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Tribunale Di Sorveglianza

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2315 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Proroga del regime di 41-bis: la Cassazione blinda il carcere duro
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime di 41-bis per un detenuto ritenuto esponente di vertice di un sodalizio criminale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva motivato la decisione basandosi sulla pregressa latitanza, sulla persistente attività del clan e sulla concreta capacità del soggetto di mantenere contatti con l'esterno. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, in quanto privo di argomentazioni idonee a contrastare la logica e la completezza del provvedimento impugnato, confermando la necessità della misura per la tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica.
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Regime di carcere duro: confermata la proroga per il boss
Il Tribunale di sorveglianza ha prorogato il regime di carcere duro per un detenuto di spicco appartenente a un sodalizio criminale. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione contestando la decisione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il Tribunale ha correttamente accertato la persistente capacità del soggetto di mantenere contatti con la criminalità organizzata e la sua elevata pericolosità sociale. Di conseguenza, la proroga del regime speciale è legittima per tutelare l'ordine e la sicurezza pubblica. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata: reati successivi cancellano lo sconto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per un semestre specifico. La decisione si basa sulla commissione di gravi reati di droga in un periodo successivo, che dimostrano l'assenza di una reale rieducazione. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la valutazione dovesse limitarsi al singolo semestre. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione della condotta può estendersi anche a periodi contigui se emergono comportamenti di eccezionale gravità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Collaborazione impossibile: quando il silenzio costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di accertamento della collaborazione impossibile presentata da un detenuto condannato per reati legati al traffico di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando che l'interessato non ha fornito elementi utili a ricostruire integralmente la rete criminale e i suoi partecipanti. Per ottenere il riconoscimento della collaborazione impossibile, non basta una ricostruzione parziale dei fatti, ma occorre dimostrare l'impossibilità oggettiva di offrire ulteriori dettagli rilevanti per le indagini. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato senza permessi
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un detenuto condannato per rapina, percosse e altri reati. La decisione si fonda sul fatto che il percorso rieducativo del condannato e ancora all'inizio, non avendo egli mai sperimentato misure di liberta parziale, come i permessi premio, utili a testarne l'affidabilita all'esterno. Inoltre, il domicilio proposto e stato ritenuto inidoneo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando che la valutazione del giudice di merito e logica e coerente. Il ricorrente e stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Liberazione anticipata: reati in libertà bloccano lo sconto
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per due semestri di pena non continuativi. Durante i periodi di libertà tra una frazione di detenzione e l'altra, l'uomo aveva commesso due reati legati agli stupefacenti. Il detenuto ha fatto ricorso, sostenendo che la condotta da valutare fosse solo quella tenuta in carcere. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che i reati commessi nei periodi di libertà intermedi sono rilevanti. Essi dimostrano la mancanza di una reale volontà di rieducazione, interrompendo la continuità del percorso di reinserimento sociale. Di conseguenza, il detenuto perde il beneficio e deve pagare le spese processuali.
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Revoca della detenzione domiciliare: no al taglio senza prove
Il Tribunale di Sorveglianza aveva disposto la revoca della detenzione domiciliare nei confronti di un soggetto sottoposto a programma di protezione. La decisione si fondava sulla segnalazione che l'uomo continuasse ad allontanarsi da casa per recarsi al lavoro, nonostante fosse stato licenziato. La difesa ha contestato la mancanza di prove reali del licenziamento, basato solo su una telefonata del datore di lavoro ai Carabinieri. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la revoca della detenzione domiciliare non può essere una mera convalida automatica della sospensione cautelare. Il giudice deve svolgere una verifica approfondita e motivata sull'effettiva sussistenza della violazione. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Video-colloqui in carcere: sì ai contatti anche in 41-bis
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza che consentiva a un detenuto in regime di massima sicurezza di effettuare video-colloqui in carcere con i propri familiari tramite computer, in sostituzione dei tradizionali incontri in presenza durante la pandemia. Il Ministero sosteneva che mancassero i presupposti di eccezionalità richiesti dalla legge. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità dei video-colloqui. I giudici hanno stabilito che l'emergenza sanitaria ha integrato quella situazione di grave difficoltà che giustifica l'uso della tecnologia per preservare i legami familiari, anche per chi è sottoposto al regime speciale, purché si utilizzino piattaforme sicure e controllate.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al diniego per povertà
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato a un uomo, condannato a tre mesi di reclusione, le misure dell'affidamento in prova al servizio sociale e della detenzione domiciliare. I giudici avevano motivato il rifiuto basandosi solo sui precedenti penali e sulla mancanza di reddito del nucleo familiare, ritenendo elevato il rischio di nuovi reati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione. La Suprema Corte ha stabilito che il diniego non può fondarsi su formule generiche o sulla mera assenza di reddito. È invece necessaria un'attenta e approfondita valutazione della personalità del condannato e del suo percorso rieducativo, analizzando gli elementi concreti del caso. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no a rigetti automatici
Il Tribunale di Sorveglianza aveva concesso la detenzione domiciliare a un condannato, ma aveva respinto la sua richiesta di affidamento in prova al servizio sociale. La decisione si fondava esclusivamente sulla mancanza di un lavoro stabile e su una precedente condanna per associazione mafiosa. Il condannato ha proposto ricorso, lamentando la mancata valutazione della sua personalità complessiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il rigetto dell'affidamento in prova al servizio sociale non può basarsi solo su elementi automatici o parziali. I giudici devono compiere un'analisi approfondita e concreta della personalità del soggetto, valutando tutti gli indici previsti dalla legge. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Revoca dell’affidamento in prova: la Cassazione punisce chi sgarra
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un condannato contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, che aveva disposto la revoca dell'affidamento in prova a causa di gravi e ripetute violazioni delle prescrizioni. Il condannato era stato sorpreso a frequentare un soggetto con precedenti penali per droga. La Suprema Corte ha chiarito che la revoca dell'affidamento in prova non è automatica, ma richiede una valutazione discrezionale del giudice sulla gravità del comportamento e sulla sua incompatibilità con la prosecuzione della misura. Nel caso specifico, la decisione del giudice di merito è risultata logica e ben motivata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata: la condotta regolare non salva dall’evasione
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per il periodo di custodia cautelare tra il 2018 e il 2020. Nonostante la condotta apparentemente regolare nei semestri considerati, l'uomo è stato successivamente arrestato per evasione e spaccio di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del detenuto, confermando che la commissione di nuovi gravi reati, anche se successivi, dimostra la mancanza di una reale adesione al percorso di rieducazione. Di conseguenza, la condotta precedente è stata ritenuta solo strumentale all'ottenimento del beneficio. Il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Proroga del regime 41-bis: il boss resta al carcere duro
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime 41-bis per un detenuto ritenuto al vertice di un'associazione mafiosa ancora attiva sul territorio. Il detenuto ha proposto ricorso per Cassazione lamentando violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che il provvedimento impugnato dimostra in modo logico e completo la permanenza del pericolo concreto di contatti tra il detenuto e la criminalità organizzata. I giudici hanno inoltre rilevato che il ricorrente ha riallacciato i rapporti con il clan durante i periodi di libertà tra le varie carcerazioni. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la legittimità della misura e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Competenza territoriale della sorveglianza: conta il domicilio
Il caso esamina la competenza territoriale della sorveglianza per un soggetto in stato di libertà che ha richiesto l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare dopo un cumulo di pene. Il Tribunale di Palermo ha rigettato l'istanza ritenendosi competente sulla base di un vecchio procedimento. La Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che per i condannati non detenuti la competenza appartiene al tribunale del luogo di residenza o domicilio al momento della richiesta, escludendo l'applicazione della perpetuatio jurisdictionis per nuove istanze autonome. L'ordinanza è stata annullata con trasmissione degli atti al Tribunale di Roma.
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Permesso premio negato: buona condotta non basta per uscire
Il Tribunale di sorveglianza nega a un detenuto la concessione di un permesso premio, ritenendo prematuro l'avvio di trattamenti esterni e non provata la recisione dei legami con la criminalità organizzata. Il detenuto ricorre in Cassazione, sostenendo che la precedente concessione della liberazione anticipata dimostrasse la regolarità della sua condotta. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando che non esiste alcun automatismo tra la liberazione anticipata e il permesso premio. Il giudice di sorveglianza deve valutare autonomamente la pericolosità sociale e l'idoneità del percorso rieducativo del condannato, senza essere vincolato da precedenti benefici. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Affidamento in prova: stop alle contraddizioni dei giudici
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de Il Condannato contro l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che negava l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale aveva basato il rifiuto sulla mancanza di lavoro e su un reato pendente. Tuttavia, la Cassazione ha rilevato una palese contraddizione: lo stesso Tribunale aveva autorizzato il soggetto a uscire per lavorare durante la detenzione domiciliare. Inoltre, i giudici hanno chiarito che, per concedere l'affidamento in prova al servizio sociale, non serve una completa revisione critica del passato, ma basta che tale percorso sia avviato. È necessario valutare il comportamento successivo alla condanna, senza limitarsi ai carichi pendenti. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Detenzione domiciliare: no al diniego basato solo su vecchi reati
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha negato a un condannato le misure alternative dell'affidamento in prova e della detenzione domiciliare, basandosi su vecchi precedenti penali e su valutazioni negative dei Carabinieri. Il condannato ha proposto ricorso, evidenziando l'idoneità del proprio domicilio e l'assenza di denunce recenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla detenzione domiciliare. I giudici di legittimità hanno stabilito che la presenza di vecchi precedenti e le valutazioni morali non sono sufficienti a negare la misura se il domicilio è idoneo e non vi è pericolo di fuga. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Sottoscrizione del ricorso per cassazione: vietato il fai da te
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta del Condannato di scontare la pena presso il proprio domicilio. Il Condannato ha quindi proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione, firmando personalmente l'atto di tasca propria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge prevede infatti che la sottoscrizione del ricorso per cassazione debba essere effettuata obbligatoriamente da un difensore abilitato e iscritto all'albo speciale dei cassazionisti, a pena di nullità insanabile. Di conseguenza, il Condannato ha perso il ricorso ed è stato condannato a pagare le spese del processo, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della cassa delle ammende.
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Revoca dell’affidamento terapeutico: nullo l’atto senza notifica
Il Tribunale di Sorveglianza di Brescia aveva disposto la revoca dell'affidamento terapeutico nei confronti di un condannato che si era allontanato dalla comunità terapeutica rendendosi irreperibile. Successivamente rintracciato e detenuto in carcere, il condannato non ha ricevuto la notifica dell'avviso di fissazione dell'udienza per la discussione della revoca, notificata solo al difensore d'ufficio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che l'omessa notifica dell'avviso di udienza al detenuto configura una nullità assoluta e insanabile del provvedimento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo giudizio nel rispetto delle garanzie difensive.
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Revoca dell’affidamento in prova: la violenza costa la libertà
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova al servizio sociale con effetto retroattivo per un condannato. L'uomo ha violato gravemente le prescrizioni: ha consumato alcol e cocaina, ha violato il coprifuoco notturno e ha minacciato e trattenuto una donna in un albergo. Pochi giorni prima, le forze dell'ordine erano già intervenute presso la sua abitazione per un altro episodio problematico. La difesa ha contestato la retroattività della revoca, sostenendo che un anno di condotta regolare non potesse essere cancellato da due episodi isolati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della revoca dell'affidamento in prova con effetto retroattivo. I giudici hanno evidenziato che la gravità delle violazioni dimostra il totale fallimento del percorso di risocializzazione, rendendo irrilevante il precedente comportamento corretto.
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