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Scambio Elettorale Politico-Mafioso

85 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Reato previsto dall'art. 416-ter del codice penale che punisce l'accordo tra un candidato e un membro di un'associazione mafiosa, dove il primo promette denaro o altre utilità in cambio dei voti garantiti dalla forza intimidatrice della mafia.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Scambio elettorale politico-mafioso: il patto tra politico e clan
Un ex sindaco, candidato alle elezioni, stringeva un patto di scambio elettorale politico-mafioso con un esponente di spicco della criminalità organizzata. Il politico riceveva sostegno elettorale e denaro. In cambio, prometteva di modificare la destinazione d'uso di terreni e favorire società legate al clan. Il Tribunale del Riesame aveva confermato gli arresti domiciliari. La Cassazione ha respinto il ricorso dell'ex sindaco, confermando la gravità indiziaria e la configurabilità del reato di scambio elettrale politico-mafioso e concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza sottolinea come l'accordo abbia rafforzato il potere del clan sul territorio.
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Scambio Elettorale Politico Mafioso: Cassazione Conferma Arresti e Intercettazioni
Un individuo ha ricevuto una misura cautelare di arresti domiciliari per presunto "scambio elettorale politico mafioso". L'accusa era di aver accettato voti da un clan mafioso in cambio di denaro e futuri appalti pubblici per le sue aziende, in occasione delle elezioni comunali. La difesa ha contestato l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un altro procedimento e l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la connessione tra i procedimenti che rendeva le intercettazioni utilizzabili e ribadendo la persistenza del pericolo di recidiva e di inquinamento probatorio, nonostante il tempo trascorso.
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Scambio elettorale politico-mafioso: respinto il ricorso
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un ex candidato sindaco sottoposto agli arresti domiciliari per il reato di scambio elettorale politico-mafioso. L'indagato chiedeva la revoca o la sostituzione della misura cautelare, sostenendo la definitiva rottura dei rapporti con l'esponente del clan locale e la perdita del ruolo politico. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame, ritenendo che il conflitto tra le parti non dimostrasse una cesura irreversibile e che il politico conservasse una forte capacità di condizionamento sulla nuova amministrazione locale tramite una rete di consiglieri a lui vicini. Gli arresti domiciliari rimangono pertanto l'unica misura idonea a prevenire il pericolo di reiterazione dei reati. Il politico è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Scambio elettorale politico mafioso: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di scambio elettorale politico mafioso e tentata estorsione aggravata. L'indagato, legato a un clan criminale, aveva promesso voti a un candidato alle elezioni comunali in cambio di futuri favori economici e amministrativi. Parallelamente, l'indagato ha minacciato e aggredito un debitore per ottenere somme di denaro privo di tutela legale. La difesa sosteneva la mancanza di metodi mafiosi espliciti nell'accordo elettorale e la riqualificazione dell'aggressione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno respinto il ricorso stabilendo che l'accordo con soggetti contigui alla mafia integra autonomamente il reato elettorale e che l'uso della forza intimidatrice del clan configura l'estorsione.
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Scambio elettorale politico-mafioso: i contatti negano la libertà
Un ex amministratore locale, indagato per lo scambio elettorale politico-mafioso, ha chiesto la revoca degli arresti domiciliari sostenendo che le esigenze cautelari fossero svanite a causa delle sue dimissioni, del tempo trascorso e della mancanza di nuove accuse per elezioni successive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il passaggio del tempo e l'assenza di nuove contestazioni formali non eliminano il pericolo se l'indagato ha continuato a frequentare esponenti della criminalità organizzata anche dopo la competizione elettorale. Di conseguenza, la misura cautelare degli arresti domiciliari resta pienamente valida.
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Scambio elettorale politico-mafioso: no ad arresti su congetture
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza cautelare di arresti domiciliari nei confronti di un politico locale, accusato del reato di scambio elettorale politico-mafioso. I giudici di merito avevano ipotizzato un accordo illecito basandosi su intercettazioni ambientali e telefoniche tra l'indagato e un esponente di spicco di un clan locale. Secondo l'accusa, il politico avrebbe promesso posti di lavoro in cambio di voti. La Cassazione ha però rilevato gravi lacune logiche e congetture nell'interpretazione dei dialoghi. Inoltre, la Corte ha chiarito che per configurare il reato è necessario dimostrare che il procacciatore di voti abbia agito per conto e nell'interesse dell'intera associazione mafiosa, e non per meri interessi personali o familiari. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Custodia cautelare in carcere: l’età avanzata batte la cella
Un uomo ultrasettantenne, accusato di scambio elettorale politico-mafioso e corruzione, ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, concentrandosi sulla scelta della misura restrittiva. Per legge, l'applicazione della custodia cautelare in carcere a un indagato con più di settant'anni richiede la dimostrazione di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. I giudici di merito non hanno motivato adeguatamente la sussistenza di tale eccezionalità, limitandosi a considerazioni generiche sulla possibilità di utilizzare intermediari. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza limitatamente alla scelta della misura cautelare, disponendo il rinvio al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
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Scambio elettorale politico-mafioso: il patto tra voti e denaro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di tre imputati per associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso. La vicenda riguarda un accordo illecito stretto durante le elezioni regionali, in cui due degli imputati hanno promesso di convogliare voti a favore di un candidato politico in cambio di un'ingente somma di denaro. La difesa sosteneva la mancanza di prove sull'uso del metodo mafioso e la mancata consapevolezza del politico. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che per configurare il reato di scambio elettorale politico-mafioso è sufficiente che la caratura criminale del promittente sia nota e idonea a influenzare il voto, senza che sia necessaria la prova di un'esplicita intimidazione durante la campagna elettorale. Tutti i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Scambio elettorale politico-mafioso: no al carcere su sospetti
Un candidato alle elezioni regionali viene sottoposto a custodia in carcere per l'ipotesi di scambio elettorale politico-mafioso, avendo presumibilmente accettato il sostegno di un clan in cambio di denaro. Successivamente, il GIP attenua la misura concedendo gli arresti domiciliari, poich" lo svolgimento delle elezioni ha ridotto il pericolo di reiterazione del reato. Il Tribunale, su appello del Pubblico Ministero, ripristina il carcere basandosi sul solo dispositivo di un'altra decisione non ancora motivata. La Corte di Cassazione annulla il provvedimento di ripristino, stabilendo che il giudice non pu" basarsi su supposizioni senza aver letto le motivazioni scritte del provvedimento precedente. Inoltre, per questo reato non vige una presunzione assoluta di adeguatezza del carcere, consentendo al giudice di valutare elementi di novit per alleggerire la misura.
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Scambio elettorale politico-mafioso: indizi solidi, misura ko
Il Sindaco di un Comune è indagato per il reato di scambio elettorale politico-mafioso. Secondo l'accusa, l'amministratore avrebbe accettato la promessa di voti da parte di esponenti della criminalità organizzata locale in cambio di favori urbanistici e nomine politiche. Il Tribunale del Riesame aveva applicato la misura cautelare del divieto di dimora nel territorio comunale. La Corte di Cassazione, pur confermando la gravità degli indizi di colpevolezza, ha accolto parzialmente il ricorso del Sindaco. I giudici di legittimità hanno stabilito che il pericolo di reiterazione del reato era stato motivato in modo generico e congetturale, basandosi solo sulla vicinanza delle successive elezioni amministrative. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza limitatamente alle esigenze cautelari, rinviando il caso al Tribunale del Riesame per una nuova e più approfondita valutazione.
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Scambio elettorale politico-mafioso: il sospetto non basta
Un uomo, ritenuto l'intermediario di un presunto accordo di scambio elettorale politico-mafioso tra un candidato sindaco e alcuni esponenti della criminalità organizzata, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari. L'accusa si fondava sulla sua attività di organizzazione di un incontro e sul successivo ottenimento di un posto di lavoro come addetto alla sicurezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice intermediazione per organizzare un incontro, senza la prova della consapevolezza del suo scopo illecito, e il successivo beneficio lavorativo non bastano a dimostrare la partecipazione alla stipulazione del patto criminale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la misura cautelare con rinvio per un nuovo esame.
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Scambio elettorale politico-mafioso: patto provato, ricorso K.O.
Un candidato alle elezioni regionali siciliane è stato accusato di scambio elettorale politico-mafioso per aver accettato la promessa di voti da un esponente di Cosa Nostra in cambio di denaro. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione contro la misura degli arresti domiciliari, sostenendo di non essere a conoscenza dell'appartenenza mafiosa del suo interlocutore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la validità del quadro indiziario. Secondo i giudici, le prove raccolte, come le intercettazioni, dimostravano chiaramente la consapevolezza del candidato e la concretezza dell'accordo illecito. La difesa è stata considerata un tentativo di rivalutare i fatti, non consentito in sede di legittimità.
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Scambio elettorale: Giudici annullano arresto, Cassazione ribalta
Un candidato sindaco, accusato di scambio elettorale politico-mafioso, aveva ottenuto l'annullamento degli arresti domiciliari. Secondo l'accusa, aveva promesso a esponenti di un clan l'affidamento di un palazzetto dello sport in cambio di voti. Il Tribunale del Riesame aveva analizzato le prove in modo frammentato, indebolendone la portata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, stabilendo un principio fondamentale: gli indizi non vanno valutati singolarmente ma in modo globale e unitario. La valutazione 'atomistica' è illegittima. La decisione è stata annullata e il caso dovrà essere riesaminato correttamente, riaprendo la possibilità di una misura cautelare per il politico.
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Scambio elettorale politico-mafioso: non basta il favore personale
Un uomo, accusato di scambio elettorale politico-mafioso, era stato messo agli arresti domiciliari. L'accusa sosteneva che avesse promesso voti per una candidata in cambio di favori personali destinati a suo genero. La Corte di Cassazione ha annullato l'arresto, stabilendo un principio fondamentale: per configurare il reato di scambio elettorale politico-mafioso, il vantaggio promesso non può essere meramente personale. È necessario dimostrare che tale 'utilità' porti un beneficio concreto all'intera associazione mafiosa. Poiché i favori erano diretti solo al singolo individuo e non al clan, i presupposti del reato non erano soddisfatti.
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Scambio politico-mafioso: la sola promessa del boss è reato
Un intermediario agevola un patto tra un gruppo politico e un clan mafioso. L'accordo prevede un intervento per ottenere una perizia medica favorevole a un detenuto del clan, in cambio di un pacchetto di voti per la candidata del gruppo politico. La Corte di Cassazione ha stabilito che il reato di scambio elettorale politico-mafioso si configura per la sola promessa di voti proveniente da un soggetto mafioso, senza che sia necessario provare l'effettivo uso di metodi intimidatori. L'appartenenza al clan è di per sé una garanzia della capacità di condizionare il voto. La Corte ha quindi respinto il ricorso dell'intermediario, confermando la misura degli arresti domiciliari a suo carico.
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Scambio elettorale-mafioso: reato anche senza minacce esplicite
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un'intermediaria accusata di aver facilitato un accordo di scambio elettorale politico-mafioso tra un candidato e un esponente di un clan. La difesa sosteneva che, senza la prova di minacce esplicite per raccogliere i voti, il reato non sussistesse. La Corte ha respinto questa tesi, stabilendo un principio fondamentale: per il reato di scambio elettorale politico-mafioso è sufficiente l'accordo con un soggetto appartenente alla mafia. La capacità di intimidazione è implicita nel patto stesso e non necessita di essere provata separatamente. Di conseguenza, la misura della custodia cautelare in carcere per l'intermediaria è stata confermata.
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Scambio elettorale politico-mafioso: patto annullato per prove deboli
Un presunto esponente di un clan mafioso viene accusato di scambio elettorale politico-mafioso. L'accusa sostiene che egli abbia promesso voti a un sindaco uscente in cambio di posti di lavoro per due parenti. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia in carcere. Secondo i giudici, le prove, basate principalmente su intercettazioni, erano insufficienti e interpretate in modo illogico dal Tribunale del Riesame. Mancava la prova certa di un vero e proprio patto illecito. Il caso è stato quindi rinviato per una nuova valutazione, evidenziando che una semplice richiesta di assunzione non configura automaticamente il reato di scambio elettorale politico-mafioso.
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Scambio elettorale: patto con boss non basta, serve metodo mafioso
La Corte di Cassazione ha chiarito i confini del reato di scambio elettorale politico-mafioso. Un candidato politico era stato accusato per aver chiesto voti a un noto esponente mafioso in cambio di favori. La Corte ha stabilito che l'accordo non costituisce reato se non vi è la prova che il politico abbia accettato l'uso del 'metodo mafioso' per raccogliere i consensi. In particolare, se l'esponente mafioso agisce come singolo ('uti singulus') e non per conto del clan, la Procura deve dimostrare in modo chiaro che l'accordo prevedeva l'uso della forza di intimidazione. Di conseguenza, l'arresto del candidato è stato annullato e il ricorso del Pubblico Ministero dichiarato inammissibile.
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Scambio elettorale: patto con mafioso non è reato senza metodo
Un candidato politico stringe un accordo con un noto esponente mafioso per ottenere voti in cambio di futuri favori. La Corte di Cassazione ha stabilito che non si configura il reato di scambio elettorale politico-mafioso. La ragione è che l'esponente ha agito come singolo individuo ('uti singulus') e non per conto del clan. In questi casi, per provare il reato, l'accusa deve dimostrare che l'accordo prevedeva specificamente l'uso di metodi mafiosi, come l'intimidazione, per raccogliere i voti. Mancando questa prova, il patto da solo non è sufficiente e l'indagato è stato liberato.
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Scambio elettorale: lavoro promesso in cambio di voti mafiosi
Un lavoratore viene messo agli arresti domiciliari per aver partecipato a uno scambio elettorale politico-mafioso. Un candidato politico gli aveva promesso un miglioramento della sua posizione lavorativa in cambio del suo appoggio a un patto con un esponente mafioso. L'accordo prevedeva che il gruppo criminale procurasse voti al candidato. Il lavoratore, consapevole della natura mafiosa del patto, ha aderito per ottenere un vantaggio personale. La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare, ritenendo sufficienti i gravi indizi emersi dalle intercettazioni per provare l'esistenza dell'accordo. Il ricorso del lavoratore è stato dichiarato inammissibile perché mirava a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità.
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