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Sodalizio — Anno 2022

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27 provvedimenti applicano questo termine

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Provvedimenti

Associazione finalizzata al narcotraffico: carcere senza spacci
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo accusato di gestire una piazza di spaccio nell'ambito di un'associazione finalizzata al narcotraffico. Il ricorrente contestava la custodia cautelare in carcere, sostenendo che l'assenza di prove su singoli episodi di spaccio escludesse il reato associativo. La Suprema Corte ha chiarito che l'esistenza del gruppo criminale può essere dimostrata anche senza la prova di specifici episodi di spaccio, purché vi siano indizi gravi e convergenti, come le dichiarazioni coerenti di più collaboratori di giustizia e le intercettazioni telefoniche. Inoltre, la Corte ha confermato la necessità della misura carceraria a causa del concreto pericolo di reiterazione del reato, evidenziando che l'indagato aveva continuato a gestire l'attività illecita persino mentre si trovava agli arresti domiciliari.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per il corriere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per una donna accusata di far parte di un'associazione dedita allo spaccio di droga a Catania. La difesa sosteneva che la sua presenza nei luoghi dello spaccio fosse legata a motivi affettivi e che gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico fossero sufficienti. I giudici hanno respinto il ricorso, evidenziando il ruolo stabile di corriere svolto dall'indagata. La Corte ha chiarito che la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea a interrompere i contatti con il gruppo criminale, escludendo l'efficacia dei soli arresti domiciliari.
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Associazione di tipo mafioso: carcere confermato per il capoclan
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione di tipo mafioso con ruolo di vertice nel clan. La difesa ricorreva in Cassazione lamentando l'ingiustificata modifica dell'accusa (da un cartello di clan al singolo clan) e la mancanza di prove sull'attuale operatività del gruppo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la descrizione originaria del fatto includeva già il ruolo nel singolo clan. Inoltre, la Corte ha confermato la presunzione di perduranza del clan mafioso, non essendoci prove di scioglimento, e ha valorizzato la spartizione dei proventi delle estorsioni come prova dell'attività del sodalizio. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere.
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Associazione di stampo mafioso: il padrino non salva dal carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione di stampo mafioso. La difesa sosteneva che i rapporti con il capoclan fossero puramente personali e familiari, essendo quest'ultimo il suo padrino di cresima, e che la sua presenza nei luoghi di ritrovo fosse passiva. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che le intercettazioni ambientali dimostrassero una costante disponibilità dell'indagato a compiere attività per il clan, discutendo di equilibri interni e di atti intimidatori. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il legame di parentela o comparaggio non esclude l'affiliazione criminale quando vi è una concreta messa a disposizione del sodalizio.
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Continuazione nel reato: tra spaccio lieve e grave decide il giudice
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del giudice dell'esecuzione che aveva escluso la continuazione nel reato tra una condanna per associazione finalizzata allo spaccio di lieve entità e un reato di spaccio non lieve. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice dell'esecuzione non può limitarsi a un'esclusione astratta basata sulla diversa gravità dei reati. Al contrario, il giudice deve verificare se, al momento dell'adesione all'associazione, il soggetto avesse programmato anche il singolo reato più grave nell'ambito di un unico disegno criminoso. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza e ha rinviato il caso per un nuovo esame.
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Proroga del regime 41-bis: quando la condotta in carcere conferma il rigetto
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime 41-bis per un detenuto, dichiarando inammissibile il suo ricorso. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. I giudici di legittimità hanno invece ritenuto la decisione ampiamente motivata. Il Tribunale ha infatti analizzato non solo la condotta passata del detenuto e l'attuale operatività dell'organizzazione criminale di appartenenza, ma anche il suo comportamento all'interno del carcere. Tale condotta ha dimostrato l'inefficacia del trattamento rieducativo e il rischio concreto e attuale che il soggetto mantenga contatti con il clan. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il detenuto è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: no sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa chiedeva il riconoscimento dell'ipotesi attenuata della lieve entità, evidenziando che ad altri membri del gruppo era stata concessa. La Suprema Corte ha chiarito che l'attenuante si applica solo se l'organizzazione è nata esclusivamente per spacciare minime quantità e se la sua struttura è incompatibile con traffici più gravi. Nel caso specifico, la solida organizzazione gerarchica, composta da oltre dieci persone, e i sequestri di svariati chili di droga escludono la lieve entità. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e la ricorrente è stata condannata a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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