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Spese Di Legittimità

11 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

I costi legali (onorari, esborsi, contributi) sostenuti per il giudizio che si svolge davanti alla Corte di Cassazione, il cui compito è valutare la corretta applicazione della legge (giudizio di legittimità).

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Correzione Errore Materiale: Il Comune Paga le Spese Legali
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di correzione errore materiale riguardante un'ordinanza precedente. Un Comune aveva chiesto la modifica di un provvedimento che, per un errore evidente, aveva condannato un cittadino (l'intimata) a pagare al Comune spese legali per 650 euro più accessori. La Cassazione ha accolto il ricorso del Comune, riconoscendo l'errore. Ha quindi stabilito che, al contrario, era il Comune a dover pagare al cittadino le spese legali, quantificate in 650 euro per compensi e 200 euro per esborsi, oltre agli accessori di legge. Questo ribaltamento sottolinea l'importanza della correzione errore materiale per garantire la giustizia formale e sostanziale.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: chi paga le spese di lite?
Il Lavoratore ha impugnato la sentenza d'appello che escludeva alcune indennità dal calcolo del TFR. Durante il giudizio, il suo difensore ha presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione, chiedendo la compensazione delle spese. L'Azienda ha preso atto della rinuncia ma non ha accettato la compensazione, chiedendo la condanna del ricorrente. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando che la rinuncia al ricorso per cassazione produce effetti immediati anche senza accettazione della controparte. Tuttavia, in mancanza di accordo sulla compensazione, il rinunciante deve essere condannato al pagamento delle spese di lite. Il Lavoratore è stato quindi condannato a rifondere le spese del giudizio di legittimità in favore dell'Azienda.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: chi abbandona paga le spese
Una società cooperativa e un privato propongono ricorso per revocazione contro una precedente ordinanza della Corte di Cassazione. Successivamente, i ricorrenti presentano formale atto di rinuncia al ricorso per cassazione. Tuttavia, la parte controricorrente non sottoscrive l'accettazione di tale rinuncia. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del giudizio per intervenuta rinuncia, ma applica l'articolo 391 del codice di procedura civile. Di conseguenza, i giudici condannano i ricorrenti a pagare in solido le spese del processo, liquidate in cinquemila euro oltre accessori di legge. La decisione stabilisce che la mancata accettazione firmata della controparte impone la regolamentazione delle spese a carico di chi rinuncia.
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Compenso difesa personale: sì alle spese legali
La Corte di Cassazione ha stabilito che un avvocato che si difende personalmente in giudizio ha pieno diritto al compenso professionale e al rimborso delle spese legali in caso di vittoria. Il caso riguardava un legale che, dopo aver contestato un importo liquidato per una difesa d'ufficio e aver vinto l'opposizione difendendosi da solo, si era visto negare dal tribunale le spese per questa seconda fase. La Suprema Corte ha annullato tale decisione, affermando che il compenso per la difesa personale è dovuto poiché l'attività svolta mantiene la sua natura professionale.
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Rinuncia al ricorso: chi paga le spese legali?
Un soggetto ha presentato una dichiarazione di rinuncia al ricorso per cassazione. La controparte, pur non accettando la rinuncia, ha chiesto una decisione sulle spese. La Corte ha dichiarato estinto il processo e, applicando il principio generale, ha condannato il rinunciante a rimborsare le spese legali sostenute dalla controparte costituitasi in giudizio.
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Estinzione per rinuncia: le spese legali sono dovute
La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione per rinuncia di un ricorso presentato da tre società. Anche se la controparte non ha accettato la rinuncia, la Corte ha stabilito che ciò non impedisce la declaratoria di estinzione, ma impone una decisione sulle spese legali, condannando le società rinuncianti al pagamento.
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Estinzione giudizio di cassazione per silenzio
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio a causa del silenzio della parte ricorrente. A seguito di una proposta di definizione del giudizio formulata dalla Corte, la società che aveva promosso il ricorso non ha chiesto una decisione entro il termine di quaranta giorni. Tale inerzia, ai sensi dell'art. 380-bis c.p.c., è stata interpretata come una rinuncia tacita al ricorso, portando all'estinzione giudizio di cassazione e alla condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Estinzione giudizio Cassazione: il silenzio assenso
Un decreto della Corte di Cassazione chiarisce che il mancato riscontro da parte del ricorrente alla proposta di definizione del giudizio, entro il termine di quaranta giorni, equivale a una rinuncia al ricorso. Questa inerzia processuale comporta l'estinzione del giudizio e la condanna al pagamento delle spese legali a favore della controparte, in questo caso l'Amministrazione Finanziaria.
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Estinzione giudizio per inattività: silenzio in Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del giudizio per inattività di una società ricorrente. Dopo aver ricevuto una proposta di definizione, la società non ha richiesto una decisione entro 40 giorni, portando alla presunzione di rinuncia al ricorso e alla condanna al pagamento delle spese legali in favore della controparte.
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Estinzione ricorso Cassazione: conseguenze dell’inerzia
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del ricorso per cassazione a causa dell'inerzia del ricorrente. Non avendo quest'ultimo richiesto la decisione entro il termine di 40 giorni dalla comunicazione della proposta del relatore, il ricorso è stato considerato rinunciato ai sensi dell'art. 380-bis c.p.c., con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali a favore della controparte.
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Estinzione del giudizio: il silenzio vale rinuncia
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio in un caso tributario. La parte ricorrente, un'amministrazione statale, non ha risposto entro il termine di 40 giorni a una proposta di definizione del ricorso. Secondo la Corte, questo silenzio equivale a una rinuncia, portando alla chiusura del procedimento e alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese legali a favore del contribuente.
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