La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura a carico di un soggetto che aveva prestato denaro applicando un tasso di interesse del 10% mensile (120% annuo), ben oltre il tasso soglia legale. L'imputato aveva presentato ricorso sostenendo che i giudici avessero interpretato male le prove, come le intercettazioni telefoniche. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo un principio fondamentale: il suo compito non è rivalutare le prove, ma solo verificare la correttezza giuridica e la logicità della sentenza. Poiché la condanna si basava su molteplici elementi concordanti (testimonianze, intercettazioni, documenti), la decisione dei giudici precedenti è stata ritenuta corretta e la condanna è diventata definitiva.
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