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Riscossione Provvisoria

10 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La riscossione di una parte delle imposte accertate anche se il contribuente ha impugnato l'avviso di accertamento e il giudizio è ancora in corso.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Riscossione provvisoria: il giudicato blocca la difesa del socio
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un'intimazione di pagamento ad alcuni ex soci di una società estinta per recuperare tributi e sanzioni. Il giudice di secondo grado ha annullato le sanzioni, ritenendole non trasmissibili ai soci. L'Amministrazione Finanziaria ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso. Poiché la decisione sul merito dei tributi e delle sanzioni era già diventata definitiva con il giudicato, l'atto basato sulla riscossione provvisoria non permetteva di ridiscutere il merito della pretesa fiscale. Il contribuente può contestare l'intimazione soltanto per vizi propri dell'atto.
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Intimazione di pagamento non chiara: il Fisco perde la causa
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato al Contribuente un'intimazione di pagamento per riscuotere sanzioni ricalcolate dopo una sentenza di secondo grado parzialmente favorevole al cittadino. Tuttavia, l'importo richiesto a saldo risultava superiore a quello originario, senza che l'atto spiegasse in modo chiaro i criteri e i calcoli applicati, basati sull'applicazione del cumulo giuridico con altre sanzioni non menzionate. Il Contribuente ha impugnato l'atto contestando il difetto di motivazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando l'annullamento dell'atto. I giudici hanno stabilito che l'intimazione di pagamento deve chiarire tutti i presupposti del debito per garantire il diritto di difesa. L'ufficio tributario non puo integrare le proprie motivazioni durante il processo. Di conseguenza, il Fisco ha perso la causa ed e stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Riscossione provvisoria e giudicato bloccano le difese del socio
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un'intimazione di pagamento a un ex socio per imposte e sanzioni di una società estinta. La procedura scaturiva da una riscossione provvisoria e giudicato. La Corte di secondo grado aveva annullato le sanzioni ritenendole non trasmissibili ai soci. Tuttavia, la vertenza sul merito dell'accertamento si è conclusa definitivamente in Cassazione, confermando la piena debenza anche delle sanzioni. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Ufficio. I giudici hanno stabilito che, in presenza di un giudicato definitivo sull'accertamento, il giudice dell'atto di riscossione non può riaprire discussioni sul merito delle sanzioni. Il contribuente può contestare l'intimazione soltanto per vizi propri dell'atto.
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Riscossione provvisoria: giudicato valido e sanzioni confermate
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un'intimazione di pagamento a un ex socio e liquidatore per tributi e sanzioni di una società estinta. L'atto derivava da un'iscrizione a ruolo in regime di riscossione provvisoria basata su una sentenza di appello favorevole al Fisco. Il giudice tributario regionale ha poi annullato le sanzioni nell'impugnazione dell'intimazione, ritenendole intrasmissibili ai soci. L'Agenzia delle Entrate ha ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Ufficio. I giudici di legittimità hanno chiarito che il merito del debito e la debenza delle sanzioni erano già stati confermati con giudicato in un separato giudizio. Il giudice dell'atto di riscossione non può ridiscutere il merito della pretesa fiscale, ma deve limitarsi a verificare eventuali vizi propri dell'atto.
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Definizione agevolata: cartella pagata ma debito residuo
L'Agenzia delle Entrate contestava a due contribuenti maggiori imposte derivanti dalla plusvalenza per la cessione di un immobile. L'Ufficio emetteva cartelle per la riscossione provvisoria pari al 50% dell'importo accertato. Uno dei contribuenti presentava istanza di definizione agevolata limitata alla sola cartella di pagamento emessa in pendenza di lite. La Commissione Tributaria Regionale dichiarava estinto l'intero contenzioso per intervenuta sanatoria. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso delle Entrate. La definizione agevolata di una cartella parziale non estingue il residuo debito fiscale indicato nell'avviso di accertamento originario. La Suprema Corte cassa la sentenza con rinvio per la quota non definita, dichiarando invece estinta la posizione della seconda contribuente per integrale definizione e rinuncia.
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Riscossione provvisoria: nullo il fisco se l’accertamento cade
Il Contribuente ha impugnato una cartella di pagamento per Irpef, Irap e Iva, emessa sulla base di un avviso di accertamento parzialmente annullato in sede giudiziaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Contribuente, stabilendo che la riscossione provvisoria perde efficacia se l'atto impositivo presupposto viene annullato, anche se la sentenza non è ancora definitiva. L'annullamento, anche parziale, dell'accertamento di base priva la cartella di pagamento della sua legittimità, poiché viene meno il titolo fondante del credito erariale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la decisione favorevole all'ufficio tributario e ha rinviato la causa alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado per un nuovo esame.
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Riscossione provvisoria: se l’accertamento cade la cartella muore
Il Contribuente ha impugnato una cartella di pagamento emessa in via provvisoria a seguito di un avviso di accertamento per Irpef, Irap e Iva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Contribuente, stabilendo che la riscossione provvisoria perde efficacia se l'atto impositivo presupposto viene annullato, anche parzialmente o con sentenza non definitiva. Poiché l'accertamento originario era stato parzialmente cassato, anche la cartella di pagamento correlata perde la sua validità per le somme non più dovute. La causa è stata rinviata alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado per una nuova decisione.
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Annullamento dell’atto presupposto: il Fisco perde la pretesa
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un atto di contestazione contro una società per omesso versamento di ritenute d'acconto, basandosi su un precedente avviso di accertamento. Tuttavia, la Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'atto presupposto. L'amministrazione finanziaria ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'annullamento non fosse definitivo perché ancora impugnabile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'annullamento dell'atto presupposto fa venir meno la pretesa tributaria anche prima del passaggio in giudicato della sentenza. Inoltre, nel caso specifico, l'annullamento era ormai definitivo a causa dell'inammissibilità del ricorso principale decisa in un altro giudizio. Vince la società contribuente.
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Interessi su rimborso aggio: La Cassazione chiarisce
Un istituto bancario ottiene un rimborso per imposte versate in eccesso. L'Agenzia Fiscale calcola gli interessi solo sulla quota del tributo, escludendo l'aggio di riscossione. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12913/2025, ha stabilito che gli interessi su rimborso aggio sono dovuti, in quanto l'aggio, pur non essendo un tributo, ha una natura "funzionalmente tributaria" e deve essere incluso nel calcolo per garantire il pieno ripristino patrimoniale del contribuente.
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Impugnazione cartella: i vizi propri sono decisivi
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21599/2025, chiarisce un punto fondamentale sull'impugnazione cartella di pagamento. Il ricorso contro una cartella esattoriale può basarsi solo su vizi propri dell'atto e non può rimettere in discussione il merito della pretesa tributaria, che doveva essere contestato impugnando il precedente avviso di accertamento. La Corte ha cassato la decisione di merito che aveva annullato le cartelle basandosi sull'assoluzione penale del contribuente, ribadendo la netta separazione tra l'atto impositivo e quello di riscossione.
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