L'Agenzia delle Entrate ha rettificato la dichiarazione dei redditi di una società attiva nella ricerca tecnologica, basandosi su un accertamento con studi di settore. L'ufficio contestava un forte sbilanciamento tra costi plurimilionari e ricavi minimi di circa cinquantamila euro. La società ha dimostrato che i costi non erano spese correnti ma immobilizzazioni immateriali per lo sviluppo di nuove tecnologie, difficili da avviare sul mercato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che il giudice di merito ha correttamente valutato le prove fornite dalla contribuente. La discrepanza contabile era pienamente giustificata dalla fase di avvio dell'attività di ricerca, rendendo inapplicabili le medie standardizzate degli studi di settore. Vince la società contribuente, che non dovrà pagare le maggiori imposte pretese.
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