Un soggetto, condannato per spaccio di stupefacenti sulla base di un'identificazione avvenuta tramite filmati di videosorveglianza, ha presentato ricorso in Cassazione. Contestava sia il metodo di identificazione sia il mancato riconoscimento del vincolo di continuazione con un reato precedente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'identificazione effettuata da un operatore di polizia tramite video costituisce una valida prova atipica e che la reiterazione dei reati, in questo caso, indicava una scelta di vita delinquenziale piuttosto che un medesimo disegno criminoso.
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