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Tribunale Del Riesame — Anno 2023

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358 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Tribunale Del Riesame

Provvedimenti

Sequestro preventivo finalizzato alla confisca: il Riesame sana
L'Amministratrice di una società ha impugnato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di oltre tre milioni di euro, disposto per un reato di dichiarazione infedele. La difesa sosteneva la nullità del provvedimento perché il Giudice per le indagini preliminari non aveva motivato il pericolo nel ritardo (periculum in mora), ritenendolo implicito nella confiscabilità dei beni. Il Tribunale del Riesame aveva però integrato tale motivazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Amministratrice, confermando la legittimità del sequestro. I giudici hanno stabilito che l'errore di diritto del primo giudice non equivale a una totale mancanza grafica di motivazione. Di conseguenza, il Tribunale del Riesame ha il pieno potere di integrare e correggere la motivazione carente, salvando la validità della misura cautelare.
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Compensazione di crediti inesistenti: salvo il commercialista
Il Tribunale del Riesame ha annullato il sequestro preventivo a carico di un commercialista accusato del reato di compensazione di crediti inesistenti. La Procura ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il professionista avrebbe dovuto accorgersi della frode tramite verifiche più approfondite, configurando un dolo eventuale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. I giudici hanno confermato che il semplice invio di tre modelli F24, a fronte di oltre cento totali della società, non dimostra la consapevolezza della frode da parte del commercialista. Mancando prove del dolo, il sequestro dei beni del professionista resta annullato.
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Doppia presunzione cautelare: il carcere resiste al tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due indagati contro la custodia cautelare in carcere confermata dal Tribunale del Riesame. I soggetti sono accusati di associazione mafiosa, usura e detenzione di armi. La Suprema Corte ha ribadito che per il reato di associazione mafiosa opera la doppia presunzione cautelare di pericolosità e adeguatezza del carcere. Spetta alla difesa dimostrare il venir meno delle esigenze cautelari, non essendo sufficiente il solo decorso del tempo o il decesso di un complice. Inoltre, è stata confermata l'usura in concreto per la sproporzione tra il prestito e gli interessi applicati a un imprenditore in difficoltà. I ricorrenti restano in carcere e dovranno pagare le spese processuali.
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Estorsione aggravata: la Cassazione annulla la scarcerazione
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo l'accusa, l'indagato aveva costretto il direttore di un villaggio turistico ad assumere soggetti vicini alla criminalità organizzata e ad affidare il servizio lavanderia a una specifica ditta. Il Tribunale aveva escluso i gravi indizi valorizzando solo una dichiarazione della vittima che parlava di semplici suggerimenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, rilevando che il giudice del riesame ha omesso di valutare l'intero quadro indiziario, comprese le altre dichiarazioni della vittima sulle minacce subite e le intercettazioni telefoniche. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Custodia cautelare in carcere: la cella non cancella le accuse
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata. La difesa sosteneva l'insufficienza degli indizi, evidenziando che l'indagato si trovava in stato di detenzione durante alcuni degli episodi contestati e contestando l'attendibilità delle intercettazioni telefoniche e delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, ritenendo logica e coerente la ricostruzione del Tribunale del Riesame. Le prove raccolte, comprese le conversazioni tra i sodali, dimostrano il ruolo di vertice dell'indagato nella gestione delle estorsioni legate alle attività agricole, anche durante i periodi di detenzione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Termine per il ricorso in cassazione: ritardo fatale in carcere
L'Indagato ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la misura della custodia in carcere per vari reati, tra cui l'incendio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché presentato oltre il termine perentorio stabilito dalla legge. L'ordinanza era stata notificata all'indagato il 16 marzo 2023 e al difensore il 14 marzo 2023, mentre il ricorso è stato depositato solo il 13 aprile 2023. Il mancato rispetto del termine per il ricorso in cassazione, fissato in dieci giorni dall'art. 311 c.p.p., comporta la decadenza dal diritto di impugnazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende, confermando la misura cautelare in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: il video incastra la ladra
L'Indagata è accusata di furto in abitazione aggravato per aver svaligiato una villetta insieme a dei complici. Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere, decisione impugnata dalla difesa che lamentava la mancata trasmissione dei video di sorveglianza e l'assenza di un'autonoma valutazione del giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il pubblico ministero non deve trasmettere i file video originali se i loro contenuti sono già descritti nei verbali di polizia. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è pienamente giustificata dalla gravità del fatto, dai numerosi precedenti penali dell'indagata, dall'uso di falsi nomi e dal rischio concreto di fuga o di nuovi reati, rendendo inadeguati i semplici arresti domiciliari.
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Misure cautelari personali: liberta e rischio improbabile
Il Tribunale del Riesame dichiarava inammissibile per carenza di interesse l'appello de L'Indagato contro la decisione del GIP, che aveva sostituito la custodia in carcere con gli arresti domiciliari. Il GIP aveva ritenuto sussistente il pericolo di reiterazione del reato, pur definendolo improbabile. L'Indagato contestava questa contraddizione, chiedendo la revoca totale della misura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che sussiste un interesse concreto a impugnare le decisioni sulle misure cautelari personali qualora si contesti la reale sussistenza delle esigenze cautelari. La Corte ha quindi annullato il provvedimento, rinviando gli atti al Tribunale per un nuovo esame sulla reale sussistenza del pericolo.
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Gravi indizi di colpevolezza: libero il fornitore dei falsari
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame ha revocato gli arresti domiciliari a un fornitore, accusato di associazione a delinquere, ricettazione ed emissione di fatture false per aver fornito tappi a un sodalizio dedito alla contraffazione di alcolici. Il Tribunale aveva escluso la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, ritenendo il fornitore un semplice intermediario commerciale inconsapevole del disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. I giudici di legittimità hanno ribadito che la valutazione sulla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza spetta esclusivamente al giudice di merito. Se la motivazione del provvedimento cautelare è logica, coerente e priva di contraddizioni, la Cassazione non può rivalutare le prove o sovrapporre la propria ricostruzione dei fatti a quella già espressa nel provvedimento impugnato.
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Scadenza dei termini nei giorni festivi: la PEC salva il ricorso
Il Tribunale del Riesame aveva dichiarato inammissibile, perché ritenuto tardivo, il ricorso presentato dal difensore di un indagato sottoposto agli arresti domiciliari. Il ricorso era stato inviato tramite PEC il lunedì successivo alla domenica in cui scadeva il termine di dieci giorni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che la regola sulla scadenza dei termini nei giorni festivi si applica pienamente anche alle impugnazioni inviate tramite posta elettronica certificata. Di conseguenza, se il termine scade di domenica, la scadenza è prorogata di diritto al lunedì successivo. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato gli atti al Tribunale per un nuovo esame del caso.
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Misure cautelari: la Cassazione valorizza le prove della difesa
Il Tribunale del Riesame aveva confermato gli arresti domiciliari per un indagato accusato di reati societari. La difesa aveva presentato indagini difensive contenenti e-mail e dichiarazioni di un commercialista che dimostravano l'estraneità dell'indagato a una specifica trattativa. I giudici di merito avevano svalutato tali prove solo perché il testimone era un parente dell'indagato, ignorando del tutto i documenti allegati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che nell'applicazione delle **misure cautelari** il giudice non può ignorare le prove documentali della difesa basandosi solo sul legame di parentela del testimone. La decisione precedente è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Sequestro probatorio nullo: restituiti 290mila euro sottovuoto
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio il sequestro probatorio di oltre 290.000 euro e di alcune agende rinvenute a casa di un indagato per traffico di stupefacenti. Il Pubblico Ministero aveva convalidato la misura con una motivazione generica e ripetitiva. I giudici hanno stabilito che il decreto di convalida deve spiegare chiaramente il nesso tra il denaro e il reato ipotizzato. Inoltre, il Tribunale del Riesame non può rimediare alle lacune del Pubblico Ministero integrando di propria iniziativa le ragioni del sequestro. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ordinato l'immediata restituzione di tutte le somme e dei documenti all'indagato.
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Autoriciclaggio tramite criptovalute: il bitcoin non salva il reo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza cautelare per associazione a delinquere, truffa, spaccio e autoriciclaggio tramite criptovalute. L'indagato contestava la competenza territoriale del giudice e la sussistenza dei gravi indizi. La Suprema Corte ha confermato che l'acquisto di bitcoin con i proventi di truffe online, effettuato tramite portafogli virtuali crittografati, integra pienamente il reato di autoriciclaggio tramite criptovalute, poiché idoneo a ostacolare la tracciabilità del denaro sporco. Inoltre, le questioni di competenza territoriale non possono essere sollevate davanti al Tribunale del Riesame dopo l'esercizio dell'azione penale. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e resta soggetto alla misura cautelare, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: l’auto resta alla madre contro la Procura
Il Tribunale del Riesame annullava il sequestro preventivo di un'autovettura cointestata tra una madre e suo figlio, indagati per il reato di intestazione fittizia di beni aggravato dal metodo mafioso. Il giudice rilevava l'assenza del fumus commissi delicti, ossia il presupposto del reato. Il Procuratore della Repubblica proponeva ricorso in Cassazione, lamentando un'errata valutazione dei presupposti della misura cautelare e vizi di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso contro i provvedimenti di sequestro preventivo è ammesso solo per violazione di legge e non per semplici vizi di motivazione, a meno che questa non sia totalmente mancante o illogica. Di conseguenza, l'annullamento del sequestro è confermato e il veicolo resta libero dal vincolo.
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Associazione e traffico di stupefacenti: la parentela non salva
Un uomo, accusato di far parte di un'organizzazione criminale dedita allo spaccio di droga, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare confermata dal Tribunale del Riesame. La difesa sosteneva che i contatti con il capo dell'organizzazione fossero sporadici e dovuti solo a legami di parentela. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che, per configurare il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, è sufficiente una collaborazione continuativa e consapevole nella vendita o fornitura di droga, anche con ruoli esecutivi o contabili. La Cassazione non può rivalutare le prove di fatto, come le intercettazioni telefoniche, se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente.
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Gravi indizi di colpevolezza: l’origano non basta per l’arresto
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un indagato sottoposto agli arresti domiciliari per traffico di stupefacenti. La difesa ha contestato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, evidenziando che l'accusa si basava esclusivamente su un'intercettazione telefonica tra terzi, interpretata in modo arbitrario dalla polizia giudiziaria senza riscontri oggettivi. Gli ermellini hanno rilevato che la motivazione del Tribunale del Riesame era gravemente lacunosa e carente, poiché fondata su passaggi laconici e privi di una reale consequenzialità logica. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza cautelare, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame che valuti correttamente la reale consistenza degli elementi d'accusa.
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Travisamento della prova: quando il video smentisce la difesa
Il Tribunale di Catania ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per L'Indagato, accusato di spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il travisamento della prova in merito all'identificazione del presunto spacciatore. Secondo la tesi difensiva, gli agenti non conoscevano personalmente L'Indagato e l'identificazione sarebbe stata viziata da errori logici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il travisamento della prova non sussiste: l'identificazione è avvenuta in modo logico attraverso la comparazione dei filmati di videosorveglianza con le foto segnaletiche d'archivio. La Cassazione ha ribadito che non può rivalutare i singoli elementi di fatto, ma solo verificare la coerenza logica della decisione precedente. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: il ricorso in ritardo salva l’azienda
Il Tribunale del Riesame di Potenza annullava il sequestro preventivo di quote societarie e beni di un'azienda, ordinandone la restituzione al legale rappresentante. Il Pubblico Ministero proponeva ricorso in Cassazione contestando la decisione. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché depositato oltre il termine di quindici giorni previsto dalla legge per le misure cautelari reali. La notifica del provvedimento era infatti avvenuta il 12 ottobre 2022, mentre il ricorso è stato presentato solo il 4 novembre 2022, superando ampiamente la scadenza legale. Vince quindi il legale rappresentante dell'azienda, che ottiene in via definitiva la restituzione dei beni precedentemente sequestrati.
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Sequestro preventivo negato: l’errore del PM salva i beni
Il Pubblico Ministero presso un Tribunale locale ha richiesto il sequestro preventivo dei beni di alcune società e dei loro amministratori, indagati per reati fiscali. Dopo il rifiuto del Giudice per le indagini preliminari e del Tribunale del riesame, lo stesso Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di legittimazione. I giudici hanno chiarito che, contro le decisioni del tribunale del riesame in materia di sequestro preventivo, il potere di ricorrere in Cassazione spetta esclusivamente all'ufficio del pubblico ministero presso il giudice che ha emesso la decisione impugnata, e non al magistrato inquirente che aveva originariamente richiesto la misura. Di conseguenza, il provvedimento di diniego del sequestro è stato confermato.
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Misura cautelare per associazione mafiosa: annullata l’ordinanza
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura cautelare per associazione mafiosa nei confronti dell'Indagato, nonostante quest'ultimo fosse detenuto in regime di carcere duro da circa quattordici anni. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di una reale motivazione critica riguardo alla sua effettiva partecipazione al sodalizio criminale e all'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che i giudici del riesame si sono limitati a elencare indizi generici e dichiarazioni non collocate nel tempo, senza valutare l'impatto del lungo periodo di detenzione sulla presunzione di pericolosità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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