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Società In House

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170 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Danno erariale società in house: Cassazione e Corte dei Conti
L'ex Presidente del Consiglio di Amministrazione di una società pubblica di gestione della sosta approvava l'aumento dell'orario settimanale dei dipendenti prima del rinnovo del contratto di servizio con il Comune socio unico. La Corte dei Conti contestava l'esborso privo di copertura economica e condannava l'organo direttivo a risarcire il danno subito dalla società per retribuzioni erogate a fronte di ore mai lavorate. L'amministratore ricorreva in Cassazione sostenendo l'incompetenza del giudice contabile, la competenza del Tribunale civile ordinario e la mancata astensione di un magistrato giudicante proveniente dalla Procura requirente. Le Sezioni Unite hanno dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo la piena competenza della magistratura contabile a giudicare sul danno erariale società in house per le condotte dei propri vertici.
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Mansioni superiori in società pubblica: sì alla qualifica
Un lavoratore dipendente di una società a totale partecipazione pubblica ha svolto mansioni di livello più elevato rispetto al proprio inquadramento contrattuale. La Corte d'Appello ha riconosciuto il diritto alle differenze di stipendio, ma ha negato la promozione automatica, applicando i divieti rigidi del pubblico impiego. La Corte di Cassazione ha ribaltato la pronuncia. I giudici supremi hanno chiarito che le società pubbliche rimangono soggetti di diritto privato. I vincoli concorsuali per le nuove assunzioni e il contenimento della spesa non impediscono la promozione automatica per chi svolge mansioni superiori. Di conseguenza, il dipendente di una società pubblica che esegue stabilmente compiti di livello più elevato ottiene il passaggio definitivo alla qualifica superiore in base alle norme del lavoro privato.
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Turbata libertà della scelta del contraente ed appalti diretti
La vicenda nasce dall'assegnazione di incarichi di consulenza legale e informatica da parte di società pubbliche regionali a diversi professionisti esterni. I giudici di merito avevano accertato condotte collusive e irregolarità documentali, dichiarando la prescrizione dei reati ma confermando i risarcimenti civili. La Corte di Cassazione ha stabilito che il reato di turbata libertà della scelta del contraente non sussiste quando la pubblica amministrazione adotta un affidamento diretto senza gara. Pertanto, la Corte ha assolto i professionisti e i dirigenti da tale accusa con formula piena revocando i risarcimenti civili collegati. È stata invece confermata la responsabilità dei vertici pubblici per il reato di falso ideologico in atto pubblico, a causa della retrodatazione e alterazione delle determine amministrative.
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Opposizione a ingiunzione fiscale tra atto nullo e debito valido
Una cittadina ha presentato opposizione a ingiunzione fiscale emessa da una società partecipata per il recupero di contravvenzioni stradali. L'ordinanza era priva di legittimità formale poiché, all'epoca dei fatti, la società di riscossione non possedeva i requisiti normativi per emettere il provvedimento. La Corte d'Appello ha dichiarato nullo l'atto della società ma ha confermato l'obbligo di pagare le sanzioni e gli interessi al Comune creditore. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione. I giudici hanno stabilito che l'invalidità dell'atto iniziale non estingue il debito. Quando l'ente pubblico creditore partecipa al processo e chiede la conferma del proprio credito, il tribunale deve accertare la fondatezza nel merito della pretesa economica, cancellando solo le spese vive di emissione dell'atto illegittimo.
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Assunzione per chiamata diretta: nullo il contratto pubblico
Una lavoratrice ha impugnato il licenziamento intimato da una società pubblica di trasporto, la quale aveva rilevato la nullità originaria del contratto di lavoro. La dipendente era stata inserita in organico tramite selezione priva di evidenza pubblica. La lavoratrice sosteneva la piena validità del rapporto lavorativo, evidenziando il possesso dei requisiti professionali e la tardiva entrata in vigore dei vincoli legali di concorso rispetto alla sua data di ingresso. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità del contratto. I giudici hanno chiarito che l'assunzione per chiamata diretta viola i regolamenti interni aziendali sulla trasparenza e l'imparzialità delle selezioni. Il possesso delle competenze individuali non sana l'assenza di un iter concorsuale trasparente. L'invalidità totale dell'atto esclude qualsiasi diritto all'indennità di preavviso.
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Gara a doppio oggetto: risarcimento danni davanti al giudice civile
Una Società Mista ha citato in giudizio un Ente Pubblico per ottenere il risarcimento dei danni causati dal mancato affidamento di alcuni servizi. L'assegnazione di tali servizi era prevista all'interno di una gara a doppio oggetto finalizzata alla selezione del socio privato e alla contestuale attribuzione delle attività. Sia il Tribunale ordinario che il TAR si sono dichiarati privi di giurisdizione, sollevando un conflitto negativo. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno risolto la questione dichiarando la giurisdizione del giudice ordinario. La Corte ha stabilito che, una volta conclusa la selezione del socio privato e cedute le quote societarie, la fase pubblicistica si esaurisce. I comportamenti successivi dell'amministrazione rientrano nell'esercizio di poteri privatistici, con la conseguenza che ogni controversia sull'adempimento contrattuale spetta al giudice civile.
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Licenziamento disciplinare: legittimo il recesso per corruzione
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare intimato a un dirigente di una società pubblica in house. L'uomo era stato licenziato dopo che un'indagine penale aveva svelato la sua partecipazione a un sistema di tangenti per favorire alcuni imprenditori nella gestione di un depuratore. Il dirigente ha contestato la procedura, sostenendo il mancato rispetto dei termini previsti per il pubblico impiego. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che alle società in house si applica il diritto privato e non le regole del pubblico impiego. Inoltre, i giudici hanno confermato la validità dell'udienza svolta tramite note scritte. Il dirigente perde la causa e dovrà pagare le spese processuali.
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Trasferimento d’azienda: i dipendenti vincono contro i limiti di tempo
Un gruppo di lavoratori ha chiesto al giudice di accertare la prosecuzione del rapporto di lavoro con una nuova società pubblica a seguito di un trasferimento d'azienda. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, confermando il passaggio dei dipendenti alle medesime condizioni economiche e normative. La nuova società ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo la decadenza dei lavoratori dall'azione legale per il decorso dei termini. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'azione per accertare la sussistenza del rapporto di lavoro con il cessionario a seguito di trasferimento d'azienda non è soggetta ai termini di decadenza previsti per l'impugnazione dei provvedimenti datoriali. Di conseguenza, i lavoratori hanno vinto la causa e la società è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Deduzione IRAP cuneo fiscale: no al diniego automatico
Un'azienda di trasporti regionali ha richiesto il rimborso della maggiore imposta versata, ritenendo di avere diritto alle agevolazioni per la riduzione del costo del lavoro. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, sostenendo che l'azienda operasse in regime di concessione e a tariffa, condizioni che escludono il beneficio. I giudici di merito hanno confermato il diniego basandosi solo sulla natura pubblica dell'azienda. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che per negare la deduzione IRAP cuneo fiscale non basta la qualifica di società in house. È necessario verificare se vi sia stato un effettivo trasferimento del rischio d'impresa e se le tariffe applicate fossero realmente remunerative. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Ripristino dell’immobile locato: l’ente pubblico deve pagare
Una società proprietaria ha concesso in affitto un terreno per lo stoccaggio temporaneo di rifiuti. L'Amministrazione Provinciale è subentrata nel contratto e, alla scadenza, non ha restituito l'area né eseguito le opere di bonifica pattuite. La Corte d'Appello ha condannato l'ente pubblico al ripristino dell'immobile locato. L'Amministrazione Provinciale ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di non poter bonificare il sito perché sottoposto a sequestro giudiziario e privo di detenzione materiale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di bonifica e ripristino dell'immobile locato non richiede la detenzione permanente del bene, potendo l'obbligato far eseguire i lavori a terzi autorizzati. L'Amministrazione Provinciale perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Peculato dell’amministratore: condanna sì, ma confisca da ridurre
Un amministratore di una società pubblica in house si è appropriato di oltre 61.000 euro falsificando i documenti bancari per nascondere i prelievi. La Corte d'Appello ha qualificato il fatto come reato di peculato, condannandolo a tre anni di reclusione e disponendo la confisca dell'intera somma. La Cassazione ha confermato la responsabilità per il reato di peculato dell'amministratore, poiché la gestione di una società pubblica equivale a un pubblico servizio. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso sulla quantificazione della pena e sulla confisca: la Corte d'Appello non ha motivato adeguatamente l'aumento di pena per la continuazione e ha ignorato i rimborsi già effettuati dall'imputato. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente alla pena e alla confisca, con rinvio per un nuovo calcolo favorevole all'imputato.
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Corruzione in atti d’ufficio: arresti per il dipendente pubblico
Il Tribunale del Riesame aveva concesso gli arresti domiciliari a un dipendente di una società pubblica, accusato di corruzione in atti d'ufficio per aver favorito alcune ditte in cambio di tangenti. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo l'insufficienza dei gravi indizi di colpevolezza e contestando l'attendibilità delle accuse dei coindagati e delle intercettazioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che i dipendenti di società in house rivestono una qualifica pubblicistica e che la condotta di chi si mette stabilmente a disposizione del corruttore in cambio di denaro configura pienamente il reato, anche nel ruolo di intermediario.
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Mansioni superiori: promozione automatica anche in società pubblica
Una farmacista dipendente di una società per azioni a totale partecipazione pubblica ha svolto mansioni superiori di direttrice di farmacia a rotazione con altre colleghe per periodi reiterati. La Corte d'Appello aveva negato il diritto all'inquadramento superiore, ritenendo applicabili i vincoli concorsuali pubblici. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che le società pubbliche di capitali sono soggetti di diritto privato. Di conseguenza, i rapporti di lavoro sono regolati dal codice civile e non dal pubblico impiego. L'obbligo di concorso per l'assunzione non impedisce l'applicazione dell'articolo 2103 del codice civile, che prevede la promozione automatica in caso di svolgimento prolungato di mansioni superiori. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Reato di concussione: confermato il reato ma revocata la misura
Il caso riguarda un ex consigliere regionale accusato di aver fatto pressioni su vertici politici per costringere l'amministratore di una società pubblica a reintegrare la propria compagna, precedentemente licenziata. La Corte di Cassazione ha riqualificato la condotta originaria nel più grave reato di concussione, poiché l'amministratore ha subìto una vera e propria costrizione sotto la minaccia di perdere il posto di lavoro, senza trarre alcun vantaggio personale. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'imputato sotto il profilo della libertà personale. I giudici hanno infatti annullato senza rinvio la misura cautelare dell'obbligo di firma, rilevando l'assoluta mancanza di attualità delle esigenze cautelari, dato il tempo trascorso dai fatti e l'assenza di un concreto pericolo di reiterazione del reato.
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Revoca del superminimo: l’azienda pubblica perde in Cassazione
Una Lavoratrice di una società in house ha contestato la revoca del superminimo non assorbibile, deciso unilateralmente dall'Azienda per presunte esigenze di contenimento della spesa pubblica. L'Azienda sosteneva che l'accordo sul superminimo fosse nullo per violazione delle norme sui limiti di spesa degli enti pubblici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, stabilendo che le norme sul contenimento dei costi vincolano gli amministratori ma non rendono nulli i contratti di lavoro individuali. Di conseguenza, la revoca del superminimo è illegittima e la Lavoratrice ha diritto a ricevere le somme spettanti.
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Obbligo contributivo: anche le società pubbliche pagano l’INPS
Un'azienda pubblica di vendita gas si è opposta alla richiesta dell'INPS di pagare oltre 18.000 euro per il Fondo integrativo del Gas, sostenendo che la sua natura pubblica "in house" la esonerasse dalle regole delle aziende private. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'obbligo contributivo si applica anche alle società a partecipazione pubblica. Quando lo Stato sceglie lo strumento della società per azioni, questa deve rispettare le regole del diritto privato. Ciò serve a garantire la parità di trattamento e la concorrenza sul mercato. L'azienda è stata quindi condannata a pagare i contributi dovuti e le spese di giudizio.
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Reclutamento personale società in house: privato e non pubblico
Un candidato ha impugnato davanti al TAR la nomina del Direttore Generale di una società pubblica, ritenendo che la procedura avesse natura di concorso pubblico poiché il bando utilizzava tale termine. Il candidato ha successivamente proposto regolamento preventivo di giurisdizione. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che le controversie relative al reclutamento personale società in house spettano al giudice ordinario. Anche se queste società devono rispettare principi di trasparenza e imparzialità, le loro procedure di selezione mantengono natura privatistica e negoziale. Di conseguenza, la giurisdizione appartiene al giudice civile ordinario e non al giudice amministrativo.
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Aumenti contrattuali in house: dipendenti contro il blocco
Alcuni dipendenti di una società pubblica chiedono il pagamento degli aumenti contrattuali previsti dal rinnovo del contratto collettivo del terziario. L'azienda si oppone invocando il blocco degli stipendi pubblici. La Corte d'Appello riconosce il diritto solo parzialmente. La Cassazione, accogliendo il ricorso dei lavoratori, stabilisce che il blocco retributivo pubblico non si applica alle società partecipate escluse dall'elenco ISTAT. Di conseguenza, i dipendenti hanno diritto a ricevere gli aumenti contrattuali in house fin dal momento dell'entrata in vigore del rinnovo contrattuale, ossia da aprile 2015. La sentenza viene cassata con rinvio per ricalcolare le somme spettanti.
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Aumenti contrattuali dipendenti in house: stop al blocco pubblico
Due lavoratori di una società partecipata pubblica (società in house) hanno richiesto il pagamento degli aumenti contrattuali previsti dal rinnovo del CCNL Terziario del 2015. L'Azienda si era opposta applicando il blocco degli stipendi previsto per il settore pubblico. La Corte di Cassazione, esaminando il ricorso dei lavoratori, ha stabilito che il blocco retributivo pubblico non si applica ai dipendenti di società partecipate non incluse nell'elenco ISTAT. Per queste realtà, il contenimento dei costi può avvenire solo tramite contrattazione di secondo livello e non con atti unilaterali. Di conseguenza, la Corte ha riconosciuto il diritto dei lavoratori a percepire gli aumenti contrattuali dipendenti in house fin dalla data di entrata in vigore del rinnovo contrattuale (aprile 2015).
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Aumenti contrattuali dipendenti in house: stop al blocco pubblico
Un lavoratore, ex dipendente di una società in house, ha richiesto il pagamento degli aumenti contrattuali derivanti dal rinnovo del contratto collettivo del settore terziario. L'azienda si è opposta invocando il blocco delle retribuzioni previsto per i dipendenti pubblici. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il blocco degli stipendi pubblici non si applica automaticamente alle società partecipate. Per ridurre i trattamenti economici dei dipendenti di tali società è necessaria una contrattazione collettiva di secondo livello, che nel caso specifico non è mai avvenuta. Di conseguenza, il lavoratore ha diritto a ricevere gli aumenti contrattuali dipendenti in house a partire dalla data di decorrenza del rinnovo contrattuale.
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