Una giovane donna, indagata per associazione di tipo mafioso e concorso in estorsione, ha impugnato l'ordinanza che confermava i suoi arresti domiciliari. Secondo l'accusa, la donna fungeva da canale di comunicazione per lo zio, capo di una cosca e detenuto in carcere. Tra le sue attività vi erano la consegna di messaggi nascosti in sacchetti di patatine, il tentativo di procurare telefoni cellulari e la decifrazione di messaggi in codice. Inoltre, aveva sollecitato l'intervento del boss per risolvere una disputa personale, sfociata in un'estorsione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che tali condotte, anche se compiute in un contesto familiare, dimostrano un contributo consapevole e attivo all'operatività del sodalizio criminale.
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