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Stato Di Necessità — Anno 2023

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182 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Stato Di Necessità

Provvedimenti

Occupazione abusiva e stato di necessità: la Cassazione dice no
Tre imputati sono stati condannati per l'invasione di un edificio pubblico. Gli occupanti hanno presentato ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento dello stato di necessità dovuto alla loro condizione di povertà e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che la semplice indigenza non giustifica l'occupazione abusiva e stato di necessità, soprattutto se i soggetti non hanno attivato o hanno rifiutato gli aiuti dei servizi sociali. Inoltre, la mancanza di pentimento esclude la prevalenza delle attenuanti sulla recidiva. Di conseguenza, le condanne sono definitive e i ricorrenti devono pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento di immobile altrui: lo stato di necessità non salva
L'Imputato, accusato di danneggiamento di immobile altrui e invasione di edifici, ha presentato ricorso in Cassazione. Il ricorrente invocava lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto per giustificare i danni arrecati durante l'occupazione dell'immobile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità richiede l'assoluta inevitabilità del pericolo, assente nel caso specifico. Inoltre, la particolare tenuità del fatto non può essere applicata quando il danneggiamento di immobile altrui è commesso con un chiaro intento appropriativo dell'immobile stesso. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Invasione di edifici: lo stato di necessità non salva il reo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per i reati di invasione di edifici e danneggiamento. L'imputato, dopo essere stato allontanato da un immobile precedentemente occupato, aveva abbattuto il muro di protezione dell'ingresso per rientrarvi. La difesa ha invocato lo stato di necessità, ma i giudici hanno respinto la tesi evidenziando l'assenza di un pericolo attuale e inevitabile. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché riproduttivo di censure di merito già respinte e contenente motivi non presentati in appello. Di conseguenza, l'occupante abusivo perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reingresso illegale dello straniero: condanna senza scuse
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato a otto mesi di reclusione. L'uomo, precedentemente espulso dall'Italia, era rientrato nel territorio dello Stato senza la necessaria autorizzazione ministeriale. La difesa ha invocato lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto, ma i giudici hanno respinto queste tesi. La sentenza conferma che il reingresso illegale dello straniero costituisce reato punibile se non sussistono prove concrete di un pericolo imminente per la vita. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Stato di necessità: la povertà non giustifica il furto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto aggravato nei confronti di due soggetti che avevano giustificato il reato adducendo la propria condizione di povertà. I ricorrenti invocavano lo stato di necessità, ma la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la semplice indigenza non integra lo stato di necessità, poiché non sussiste un pericolo immediato e inevitabile di un danno grave alla persona, potendo i soggetti rivolgersi ai servizi di assistenza sociale. Inoltre, la difesa non ha fornito prove documentali della reale situazione economica del nucleo familiare.
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Detenzione di sostanze stupefacenti tra bisogno e spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due imputati condannati per la detenzione di sostanze stupefacenti (nello specifico, cocaina destinata allo spaccio). I ricorrenti contestavano la motivazione della sentenza d'appello, invocando un presunto stato di necessità e richiedendo l'applicazione di circostanze attenuanti per la presunta tenuità del lucro. I giudici di legittimità hanno invece confermato la correttezza della decisione precedente, sottolineando che la detenzione di cocaina rappresenta un grave pericolo per la salute pubblica. Inoltre, l'attenuante richiesta esige una valutazione congiunta del lucro e dell'offensività della condotta, non dimostrata nel caso di specie. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Invasione di terreni o edifici: reato anche senza scasso
Il Tribunale di Napoli aveva prosciolto un'imputata dall'accusa di occupazione abusiva, ritenendo che l'assenza di scasso o violenza escludesse il reato. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il reato di invasione di terreni o edifici si configura anche senza violenza sulle cose o effrazione. È sufficiente l'introduzione arbitraria e non autorizzata nell'immobile altrui con la consapevolezza dell'illegittimità dell'azione e lo scopo di occuparlo. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza di proscioglimento e ha rinviato gli atti al giudice per la prosecuzione del procedimento penale.
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Furto di energia elettrica: lo stato di necessità non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto di energia elettrica e furto d'acqua aggravati. L'uomo aveva realizzato un allaccio abusivo alle reti di distribuzione pubblica. La difesa ha invocato lo stato di necessità e la speciale tenuità del danno per ridurre la pena. I giudici hanno respinto le tesi difensive: il pericolo derivante dall'indigenza era evitabile attraverso i canali di assistenza sociale e il prelievo continuo di acqua esclude l'attenuante del danno lieve. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Stato di necessità nel furto: il bisogno non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due soggetti condannati per furto. Gli imputati avevano contestato la ricostruzione dei fatti e invocato lo stato di necessità per giustificare il reato. La Suprema Corte ha confermato che lo stato di necessità nel furto richiede prove rigorose di un pericolo attuale e inevitabile di un danno grave alla persona, elementi del tutto assenti nel caso di specie. Inoltre, i giudici hanno ribadito che la determinazione della pena e la concessione delle attenuanti generiche rientrano nella discrezionalità del giudice di merito e non possono essere ridiscusse in sede di legittimità, salvo palese illogicità. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Fuga dalla guerra e documenti falsi: no allo stato di necessità
Un cittadino straniero, fuggito dal proprio Paese in guerra, viene fermato in possesso di un passaporto rubato e contraffatto. Condannato per il possesso di documenti falsi validi per l'espatrio, l'uomo propone ricorso sostenendo di aver agito spinto da uno stato di necessità per salvare la propria vita dal conflitto bellico. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che lo stato di necessità non è configurabile se il soggetto può sottrarsi al pericolo ricorrendo a vie legali, come la richiesta di protezione internazionale o umanitaria presso le autorità preposte. Di conseguenza, l'imputato viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione dai domiciliari: l’acqua non scusa la fuga
Un uomo, sottoposto agli arresti domiciliari, si è allontanato dalla propria abitazione senza autorizzazione per acquistare acqua e ricaricare il cellulare. Fermato dalle forze dell'ordine, è stato accusato del reato di evasione dai domiciliari. La difesa ha invocato lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che comprare acqua o ricaricare il telefono non costituiscono pericoli gravi e imminenti tali da giustificare la violazione della misura. Inoltre, il possesso delle chiavi dell'auto e di una somma significativa di denaro dimostra una pianificazione incompatibile con la particolare tenuità del fatto. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uccisione di animali: quando la difesa diventa crudeltà
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a tre mesi di reclusione per il reato di uccisione di animali (art. 544-bis c.p.) nei confronti di una donna. L'Imputata aveva colpito ripetutamente con un bastone il gatto della vicina, inseguendolo fin sopra un albero dove aveva cercato rifugio, causandone la morte. La difesa sosteneva che l'azione fosse necessaria per separare il gatto dal proprio cane. I giudici hanno respinto la tesi, evidenziando che la prosecuzione della condotta violenta, quando ormai il gatto era fuggito sull'albero e non rappresentava alcun pericolo, escludeva lo stato di necessità e dimostrava la crudeltà del gesto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: scafisti fermati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di quattro presunti scafisti accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver trasportato circa 600 migranti. I ricorrenti contestavano la giurisdizione italiana, poiché il soccorso era avvenuto in acque internazionali, e l'utilizzabilità delle dichiarazioni dei migranti. La Suprema Corte ha confermato la giurisdizione italiana: lo sbarco sul territorio nazionale costituisce l'evento del reato, e i trafficanti rispondono come autori mediati del trasporto operato dai soccorritori in stato di necessità. Inoltre, le dichiarazioni dei migranti sono pienamente utilizzabili come testimonianze oculari per fondare la custodia cautelare in carcere. I ricorrenti restano in carcere e sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione dai domiciliari: la scusa non regge
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dai domiciliari. L'imputato si era allontanato dal proprio domicilio invocando uno stato di necessità che, tuttavia, è risultato privo di qualsiasi prova oggettiva. La difesa ha inoltre richiesto l'applicazione del reato continuato con una precedente condanna per rapina, sostenendo l'esistenza di un unico disegno criminoso. I giudici hanno respinto la richiesta, evidenziando l'impossibilità di prevedere, al momento della rapina, la futura sottoposizione ai domiciliari e la successiva evasione. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Aggravante dei futili motivi: esclusa se il movente è incerto
L'Imputato, alla guida della propria auto, ha intenzionalmente investito la Vittima, schiacciandola contro un veicolo parcheggiato e causandole gravi lesioni. I giudici di merito lo avevano condannato per lesioni personali aggravate. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la ricostruzione dei fatti, l'esclusione dello stato di necessità e l'applicazione dell'aggravante dei futili motivi. La Suprema Corte ha rigettato le contestazioni sulla dinamica dell'incidente e sullo stato di necessità, confermando la responsabilità dell'investitore. Tuttavia, ha accolto il ricorso sull'aggravante dei futili motivi: i giudici d'appello avevano individuato due possibili moventi alternativi e incerti. La Cassazione ha stabilito che tale aggravante richiede l'identificazione certa del movente. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente a questo punto, con rinvio per un nuovo giudizio.
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Stato di necessità e furto d’auto: la Cassazione nega la scusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto aggravato di un'autovettura e possesso di grimaldelli. L'uomo invocava lo stato di necessità per giustificare il furto, sostenendo di trovarsi in condizioni di estremo bisogno. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che lo stato di necessità richiede un pericolo attuale e inevitabile di un danno grave alla persona. Nel caso specifico, l'imputato avrebbe potuto rivolgersi agli enti assistenziali della città e, inoltre, utilizzava il veicolo rubato per scopi non legati alla sopravvivenza immediata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Furto con strappo: la povertà non cancella il reato
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto con strappo. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento dello stato di necessità dovuto alla sua condizione di indigenza, chiedendo la riqualificazione in furto semplice e l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la povertà non giustifica lo stato di necessità e che la riqualificazione richiede un riesame dei fatti non consentito in sede di legittimità. Inoltre, la particolare tenuità del fatto è esclusa per legge a causa della gravità delle pene previste per il furto con strappo. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lesioni personali stradali: condanna se manca distanza sicurezza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per il reato di lesioni personali stradali gravi. Il conducente aveva invaso la corsia opposta effettuando una brusca sterzata per evitare un tamponamento, invocando poi lo stato di necessità. I giudici hanno chiarito che tale scriminante non può essere applicata se la situazione di pericolo è stata causata dalla condotta negligente dello stesso automobilista. Nel caso specifico, l'imputato non aveva rispettato la distanza di sicurezza dal veicolo che lo precedeva, rendendo inevitabile la manovra d'emergenza di fronte a un rallentamento del traffico del tutto prevedibile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria.
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Furto di energia elettrica: la povertà non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due conviventi condannati per il furto di energia elettrica tramite un allaccio abusivo alla rete pubblica. La madre aveva confessato l'allaccio invocando lo stato di necessità, mentre il figlio negava la responsabilità. I giudici hanno confermato la corresponsabilità del figlio, ristretto in quella casa agli arresti domiciliari, poiché l'allaccio era palesemente visibile. Inoltre, la Suprema Corte ha ribadito che la mancanza di risorse economiche non giustifica il furto di utenze domestiche. Con la dichiarazione di inammissibilità dei ricorsi, i condannati perdono anche la possibilità di beneficiare della procedibilità a querela introdotta dalla Riforma Cartabia, venendo condannati al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Stato di necessità nel furto: tra bisogno e condanna
La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha respinto il ricorso di due soggetti condannati per tentato furto aggravato in concorso. I ricorrenti avevano invocato l'applicazione della causa di giustificazione legata allo stato di necessità, sostenendo che le loro precarie condizioni economiche li avessero spinti a compiere il reato. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la semplice difficoltà economica non configura lo stato di necessità nel furto. Per l'applicazione di questa scriminante occorre infatti la prova rigorosa di un pericolo attuale e imminente di un danno grave alla persona, non altrimenti evitabile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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