La Corte di Cassazione ha affrontato un complesso caso di omicidio volontario, focalizzandosi sulla sussistenza della premeditazione e sulla corretta applicazione della recidiva. Dopo diversi gradi di giudizio e rinvii, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore Generale contro l'assoluzione dei presunti mandanti, confermando che gli indizi raccolti non superavano la soglia della ragionevole certezza. Parallelamente, la Corte ha accolto i ricorsi degli esecutori materiali limitatamente all'aumento di pena per la recidiva, ritenuto illegittimo in quanto applicato in violazione del divieto di peggioramento della posizione dell'imputato. La decisione finale ha portato a una rideterminazione della pena a ventiquattro anni di reclusione, escludendo definitivamente l'aggravante della premeditazione.
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