è definitiva nonostante il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a cinque anni di reclusione per il reato di violenza sessuale. L'imputato contestava il mancato rispetto del termine di quaranta giorni per comparire introdotto dalla riforma Cartabia e l'attendibilità della vittima. I giudici hanno chiarito che le nuove regole procedurali si applicano solo alle impugnazioni presentate dopo il primo luglio 2024. Inoltre, la Cassazione ha confermato il principio della doppia conforme: quando i giudici di primo e secondo grado concordano sulla ricostruzione dei fatti e sulle prove, la Suprema Corte non può rivalutare il merito della decisione, rendendo inammissibile la semplice ripetizione dei motivi d'appello. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva.
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Palpeggiamenti sono violenza sessuale: condanna definitiva
Un uomo è stato condannato in via definitiva per violenza sessuale per aver palpeggiato il seno di una donna e aver tentato di abbassarle i pantaloni. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, ritenendolo infondato. I giudici hanno confermato che la testimonianza della vittima, se ritenuta credibile e coerente, è una prova sufficiente per la condanna in casi di violenza sessuale. La difesa dell'imputato, basata su presunti errori di identificazione e un alibi, non ha scalfito la logicità delle sentenze precedenti. È stata negata anche la richiesta di una riduzione della pena.
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Violenza sessuale: condanna valida con ispezione senza mandato
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna a tre anni per violenza sessuale continuata. L'imputato aveva contestato la validità di un'ispezione domiciliare eseguita dalla polizia senza autorizzazione preventiva del giudice. La Corte ha respinto il ricorso, stabilendo che l'atto era legittimo perché rientrava tra le attività urgenti di indagine necessarie a non disperdere le prove subito dopo la notizia del reato. È stata inoltre negata la concessione di ulteriori attenuanti a causa della gravità dei fatti e della personalità negativa dell'imputato. La condanna è quindi diventata definitiva.
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Violenza sessuale: i limiti del ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per violenza sessuale. Il ricorrente aveva tentato di contestare nuovamente la propria responsabilità penale, nonostante tale questione fosse già preclusa a seguito di un precedente annullamento con rinvio limitato esclusivamente alla valutazione dell'attenuante della minore gravità. La Suprema Corte ha inoltre rilevato che le doglianze relative all'entità della riduzione di pena erano aspecifiche, in quanto non si confrontavano con la logica coerente espressa dai giudici di merito.
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Violenza sessuale: inammissibile il ricorso generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per violenza sessuale alla pena di 4 anni e 6 mesi. Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento dell'attenuante della minore gravità, ma la Corte ha rilevato che il motivo di ricorso era una mera riproposizione di quanto già discusso in appello. I giudici hanno confermato la gravità del fatto basandosi sulla veemenza dell'aggressione, sulla vulnerabilità della vittima e sul contesto domestico, sottolineando che l'azione si è interrotta solo per una reazione estrema della persona offesa.
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Violenza sessuale: limiti del ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per violenza sessuale e lesioni personali. Il ricorrente lamentava un'errata valutazione delle prove, basata principalmente sulle dichiarazioni della vittima. La Suprema Corte ha ribadito che il controllo sulla valutazione della prova spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere oggetto di sindacato in sede di legittimità. Inoltre, è stata confermata l'attendibilità della persona offesa, supportata da riscontri medici e testimonianze, sottolineando che la mera riproposizione dei motivi d'appello senza critiche specifiche rende il ricorso inammissibile.
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Violenza sessuale: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per violenza sessuale e violazione di domicilio. L'imputato si era introdotto con la forza nell'abitazione della vittima, spingendola all'interno e compiendo atti sessuali. La difesa contestava l'attendibilità della persona offesa e le modalità di riconoscimento fotografico. La Suprema Corte ha confermato che la testimonianza della vittima costituisce prova piena se coerente e che la querela è valida anche se non indica i termini giuridici esatti, purché descriva i fatti con precisione.
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Violenza sessuale: la Cassazione sul contatto fisico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per violenza sessuale ai sensi dell'art. 609-bis c.p. L'imputato aveva tentato di riqualificare la condotta come violenza privata, sostenendo l'assenza di contatto fisico e un vizio totale di mente. Tuttavia, le videoregistrazioni hanno confermato il palpeggiamento dell'interno coscia della vittima, zona considerata erogena. La Suprema Corte ha ribadito che il vizio parziale di mente, accertato in sede di merito, non esclude il dolo e la responsabilità penale, confermando la pena e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Violenza sessuale: la manata sul gluteo è reato
La Corte di Cassazione conferma che una manata repentina sui glutei costituisce reato di violenza sessuale. Nel caso di specie, due imputati sono stati condannati per rapina aggravata in concorso e uno di loro anche per violenza sessuale. La Corte ha ritenuto irrilevante la specifica finalità dell'agente, focalizzandosi sulla natura oggettivamente sessuale dell'atto che invade la sfera intima della vittima. L'appello di un imputato è stato parzialmente accolto solo per un vizio procedurale relativo alla mancata concessione del beneficio della non menzione.
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Violenza sessuale: il toccamento fugace è reato
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un uomo condannato per violenza sessuale a seguito di un toccamento fugace. Secondo la Corte, anche un atto subdolo e repentino su zone erogene integra il reato, senza che sia necessaria una violenza palese. Il ricorso è stato giudicato generico e infondato.
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Violenza sessuale: Cassazione su prova e gravità del fatto
La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un uomo condannato per violenza sessuale. La Corte conferma che la testimonianza della vittima può essere prova sufficiente e che la presenza di penetrazione, unita alla violenza, esclude l'attenuante della minore gravità del fatto.
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Violenza sessuale: la credibilità della vittima ubriaca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per violenza sessuale ai danni di una donna in stato di inferiorità psico-fisica dovuto ad alcol e farmaci. La sentenza chiarisce due punti cruciali: la testimonianza della vittima è pienamente valida anche in tali condizioni, se coerente e riscontrata; gli accertamenti sul DNA sono considerati 'ripetibili' se la quantità di materiale genetico è sufficiente, non richiedendo quindi le garanzie difensive speciali.
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Violenza sessuale: il consenso deve esserci sempre
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per violenza sessuale. La sentenza sottolinea un principio fondamentale: nei rapporti sessuali è la presenza del consenso, e non la manifestazione del dissenso, a determinare la liceità dell'atto. Un'azione repentina, che sorprende la vittima, integra la violenza richiesta dal reato. La Corte ha ritenuto irrilevanti i presunti comportamenti ambigui della vittima, confermando che il consenso deve perdurare per tutta la durata dell'interazione.
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Consenso informato medico: quando diventa reato?
La Corte di Cassazione conferma la condanna per violenza sessuale a carico di un medico che ha eseguito una visita intima senza un adeguato consenso informato medico. La sentenza sottolinea che un'informazione vaga o incompleta al paziente rende l'atto illecito, configurando un abuso della professione. Il medico non può invocare l'errore sulla volontà del paziente se ha consapevolmente omesso di fornire tutte le spiegazioni necessarie sulla natura e le finalità della manovra.
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