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Revocatoria Fallimentare

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214 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Revocatoria fallimentare: svendere immobili non salva l’acquisto
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia della vendita di alcuni immobili compiuta da una società poi fallita a favore di un'altra impresa. La curatela ha promosso una revocatoria fallimentare contestando la sproporzione del prezzo di vendita, pari a soli 25.000 euro, rispetto al valore reale dei beni. I giudici di merito hanno accolto la domanda basandosi su una perizia di parte che attestava il reale valore degli immobili nel 2017, nonostante i danni da terremoto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'acquirente, ribadendo che la valutazione delle prove e la decisione di non disporre una consulenza tecnica d'ufficio spettano esclusivamente al giudice di merito. L'acquirente è stato condannato anche al pagamento delle spese e a sanzioni per lite temeraria.
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Cessazione della materia del contendere: l’accordo chiude la lite
Il Fallimento di un'impresa appaltatrice ha contestato un pagamento di oltre 165.000 euro ricevuto da una Società Creditrice tramite delegazione di pagamento da parte del Committente, ritenendolo un mezzo anomalo avvenuto nel periodo sospetto. Dopo la condanna nei primi gradi, la Società Creditrice ha proposto ricorso in Cassazione. Durante il giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo extragiudiziale per risolvere la controversia. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato la cessazione della materia del contendere. Questa pronuncia cancella gli effetti della sentenza d'appello impugnata e dispone la compensazione integrale delle spese legali tra le parti, escludendo inoltre il raddoppio del contributo unificato.
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Revocatoria fallimentare: l’avvocato perde i compensi trattenuti
Un avvocato riceve su proprio conto somme riscosse per conto di una società cliente, poi fallita. Poco prima del fallimento, il legale emette fatture compensando tali somme con i propri compensi. Il Fallimento promuove un'azione di revocatoria fallimentare per recuperare il denaro. L'avvocato sostiene che l'incasso sia avvenuto mesi prima, fuori dal periodo sospetto. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del professionista: il mero deposito sul conto del legale costituisce semplice detenzione per conto del cliente. Il pagamento vero e proprio si realizza solo con l'emissione delle fatture e la specifica imputazione a compenso, avvenute nel periodo sospetto. L'avvocato, consapevole dello stato di insolvenza della società, deve restituire le somme trattenute.
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Revocatoria fallimentare: incassa il credito ma deve restituirlo
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia di una cessione di credito effettuata da una società, poi fallita, a favore di un suo fornitore. Il Fallimento ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare per recuperare la somma. La Suprema Corte ha stabilito che, in presenza di più procedure consecutive nate dallo stesso stato di insolvenza (concordato preventivo e successivo fallimento), il periodo sospetto per la revocatoria fallimentare deve essere calcolato a ritroso a partire dalla data di pubblicazione della prima domanda di concordato. Di conseguenza, la cessione del credito, qualificata come atto solutorio per estinguere un debito e non come semplice garanzia, rientra pienamente nel periodo di inefficacia. Il ricorso del creditore è stato dichiarato inammissibile, confermando l'obbligo di restituire le somme riscosse.
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Opposizione allo stato passivo: banca perde garanzie e compensazione
Un Istituto di Credito ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento di un Socio Garante per debiti di una società correlata, garantiti da fideiussione e pegno su titoli. Il Giudice Delegato ha rigettato la domanda. La Banca ha proposto opposizione allo stato passivo, introducendo per la prima volta una domanda di compensazione tra il proprio debito per i titoli scaduti e il credito verso il fallito, chiedendo in subordine la prelazione pignoratizia. Il Tribunale ha respinto l'opposizione, ritenendo inammissibile la nuova domanda di compensazione e revocabile il pegno poiché rimodulato per debiti preesistenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Banca, confermando che nell'opposizione allo stato passivo non si possono proporre domande nuove e che la ristrutturazione del pegno configura una nuova garanzia revocabile.
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Revocatoria fallimentare: quando il silenzio del creditore costa caro
La Compagnia Aerea, in amministrazione straordinaria, ha richiesto la revocatoria fallimentare dei pagamenti effettuati a una Società di Leasing nei sei mesi precedenti la procedura. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'esenzione speciale prevista dal decreto legge per garantire il servizio pubblico è un'eccezione in senso lato, rilevabile d'ufficio dal giudice. Al contrario, l'esenzione ordinaria per i pagamenti eseguiti nei "termini d'uso" costituisce un'eccezione in senso stretto. Quest'ultima richiede l'allegazione e la prova di una prassi consolidata tra le parti e non può essere applicata d'ufficio se il creditore è rimasto contumace. La sentenza è stata cassata con rinvio per valutare i pagamenti antecedenti al decreto.
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Consecuzione delle procedure: revocata l’ipoteca della banca
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Curatela Fallimentare contro un istituto di credito. Il Tribunale aveva escluso la revocabilità di un'ipoteca iscritta prima della domanda di concordato preventivo, poi dichiarato inammissibile, ritenendo interrotta la continuità con il successivo fallimento. La Suprema Corte ha invece chiarito che, in base all'articolo 69-bis della Legge Fallimentare, opera il principio della consecuzione delle procedure. Pertanto, il periodo sospetto per l'azione revocatoria deve essere calcolato a ritroso partendo dalla data di pubblicazione della domanda di concordato, anche se questa è stata dichiarata inammissibile, purché sussista una continuità sostanziale dello stato di insolvenza. La causa è stata rinviata al Tribunale per verificare tale presupposto.
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Revocatoria fallimentare: pagamenti da terzi revocabili se c’è crisi
Una società creditrice ha ricevuto due pagamenti da terzi per conto di un'impresa debitrice, in seguito a pignoramenti. Successivamente, l'impresa debitrice ha presentato domanda di concordato preventivo, poi sfociata in amministrazione straordinaria. L'amministrazione straordinaria ha chiesto la revoca dei pagamenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società creditrice, confermando la revocabilità dei pagamenti. La Corte ha stabilito che la revocatoria fallimentare opera retroattivamente a partire dalla pubblicazione della domanda di concordato preventivo, in virtù del principio di consecuzione delle procedure, anche se il concordato è stato successivamente dichiarato estinto. I pagamenti eseguiti da terzi in nome e per conto del debitore sono quindi inefficaci.
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Fido bancario senza firma: la banca perde contro il fallimento
Una società in amministrazione straordinaria ha avviato un'azione di revocatoria fallimentare contro una banca per recuperare oltre 580.000 euro di rimesse solutorie. La banca si è difesa sostenendo l'esistenza di un fido bancario mobile (un'apertura di credito a importo variabile) che avrebbe escluso la natura solutoria dei versamenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della procedura straordinaria, stabilendo che il fido bancario richiede tassativamente la forma scritta a pena di nullità, come previsto dall'articolo 117 del Testo Unico Bancario. Non sono sufficienti prove indirette come annotazioni interne o scambi di lettere. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente e ha rinviato la causa alla Corte d'Appello per ricalcolare le somme da restituire alla procedura.
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Principio di autosufficienza: la forma batte il merito
Una Società in Amministrazione Straordinaria ha chiesto la revocatoria fallimentare di due rimesse bancarie effettuate a favore di una Banca. Dopo il rigetto nei primi gradi di giudizio per genericità dei motivi d'appello, la Società si è rivolta alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile applicando il principio di autosufficienza. La ricorrente non ha infatti trascritto né descritto a sufficienza il contenuto della sentenza di primo grado e dell'atto di appello nel proprio ricorso. Questa omissione ha impedito alla Suprema Corte di verificare se i motivi di appello fossero davvero specifici o generici. Di conseguenza, la Banca ha vinto la causa e la Società è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Revocatoria fallimentare: l’affare che costa la perdita del bene
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una Società Acquirente contro la sentenza che aveva accolto la revocatoria fallimentare di una compravendita immobiliare. La procedura di fallimento della Società Venditrice aveva contestato la vendita per via di un forte squilibrio di valore tra le prestazioni, superiore a un quarto. La Suprema Corte ha confermato che, in caso di sproporzione evidente nei contratti conclusi nell'anno anteriore al fallimento, la conoscenza dello stato di insolvenza in capo all'acquirente si presume per legge. Spetta all'acquirente dimostrare la propria totale ignoranza del dissesto finanziario del venditore. Non avendo la Società Acquirente fornito prove concrete sui lavori di completamento dell'immobile che avrebbero giustificato il prezzo ridotto, né dimostrato la propria buona fede, la vendita è stata definitivamente revocata.
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Revocatoria fallimentare: lo scudo del piano non è automatico
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'esenzione dalla revocatoria fallimentare per gli atti esecutivi di un piano attestato di risanamento non opera in modo automatico. Nel caso esaminato, una società poi fallita aveva concesso un pegno immobiliare a una banca a garanzia di un finanziamento erogato alla propria capogruppo. Il Tribunale aveva ritenuto insindacabile l'attestazione di risanamento presentata dalla società. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fallimento, affermando che il giudice ha il preciso dovere di controllare ex ante la veridicità dei dati e l'idoneità del piano a risanare l'esposizione debitoria. Di conseguenza, la banca non può beneficiare dell'esenzione senza questo preventivo controllo giudiziale sulla reale fattibilità del piano.
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Revocatoria fallimentare: la banca perde e deve restituire i fondi
Una banca ha ricevuto un pagamento di oltre 64.000 euro da una società poi fallita. La curatela ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare per recuperare la somma, sostenendo che la banca conoscesse lo stato di insolvenza della debitrice. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, evidenziando che la banca aveva chiesto un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo poiché i soci garanti stavano svendendo i propri beni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della banca. I giudici hanno confermato che la qualifica professionale di un istituto di credito impone una diligenza superiore nel rilevare il dissesto economico del debitore. Di conseguenza, la banca perde la causa e deve restituire la somma ricevuta, oltre a pagare le spese legali.
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Consulenza tecnica d’ufficio: vietati i documenti fuori tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la revoca del trasferimento del 50% di quote societarie, ritenuto sproporzionato nel prezzo. I ricorrenti lamentavano l'errata valutazione del patrimonio sociale e dei debiti da parte del consulente del giudice. La Suprema Corte ha chiarito i limiti della consulenza tecnica d'ufficio: anche quando l'esperto ha il compito di accertare direttamente i fatti (CTU percipiente), non può utilizzare documenti che le parti non hanno depositato nei termini di legge. Spetta infatti alle parti l'onere di fornire le prove nei tempi stabiliti dal processo, pena l'inutilizzabilità delle conclusioni del consulente.
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Revocatoria fallimentare: nuove regole battono vecchi debiti
Un'azienda creditrice ha impugnato la decisione che accoglieva la revocatoria fallimentare promossa dalla curatela di una società fallita. I pagamenti contestati risalivano al 2004, prima della riforma fallimentare del 2005/2006, mentre il fallimento era stato dichiarato successivamente. La Corte d'Appello aveva applicato la vecchia disciplina in virtù del principio di consecutio tra il concordato preventivo (aperto nel 2005) e il successivo fallimento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda creditrice, stabilendo che, in base alla norma transitoria dell'articolo 150 del decreto legislativo numero 5 del 2006, si applica la nuova legge alle procedure aperte dopo la sua entrata in vigore. Di conseguenza, non rileva la continuità con la precedente procedura per applicare la vecchia normativa, determinando la decadenza dell'azione intrapresa dalla curatela.
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Revocatoria fallimentare: incassare un credito può costare caro
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia del pagamento ricevuto da un creditore prima del fallimento del debitore, rigettando il ricorso e confermando la revocatoria fallimentare. Il creditore aveva ricevuto somme a saldo di lavori di termoidraulica, ma la curatela ha dimostrato che egli conosceva lo stato di insolvenza del debitore. Tale consapevolezza (scientia decoctionis) è stata desunta da indizi precisi: il mancato pagamento di una cambiale, l'avvio di un'azione esecutiva e la presenza di numerosi protesti a carico del debitore. La Suprema Corte ha stabilito che la prova della conoscenza dell'insolvenza può basarsi su presunzioni gravi, precise e concordanti, rendendo definitivo il recupero delle somme a favore del fallimento.
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Revocatoria fallimentare: il pagamento del garante va restituito
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia del pagamento di oltre 54.000 euro ricevuto da una banca poco prima del fallimento di una concessionaria di auto. Il pagamento era stato materialmente eseguito da una cooperativa garante, la quale però non ha utilizzato fondi propri, bensì un patrimonio separato costituito con denaro della stessa concessionaria poi fallita. La banca era pienamente consapevole dello stato di crisi del debitore a causa dei continui ritardi nei pagamenti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'istituto di credito, confermando l'applicazione della revocatoria fallimentare. La banca dovrà quindi restituire l'intera somma alla procedura fallimentare, oltre a pagare le spese legali.
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Revocatoria fallimentare del mutuo: la banca perde l’ipoteca
Una banca ha impugnato l'esclusione dal passivo fallimentare di un credito garantito da ipoteca, derivante da un mutuo fondiario utilizzato per estinguere debiti precedenti della società poi fallita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la revocatoria fallimentare del mutuo e della relativa ipoteca. I giudici hanno chiarito che l'operazione di concessione del mutuo, finalizzata esclusivamente a ripianare un'esposizione debitoria pregressa, costituisce un'operazione anomala e solutoria, soggetta a revocatoria. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato l'inopponibilità delle garanzie pignoratizie prive di data certa, poiché il timbro postale era presente solo sulla prima pagina di un documento di tre fogli. Vince il Fallimento: la banca perde i privilegi ipotecari e pignoratizi, venendo ammessa solo come creditore chirografario.
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Revocatoria fallimentare: la banca perde l’incasso ma salva il pegno
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro la Banca per recuperare una somma incassata tramite la vendita di titoli in pegno regolare rotativo durante il periodo sospetto. La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha stabilito che il pagamento è revocabile se la Banca conosceva lo stato di insolvenza del debitore. Tuttavia, le Sezioni Unite hanno sancito un principio fondamentale a favore dei creditori: una volta restituita la somma al fallimento a seguito della revocatoria fallimentare, la Banca ha il diritto di insinuarsi al passivo mantenendo lo stesso privilegio originario derivante dal pegno, senza essere degradata a creditore chirografario. La decisione bilancia la parità di trattamento dei creditori con la tutela delle garanzie reali legittimamente costituite prima del fallimento.
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Revocatoria fallimentare: riceve il pagamento ma deve restituirlo
Una società fornitrice ha impugnato la decisione che la condannava a restituire oltre 260.000 euro ricevuti da un'azienda poi ammessa all'amministrazione straordinaria. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della revocatoria fallimentare. I giudici hanno chiarito che il danno per la massa dei creditori è implicito (in re ipsa) ogni volta che un pagamento sottrae risorse al patrimonio del debitore insolvente, violando la parità tra i creditori. Inoltre, la conoscenza dello stato di crisi da parte del fornitore è stata provata tramite indizi concreti, come i ritardi nei pagamenti, le notizie di stampa e le segnalazioni bancarie. Di conseguenza, il ricorso del fornitore è stato dichiarato inammissibile, confermando l'obbligo di restituzione delle somme riscosse e la condanna al pagamento delle spese legali.
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