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Risoluzione Contrattuale

38 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Scioglimento definitivo del vincolo contrattuale a causa dell'inadempimento grave di una delle parti.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

IMU Leasing Risolto: La Cassazione nega il rimborso senza riconsegna
Un'azienda bancaria ha chiesto il rimborso dell'IMU per un immobile oggetto di un contratto di leasing risolto anticipatamente. L'azienda sosteneva di non dover più pagare l'IMU dopo la risoluzione, anche se non aveva ancora riavuto la disponibilità fisica del bene. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'IMU è dovuta per l'intera durata contrattuale del leasing, indipendentemente dalla riconsegna materiale del bene. Il principio chiave è che il presupposto impositivo dell'IMU leasing risolto è la vigenza del contratto, non il possesso fisico.
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Rinuncia al Ricorso in Cassazione: Inammissibilità e Spese Legali
Due Cittadini avevano presentato un ricorso in Cassazione contro una Banca, contestando la risoluzione del loro contratto di mutuo. Successivamente, i Cittadini hanno rinunciato al ricorso, avendo raggiunto un accordo transattivo con la Banca nell'ambito di una procedura di esdebitazione da sovraindebitamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per rinuncia. Questo è avvenuto perché la rinuncia non era stata notificata formalmente alla Banca, rendendo l'atto inefficace ai fini dell'estinzione del giudizio. Di conseguenza, i Cittadini sono stati condannati a pagare le spese legali.
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IMU leasing risoluzione contratto: chi paga se l’immobile non torna?
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso relativo all'IMU dopo la risoluzione di un contratto di leasing. Un'Azienda Concedente aveva concesso immobili in leasing. I contratti si erano risolti per inadempimento dell'Utilizzatore, ma gli immobili non erano stati restituiti. Il Comune aveva emesso avvisi di accertamento IMU a carico dell'Azienda Concedente. La Cassazione ha confermato che, in caso di risoluzione del contratto di leasing, il locatore (Azienda Concedente) torna ad essere il soggetto passivo dell'IMU, anche se non ha ancora la disponibilità materiale del bene. La richiesta di annullamento delle sanzioni per incertezza normativa deve essere proposta fin dal primo grado di giudizio. Il ricorso dell'Azienda Concedente è stato rigettato, confermando la sua responsabilità per l'IMU.
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Prova della qualità di erede: ricorso inammissibile senza atti
La controversia nasce dalla richiesta di rilascio di un fondo agricolo per intervenuta scadenza contrattuale. La proprietaria originaria ha promosso l'azione giudiziaria contro i conduttori del terreno. In seguito alla sentenza d'appello, i presunti successori della proprietaria hanno presentato ricorso per cassazione dichiarando di agire in qualità di eredi. Gli affittuari si sono difesi contestando le pretese avversarie. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Chi interviene o impugna una sentenza qualificandosi come successore deve fornire la rigorosa prova della qualità di erede e documentare il decesso del dante causa. La semplice affermazione negli atti non basta a legittimare l'azione giudiziaria.
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IMU leasing risolto: paga il proprietario senza bene
Un Comune ha notificato un avviso di accertamento tributario a una società di leasing, richiedendo il pagamento dell'imposta per un immobile commerciale. Il contratto di locazione finanziaria era stato risolto per inadempimento dell'utilizzatore, ma quest'ultimo aveva trattenuto l'immobile per oltre due anni senza restituirlo. La società concedente riteneva di non dover versare il tributo fino all'effettiva riconsegna del bene. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente locale, stabilendo che la disciplina dell'IMU leasing risolto attribuisce la soggettività passiva al proprietario concedente sin dalla data di cessazione del contratto, a prescindere dalla materiale disponibilità del bene.
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Responsabilità bancaria per obblighi informativi: bond argentini e dovere di trasparenza
La Corte di Cassazione ha confermato la **responsabilità bancaria per obblighi informativi** in un caso riguardante l'acquisto di bond argentini. Una risparmiatrice aveva acquistato titoli rischiosi senza adeguate informazioni dalla banca. I giudici di merito avevano dichiarato la risoluzione del contratto e condannato la banca al risarcimento. La banca ha proposto ricorso, sostenendo che la cliente fosse consapevole dei rischi e che la sua mancata adesione a un'offerta di concambio le fosse imputabile. La Cassazione ha rigettato il ricorso, ribadendo che la banca deve sempre fornire informazioni specifiche sui rischi, anche a investitori esperti. La banca è stata condannata a pagare le spese legali.
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Indennità di occupazione immobile e limiti del giudicato
Un proprietario otteneva lo sfratto e la risoluzione del contratto di locazione verso una società conduttrice inadempiente. Il primo tribunale ordinava il rilascio del locale, ma rinviava a un separato procedimento il calcolo esatto delle somme arretrate. L'inquilino rilasciava l'immobile molti mesi dopo. Il locatore avviava quindi una nuova causa per ottenere il rimborso degli oneri condominiali e l'indennità di occupazione immobile maturata fino alla riconsegna effettiva. L'inquilino eccepiva l'esistenza di un giudicato ostativo, sostenendo che la mancata impugnazione della prima sentenza precludesse nuove pretese economiche. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del conduttore, confermando che il giudicato della risoluzione non impedisce di richiedere le indennità e i canoni maturati successivamente alla prima pronuncia.
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Manomissione del contatore: l’utente paga i consumi presunti
La società fornitrice di energia ha agito contro un utente a seguito della manomissione del contatore, riscontrata tramite un foro nel vetro che consentiva l'alterazione dei consumi. L'utente ha contestato l'addebito sostenendo che il guasto derivasse dal crollo del tetto causato dal maltempo e dichiarando il mancato utilizzo degli elettrodomestici. I giudici di merito hanno accolto la domanda della società fornitrice, dichiarando risolto il contratto e condannando l'utente al pagamento di oltre 3.200 euro per consumi stimati. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'utente. La Suprema Corte ha ribadito che l'intestatario dell'utenza risponde della manomissione del contatore per violazione del dovere di vigilanza e custodia dell'impianto.
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Risoluzione della donazione per inadempimento: i limiti degli eredi
La Donante intestava un appartamento a due Beneficiari, riservandosi l'usufrutto. L'atto menzionava un onere di assistenza e la natura remuneratoria del gesto. Alla morte della donna, gli Eredi chiedevano al Tribunale l'annullamento dell'atto per incapacità e la risoluzione della donazione per inadempimento dell'onere, sostenendo che i Beneficiari si fossero trasferiti altrove. Il Tribunale accoglieva la domanda di risoluzione. La Corte d'Appello ribaltava la decisione, rigettando le pretese degli Eredi. La Corte di Cassazione ha confermato il verdetto di secondo grado: la risoluzione della donazione per inadempimento dell'onere richiede un'espressa clausola contrattuale. Un generico richiamo alla legge non basta per annullare la liberalità. Gli Eredi perdono definitivamente la causa e devono pagare le spese di giudizio.
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Nullità del lodo arbitrale: limiti al controllo dei giudici
Una società conduttrice di un immobile commerciale avvia un arbitrato contro le società locatrici per gravi difetti strutturali dell'edificio, chiedendo la risoluzione del contratto e il risarcimento danni. L'arbitro unico accerta l'inadempimento ma nega la risoluzione ritenendolo non grave, concedendo solo un indennizzo economico. La conduttrice impugna la decisione e la Corte d'Appello dichiara la nullità del lodo arbitrale per contraddittorietà logica, sciogliendo la locazione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso delle locatrici. I giudici di secondo grado hanno riesaminato indebitamente le prove e il merito dei fatti, violando i limiti rigorosi fissati dalla legge per dichiarare la nullità del lodo arbitrale.
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Canoni di locazione non riscossi: scatta la tassazione IRPEF
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una proprietaria l'omessa dichiarazione dei redditi relativi a un immobile locato. L'inquilino non aveva versato i pagamenti pattuiti e il giudice ha convalidato lo sfratto a fine anno. La contribuente sosteneva la non tassabilità delle somme mai incassate. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I canoni di locazione non riscossi concorrono alla base imponibile IRPEF fino alla data ufficiale di convalida dello sfratto o di risoluzione del contratto. Il mancato incasso materiale non esclude il debito tributario per le mensilità maturate prima dell'intervento del giudice.
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Prescrizione azione risarcitoria: l’investitore perde per mancata impugnazione
Un investitore ha citato in giudizio una Banca per la risoluzione di un contratto di investimento in obbligazioni argentine e il risarcimento dei danni, lamentando una carenza informativa. Il Tribunale aveva accolto la domanda, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, ritenendo l'azione prescritta e infondata. La Corte d'Appello ha anche evidenziato che l'investitore era un "operatore qualificato" e che non era stato provato un nesso causale tra l'eventuale carenza informativa e il danno. La Cassazione ha dichiarato il ricorso dell'investitore inammissibile. Questo è avvenuto perché una delle tre ragioni (ratio decidendi) su cui si basava la sentenza d'Appello, ovvero l'assenza di prova del nesso causale, non è stata impugnata dall'investitore. Pertanto, la decisione della Corte d'Appello è rimasta valida, rendendo irrilevanti le altre contestazioni sulla prescrizione azione risarcitoria.
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Acciaio senza marchio: vale la garanzia per i vizi
Una società venditrice ottiene un decreto ingiuntivo contro l'acquirente per il mancato pagamento di una fornitura di bobine di acciaio. L'acquirente propone opposizione e richiede la risoluzione del contratto invocando la garanzia per i vizi. Il materiale consegnato risulta privo della marchiatura permanente del produttore pattuito e presenta gravi difetti di lavorazione superficiale che ne riducono il valore economico di circa il 40%. Sia il Tribunale sia la Corte d'Appello dichiarano risolto il contratto per grave inadempimento della fornitrice. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso della venditrice. I giudici confermano che l'impossibilità di tracciare con certezza l'origine pattuita del bene e i difetti materiali giustificano lo scioglimento della vendita.
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Malversazione di erogazioni pubbliche: la polizza non salva
L'amministratore di un'impresa ha ottenuto un anticipo di fondi pubblici per la ricostruzione post-terremoto. L'imprenditore non ha eseguito i lavori e non ha restituito le somme dopo la risoluzione del contratto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di malversazione di erogazioni pubbliche. I giudici hanno chiarito che chi riceve finanziamenti vincolati deve mantenere il denaro subito disponibile se le opere si interrompono. Destinare l'anticipo ad altre esigenze aziendali configura reato, indipendentemente da problemi gestionali. Inoltre, l'attivazione della polizza fideiussoria da parte del garante risarcisce il danno ma non elimina la responsabilità penale dell'imputato.
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Risoluzione del contratto preliminare e restituzione degli acconti
Un promissario acquirente stipula un compromesso per l'acquisto di una villetta e versa cospicui acconti. A causa del rifiuto del promittente venditore di stipulare il rogito per mancanza di documenti urbanistici, l'acquirente agisce in giudizio per ottenere il trasferimento coattivo del bene o la restituzione del denaro. In appello, l'erede dell'acquirente richiede la risoluzione del contratto preliminare e la restituzione degli acconti, ma la corte territoriale dichiara inammissibile la richiesta considerandola una domanda nuova basata su fatti inediti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'erede: la legge consente espressamente di mutare la richiesta di adempimento in richiesta di risoluzione contrattuale durante il processo. Tale facoltà include la restituzione delle somme versate, purché i fatti posti a fondamento della contestazione originaria coincidano con le inadempienze già allegate all'inizio della controversia.
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Risoluzione contratto di appalto: confermato il ribasso
Una società appaltatrice chiedeva la risoluzione del contratto di appalto e il risarcimento danni contro una stazione appaltante pubblica, contestando gravi carenze nel progetto esecutivo e ripetute sospensioni dei lavori. L'ente committente eccepiva la colpa dell'impresa e disponeva la decadenza. I giudici hanno escluso l'inadempimento colpevole esclusivo della committente: l'appaltatore, in quanto operatore qualificato, conosceva o doveva conoscere i difetti del progetto prima della stipula e avrebbe dovuto esercitare tempestivamente il recesso normativo. La Suprema Corte ha confermato lo scioglimento per impossibilità oggettiva sopravvenuta derivante dalle contrapposte manifestazioni di volontà. Infine, ha stabilito che la quantificazione economica delle opere parziali già realizzate deve mantenere l'applicazione dell'originario ribasso d'asta, respingendo integralmente il ricorso dell'impresa e confermando il saldo calcolato in secondo grado.
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Certificato di agibilità mancante: contratto sciolto per vizi
Un acquirente ha acquistato un immobile scoprendo successivamente la presenza di rilevanti irregolarità urbanistiche e l'assenza del titolo di abitabilità. La venditrice sosteneva che il compratore fosse a conoscenza dei vizi e che gli abusi fossero regolarizzabili. La Corte d'Appello ha invece disposto lo scioglimento della compravendita, ravvisando un grave inadempimento. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente questa statuizione. Il certificato di agibilità mancante, unitamente a difformità strutturali non secondarie accertate dal perito d'ufficio, impedisce il pieno godimento del bene. Di conseguenza, l'acquirente ottiene la risoluzione definitiva del contratto e il rimborso delle spese legali, mentre il ricorso della venditrice viene respinto.
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Vitalizio assistenziale: perde la casa il figlio che non cura la madre
Una madre cede la nuda proprietà di un immobile al figlio. In cambio, il figlio promette vitto, cure mediche, assistenza morale e materiale per tutta la vita della donna. L'uomo abbandona l'anziana madre senza supporto, lasciandola vivere in condizioni precarie e costringendola a pagare cibo e farmaci da sola. La beneficiaria cita in giudizio il figlio chiedendo la cancellazione del contratto. La Corte di Cassazione conferma la risoluzione del vitalizio assistenziale per grave inadempimento del figlio vitaliziante. L'uomo perde l'immobile ricevuto, deve restituire la quota di proprietà agli eredi della madre e deve rimborsare sia le spese notarili del rogito sia i danni liquidati in favore degli eredi.
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Riparazioni urgenti nella locazione: spese senza rimborso
Un inquilino commerciale ha omesso il pagamento dei canoni di affitto, chiedendo in giudizio il rimborso delle somme spese per sistemare gravi infiltrazioni e tubazioni del gas. La questione verte sui presupposti delle riparazioni urgenti nella locazione. Il locatore aveva infatti comunicato la disponibilità a compiere i lavori a patto che l'immobile venisse temporaneamente liberato per otto giorni, ma l'affittuario aveva rifiutato, provvedendo da sé e pretendendo poi il rimborso dei costi sostenuti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'inquilino al saldo del debito locatizio e ha respinto la richiesta risarcitoria. Il conduttore può eseguire direttamente le opere urgenti solo a fronte dell'effettiva inerzia del proprietario, presupposto assente nel caso di specie.
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Compravendita e patrocinio in Cassazione: ricorso inammissibile
Un'acquirente ottiene nei gradi di merito la risoluzione della compravendita immobiliare e il risarcimento del danno contro la società venditrice per gravi inadempimenti. La società impugna la decisione in Cassazione contestando la regolarità delle notifiche e l'assenza di diffide. La Suprema Corte dichiara l'inammissibilità del ricorso prima di esaminare i motivi: il legale dell'azienda non possiede l'abilitazione per il patrocinio in Cassazione al momento della notifica. La mancanza dell'iscrizione nell'albo speciale costituisce un vizio insanabile. La società soccombente deve pagare oltre ottomila euro di spese legali e versare un doppio contributo unificato.
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