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Sequestro Preventivo Per Equivalente

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158 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Sequestro preventivo per equivalente: la società unipersonale è autonoma
La Corte di Cassazione ha annullato un sequestro preventivo per equivalente sui beni di una società unipersonale. Il Tribunale aveva respinto il ricorso del liquidatore, ritenendo i beni della società nella disponibilità effettiva degli indagati per peculato, nonostante la società fosse un soggetto terzo. La Cassazione ha ribadito che la società unipersonale è un'entità giuridica distinta dal socio. Per disporre un sequestro preventivo per equivalente sui beni di un terzo, è necessario dimostrare con prove concrete che i beni sono nella "disponibilità" (controllo di fatto) del reo, superando la formale intestazione. Il Tribunale non ha fornito tale prova, non chiarendo il rapporto tra il socio unico e l'indagato.
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Sequestro preventivo per equivalente: no periculum in mora per il riciclaggio
Un soggetto ha contestato un sequestro preventivo per equivalente, disposto per reati di riciclaggio, lamentando la mancanza di motivazione sul "periculum in mora". La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che per il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, non è richiesta una specifica motivazione sul "periculum in mora". È sufficiente la "parvenza di reato" (fumus criminis) e la corrispondenza tra il valore dei beni sequestrati e il profitto illecito. Questo principio distingue la confisca per equivalente da quella ordinaria.
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Sequestro Preventivo per Equivalente: Beni Personali vs. Evasione Fiscale
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo per equivalente sui beni di un Rappresentante Legale. Questa persona era stata condannata per evasione fiscale dovuta a mancate dichiarazioni. La difesa ha contestato il sequestro, sostenendo che i beni erano stati acquisiti prima del reato e che si sarebbero dovuti aggredire prima i beni dell'azienda. La Corte ha chiarito che il sequestro per equivalente si applica ai beni attuali, indipendentemente dal tempo di acquisizione, se il reato è successivo alla legge. Ha anche stabilito che non è necessario aggredire i beni aziendali se l'azienda non è operativa. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Sequestro preventivo per equivalente: i limiti dei ricorsi
Un'indagata, socia di un'associazione sanitaria, ha ottenuto ingenti fondi pubblici simulando la natura senza scopo di lucro e distogliendo il denaro per finalità private. Il giudice per le indagini preliminari ha ordinato un sequestro preventivo per equivalente milionario. Il Tribunale del riesame ha annullato parzialmente la misura cautelare. Sia la Procura locale sia l'indagata hanno presentato ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambe le impugnazioni. La Procura procedente non era legittimata a ricorrere, poiché tale facoltà spetta solo all'ufficio requirente presso il giudice che ha emesso l'ordinanza del riesame. Il ricorso difensivo è risultato infondato perché l'ordinanza ha motivato adeguatamente il pericolo di dispersione delle somme. Resta confermato il sequestro preventivo per equivalente nei limiti fissati dal riesame e l'indagata è stata condannata alle spese.
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Sequestro preventivo per equivalente: sigilli ai fondi illeciti
L'Indagata ha subito un sequestro preventivo per equivalente di oltre due milioni di euro a seguito di indagini su presunte truffe legate al bonus facciate e fatture false. La difesa ha impugnato la decisione contestando la mancanza di una motivazione autonoma da parte del giudice e la carenza del pericolo nel ritardo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il primo provvedimento conteneva un'analisi approfondita e indipendente dei fatti. Inoltre, la difesa non aveva sollevato la contestazione sul pericolo nel ritardo durante il precedente giudizio di riesame. Di conseguenza, il sequestro preventivo per equivalente resta confermato e l'Indagata deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo per equivalente: confermato sui beni schermati
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo per equivalente disposto sui beni di un indagato e della società a lui riconducibile. L'uomo era accusato di spaccio continuato di stupefacenti e di autoriciclaggio, avendo versato contanti di provenienza illecita sui conti aziendali per poi acquistare all'asta tre immobili. La difesa sosteneva la liceità dei fondi derivanti da canoni di locazione e l'estraneità formale dell'indagato dalla gestione societaria. I giudici hanno respinto i ricorsi evidenziando come i versamenti in contanti, l'incongruenza dei redditi commerciali e le prove filmate confermassero la piena disponibilità sostanziale del patrimonio schermato e la solidità delle misure cautelari applicate.
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Sequestro preventivo per equivalente: auto bloccata senza prova
L'amministratrice di una società subisce un sequestro preventivo per equivalente su un'autovettura e somme di denaro per concorso in emissione di fatture per operazioni inesistenti. La difesa richiede il dissequestro del veicolo sostenendo che il principio delle Sezioni Unite escluda la solidarietà tra correi e che il valore dell'auto superi la quota di profitto a lei imputabile. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Il Tribunale del riesame aveva già escluso una manifesta sproporzione e la ricorrente non ha allegato una stima reale del veicolo. Un orientamento giurisprudenziale nuovo non supera il giudicato cautelare se mancano elementi probatori concreti.
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Sequestro preventivo per equivalente valido su contante lecito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imprenditore contro il sequestro preventivo per equivalente di 144.300 euro in contanti rinvenuti nella sua abitazione. L'uomo era indagato per frode fiscale commessa tramite la gestione di società fittizie per l'intermediazione di manodopera. L'imprenditore contestava la misura lamentando la provenienza lecita delle somme e l'assenza di motivazione sul pericolo di dispersione dei beni. La Suprema Corte ha chiarito che nel sequestro preventivo per equivalente la provenienza lecita del denaro non rileva affatto. Inoltre, la motivazione sul pericolo di dispersione del patrimonio risulta adeguatamente fondata sull'incapienza della società, sulla gravità della condotta e sullo stato di dissesto economico dell'impresa.
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Sequestro preventivo per equivalente: frode IVA e beni bloccati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da L'Amministratore di due società. L'indagato era stato sottoposto a un sequestro preventivo per equivalente in relazione ai reati di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti. Lo schema illecito prevedeva la compravendita di argento puro in regime di esenzione IVA, simulando invece la cessione di argento lavorato soggetto a imposta ordinaria. Tale meccanismo consentiva ai fornitori di incassare l'IVA senza versarla all'Erario e alla società utilizzatrice di compensare indebitamente i crediti d'imposta. La Suprema Corte ha confermato la misura cautelare, stabilendo che il ricorso per cassazione in materia reale ammette solo la violazione di legge e che il profitto dell'utilizzatore della falsa fattura non si sovrappone al prezzo percepito dall'emittente.
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Sequestro preventivo per equivalente: limiti e ricorso vincente
L'Azienda e il suo Amministratore vengono coinvolti in un'indagine per frode fiscale legata a compravendite di argento puro tramite presunte fatture false. Il Giudice dispone un sequestro preventivo per equivalente sui beni societari. L'Azienda ricorre in Cassazione contestando il superamento della somma richiesta dall'accusa e la confusione tra prezzo ed evasione d'imposta. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso e annulla il blocco patrimoniale per la parte eccedente la richiesta del Pubblico Ministero. La decisione stabilisce che il giudice non può mai disporre un sequestro preventivo per equivalente di importo superiore a quello domandato dall'accusa. La causa torna al Tribunale per il ricalcolo dell'importo.
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Autoriciclaggio e competenza territoriale: il caso dei crediti
La vicenda riguarda un indagato accusato di aver monetizzato crediti d'imposta fittizi attraverso cessioni a terzi. L'amministratore ha contestato la competenza del tribunale campano, sostenendo che l'accordo di cessione era stato stipulato a Roma e indicando la capitale come sede competente. I giudici hanno invece ritenuto inattendibile il luogo indicato nelle scritture private prive di autenticazione e inserite in un disegno fraudolento. In tema di autoriciclaggio e competenza territoriale, quando il luogo di compimento dell'illecito e della trasmissione telematica all'ente fiscale resta ignoto, si applicano i criteri sussidiari. La Corte di Cassazione ha confermato la validità del sequestro preventivo e la competenza del tribunale relativo alla residenza dell'indagato, rigettando il ricorso difensivo.
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Sequestro preventivo per equivalente: no al ricorso per i beni
L'Indagato subisce il sequestro preventivo per equivalente di un immobile e di beni mobili per reati societari e truffa aggravata. La difesa impugna il provvedimento contestando la carenza di motivazione sul pericolo di dispersione dei beni, sostenendo che le società coinvolte non fossero più operative e che non vi fossero tentativi di occultamento. Il Tribunale del riesame rigetta l'istanza, integrando le ragioni del vincolo con il rischio di dispersione del patrimonio tramite prestanomi e conti esteri. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: il giudice del riesame possiede il potere-dovere di colmare eventuali lacune argomentative purché non del tutto inesistenti, confermando la piena legittimità del blocco patrimoniale e condannando il ricorrente alle spese.
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Sequestro preventivo per equivalente: no ad automatismi
La Procura ha disposto il sequestro preventivo per equivalente sui patrimoni dell'amministratore di diritto e dell'amministratore di fatto di due società, accusati di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Entrambi hanno impugnato il provvedimento lamentando la mancanza di motivazione sul pericolo di dispersione dei beni e contestando la ripartizione in quote paritarie del profitto illecito. La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso dell'amministratore di diritto, condannandolo alle spese e alla Cassa delle ammende. I giudici hanno invece accolto parzialmente il ricorso dell'amministratore di fatto: il tribunale cautelare ha omesso di motivare autonomamente il pericolo concreto di dispersione dei beni, basandosi su presunzioni generiche come la mera incapienza patrimoniale e la scoperta delle indagini. L'ordinanza è stata dunque annullata con rinvio limitatamente alla verifica del requisito del periculum in mora.
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Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte: stop ai beni
Un contribuente con oltre nove milioni di euro di debiti verso il Fisco ha venduto i propri immobili tramite procura alla moglie. La donna ha incassato il denaro sul proprio conto corrente e ha subito comprato nuove case intestandole a se stessa e ai figli. I giudici hanno disposto il sequestro preventivo dei beni e del denaro per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. Il debitore e i suoi familiari hanno fatto ricorso sostenendo la piena validità ed effettività dei contratti di compravendita. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi e ha confermato il sequestro. Anche le vendite reali integrano il reato se creano uno schermo per ostacolare il recupero del credito da parte dell'Erario.
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Fatture false e sequestro preventivo per equivalente
I giudici hanno confermato il sequestro preventivo per equivalente a carico di un indagato, ritenuto amministratore di fatto di imprese cartiere inserite in una complessa frode fiscale. Il sistema illecito permetteva a varie società di abbattere le imposte tramite fatture per operazioni inesistenti e trasferire fondi all'estero. L'indagato ha contestato il vincolo sui propri beni sostenendo la carenza di indizi individuali e contestando la rilevanza degli accessi telematici bancari eseguiti con utenze a lui riconducibili. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso: contro i provvedimenti cautelari reali è ammessa solo la censura per violazione di legge e non la rivalutazione del merito o delle prove già logicamente motivate dal Tribunale.
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Sequestro preventivo per equivalente: dipendente o gestore
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro preventivo per equivalente disposto nei confronti del gestore di fatto di una società coinvolta in reati ambientali. L'indagato contestava il blocco dei propri beni, sostenendo di essere un semplice dipendente privo di effettivi utili societari e chiedendo l'annullamento della misura. I giudici hanno invece ribadito che, quando più persone concorrono in un reato societario e non è possibile quantificare con precisione il guadagno illecito di ciascuno, il profitto complessivo deve essere diviso in parti uguali tra i responsabili. Di conseguenza, il sequestro a carico del gestore di fatto, ridotto a metà del totale complessivo, risulta perfettamente valido e proporzionato.
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Sequestro preventivo per equivalente: no a censure generiche
Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto un sequestro preventivo per equivalente a carico di un legale rappresentante per reati fiscali della società amministrata. L'indagata ha contestato il provvedimento davanti al Tribunale del riesame, che ha respinto l'istanza. La donna ha quindi proposto ricorso per cassazione lamentando una motivazione apparente e la mancata verifica della proporzionalità della misura. La Suprema Corte ha confermato l'interesse della persona a difendersi, poiché rischia l'aggressione dei beni personali se la società risulta priva di risorse. Tuttavia, i giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile a causa della genericità delle censure difensive. L'indagata è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro preventivo per equivalente: stop al blocco degli immobili
L'Amministratore di una cooperativa subisce un sequestro preventivo per equivalente per oltre 250.000 euro per presunta frode fiscale tramite fatture false. Il provvedimento colpisce il denaro aziendale e, in via sussidiaria, i beni mobili e immobili personali del legale rappresentante. L'indagato contesta la mancanza di motivazione sul pericolo di dispersione dei beni. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso: conferma il blocco di denaro e beni mobili per la loro intrinseca facilità di occultamento, ma annulla il sequestro degli immobili personali. I giudici stabiliscono che il sequestro dei beni immobili esige una specifica motivazione sul pericolo concreto di alienazione, non potendo operare presunzioni automatiche.
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Sequestro preventivo per equivalente: no al blocco senza pericolo
Il Giudice per le indagini preliminari disponeva il sequestro preventivo per equivalente su immobili, quote e conti correnti dell'Indagata per oltre 548.000 euro, a fronte di una presunta indebita compensazione fiscale. L'Indagata impugnava il provvedimento contestando la competenza territoriale e la nullità del decreto per totale assenza di motivazione sul pericolo di dispersione dei beni (periculum in mora). La Corte di Cassazione ha stabilito che anche nel sequestro finalizzato alla confisca obbligatoria il giudice deve motivare espressamente le ragioni d'urgenza dell'anticipazione della misura. Il Tribunale del riesame può integrare una motivazione insufficiente, ma non può colmare una motivazione totalmente assente. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione.
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Sequestro preventivo per equivalente: serve il pericolo concreto
Il Giudice disponeva un sequestro preventivo per equivalente su beni immobili di una contribuente, indagata per il reato di indebita compensazione di crediti fiscali. Il Tribunale del Riesame confermava il blocco patrimoniale, ritenendo superflua una specifica motivazione sul pericolo di dispersione per le ipotesi di confisca obbligatoria. L'indagata presentava ricorso per Cassazione lamentando l'incompetenza territoriale e l'assenza di motivazione sul pericolo nel ritardo. La Suprema Corte ha ribadito che il sequestro impone sempre una motivazione puntuale sulle ragioni di urgenza e sul rischio concreto di perdita dei beni. I giudici hanno quindi annullato l'ordinanza con rinvio per una nuova verifica della validità del decreto genetico.
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