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Revocatoria Fallimentare

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214 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Esenzione da Revocatoria: L’Azienda Aerea Salva i Pagamenti Contro il Gestore Aeroportuale
Un'Azienda di Trasporto Aereo, in Amministrazione Straordinaria, ha cercato di recuperare pagamenti fatti a un Gestore Aeroportuale prima della procedura concorsuale, tramite un'azione di revocatoria fallimentare. La Corte d'Appello aveva respinto la richiesta, riconoscendo l'esenzione da revocatoria per i pagamenti. La Suprema Corte ha confermato questa decisione. Ha ritenuto che i pagamenti rientrassero in una speciale esenzione prevista da un decreto legge del 2008, finalizzato a garantire la continuità del servizio pubblico di trasporto aereo. La norma, sebbene specifica, non è stata ritenuta incostituzionale, poiché mirava a un interesse pubblico.
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Revocatoria Fallimentare: Pagamenti Anomali alla Banca Revocati
La Corte di Cassazione ha confermato la validità della revocatoria fallimentare contro una banca. Un'azienda, prima di fallire, aveva effettuato pagamenti a una banca tramite rimesse su conti scoperti e mandati irrevocabili all'incasso. Il curatore fallimentare ha chiesto di dichiarare inefficaci questi pagamenti, avvenuti nel periodo sospetto, perché considerati 'anomali' e a beneficio di un creditore consapevole dello stato di decozione. La banca ha sostenuto che si trattava di cessioni di credito o che il fido esisteva. La Cassazione ha respinto il ricorso della banca, ribadendo che tali operazioni costituivano pagamenti anomali e quindi revocabili, condannando la banca a restituire oltre un milione di euro.
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Revocatoria fallimentare: conto in rosso e rimesse da restituire
Il Fallimento di una società ha agito in revocatoria fallimentare contro un Istituto di Credito per ottenere la restituzione di oltre 458.000 euro versati tramite rimesse su conti correnti durante lo stato di insolvenza. La Corte di Appello ha accertato che la banca conosceva la crisi dell'impresa, evidenziata da continui sconfinamenti oltre fido, ingenti ipoteche, ritardi negli stipendi ed elevati titoli insoluti. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, rigettando il ricorso della banca. I giudici hanno chiarito che la conoscenza dell'insolvenza si dimostra tramite presunzioni tratte dalle anomalie del conto corrente. Di conseguenza, l'istituto bancario deve restituire le somme incassate alla procedura fallimentare e pagare le spese legali.
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Banca e Garanzia Finanziaria nel Fallimento: Cassazione annulla per motivazione insufficiente
Una Banca aveva un credito ammesso al passivo di un fallimento, ma solo come chirografario (non garantito), nonostante avesse ricevuto titoli in pegno. Questo accadeva dopo che una precedente escussione del pegno era stata revocata con un'azione revocatoria fallimentare. La Banca ha contestato la decisione, sostenendo che il pegno dovesse essere considerato una garanzia finanziaria nel fallimento. Il Tribunale ha respinto l'opposizione, affermando che il pegno non rientrava nella normativa sulle garanzie finanziarie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Banca, rilevando che la motivazione del Tribunale era insufficiente. La Cassazione ha quindi annullato la decisione e rinviato il caso al Tribunale di Prato per un nuovo esame.
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Revocatoria Fallimentare: La Cassazione sui Termini d’Uso Variabili
Una società (il Creditore) ha contestato la **revocatoria fallimentare pagamenti** ricevuti da un'altra società (il Debitore) prima che quest'ultima fallisse. I pagamenti erano stati effettuati con una dilazione variabile, tra 90 e 110 giorni, rispetto ai 60 giorni indicati in fattura. I giudici di merito avevano negato che tali pagamenti potessero rientrare nei "termini d'uso" (prassi consolidate), rendendoli revocabili. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che una prassi di pagamenti con dilazione variabile, se stabile e accettata nel tempo, può configurare un "termine d'uso", esentando così i pagamenti dalla revocatoria. La causa tornerà alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Revocatoria Fallimentare: La Banca paga, non i Soci della Cooperativa
Il Consorzio, in liquidazione coatta, ha avviato un'azione di revocatoria fallimentare per recuperare somme versate tramite assegni circolari. Inizialmente, il Tribunale aveva condannato i Soci della Cooperativa alla restituzione. La Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, stabilendo che il pagamento era avvenuto direttamente a favore della Banca, condannando quest'ultima a restituire quasi 500.000 euro. La Banca ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di non essere la reale beneficiaria. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna della Banca alla restituzione delle somme.
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Sequestro preventivo beni: immobile frutto di reato resta bloccato
Un immobile, ritenuto profitto di reati di bancarotta fraudolenta e tributari commessi da un Indagato, è stato sottoposto a sequestro preventivo. La Terza Interessata, nuova compagna dell'Indagato e intestataria formale del bene, ha contestato il provvedimento. Ha sostenuto che una transazione con il fallimento e un mutuo ipotecario eliminassero il rischio di sottrazione del bene. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il sequestro preventivo beni era legittimo. I vincoli esistenti sull'immobile non ne garantivano l'assoluta indisponibilità, mantenendo il rischio di atti dispositivi.
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Bancarotta preferenziale: Giroconto è pagamento o compensazione?
Un imprenditore è stato condannato per bancarotta preferenziale a causa di un pagamento di 85.000 euro a una banca, effettuato tramite giroconto prima del fallimento della sua azienda. La Corte d'Appello aveva confermato la responsabilità per questa specifica accusa. La Cassazione ha esaminato se un giroconto tra conti della stessa società presso la medesima banca costituisca un pagamento illecito o una compensazione legittima. La Corte ha rilevato l'incompletezza della motivazione precedente, sottolineando che la compensazione, sebbene possa avere un effetto preferenziale, non è revocabile se rispetta i requisiti legali e non maschera un pagamento. La Suprema Corte ha annullato la sentenza per la bancarotta preferenziale, rinviando il caso per un nuovo esame.
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Pegno regolare e revocatoria fallimentare: la banca perde
Un istituto di credito ha preteso di trattenere somme derivanti dall'escussione di pegni su strumenti finanziari di una società poi fallita, invocando la compensazione. Il Fallimento ha chiesto la revoca dei versamenti eseguiti nel periodo sospetto. La Corte di Cassazione ha stabilito che la garanzia stipulata era un pegno regolare e revocatoria fallimentare pienamente applicabile, in quanto la banca non aveva acquisito la proprietà dei titoli ma solo un incarico di gestione. Senza il passaggio di proprietà dei beni, la banca non poteva applicare la compensazione diretta ed era obbligata a restituire le somme incassate. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'istituto bancario, confermando la sua condanna a restituire alla curatela oltre 360 mila euro oltre alle spese legali.
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Virus sul server e procura errata: improcedibilità del ricorso
Una società ha proposto ricorso in Cassazione contro il fallimento di un'azienda per contestare una revocatoria fallimentare. Tuttavia, il difensore ha inviato per via telematica una procura alle liti errata, riferita a un condominio estraneo alla causa. La società ha cercato di giustificare l'errore adducendo un attacco informatico al proprio server e ha ridepositato la procura corretta in un secondo momento. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso, stabilendo che la mancanza della procura speciale nei termini non è sanabile e che la parte risponde dei malfunzionamenti dei propri strumenti informatici. Anche il controricorso del fallimento è stato dichiarato inammissibile perché depositato in ritardo. La società ricorrente deve versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
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Revocatoria fallimentare ed eccezione di inadempimento: prove
Un'azienda acquirente stipulava un accordo transattivo con un fornitore prima del suo fallimento, pagando una somma ridotta a causa di calzature difettose e ritardi. Successivamente, la curatela del fallimento chiedeva la revocatoria fallimentare dell'accordo per recuperare il credito residuo. L'azienda acquirente opponeva l'eccezione di inadempimento per la merce difettosa. I giudici di merito accoglievano la domanda della curatela, addebitando all'acquirente l'onere di provare i difetti. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione: in tema di revocatoria fallimentare ed eccezione di inadempimento, spetta al creditore dimostrare di aver adempiuto correttamente al contratto. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Retrodatazione del periodo sospetto: la banca perde l’ipoteca
Un istituto di credito iscriveva ipoteca giudiziale sui beni di una società debitrice. Poco dopo, l'azienda presentava domanda di concordato preventivo con riserva. Il Tribunale dichiarava inammissibile il concordato per omesso deposito del piano e, successivamente, dichiarava il fallimento della società. La banca chiedeva l'ammissione al passivo come creditore privilegiato ipotecario. Il giudice delegato e il Tribunale revocavano l'ipoteca, collocando il credito al rango chirografario (senza garanzie) per effetto della retrodatazione del periodo sospetto alla data di presentazione del concordato. La banca ricorreva in Cassazione, sostenendo che la mancata ammissione al concordato impedisse di anticipare il calcolo temporale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della banca, confermando la piena validità della retrodatazione a tutela della massa dei creditori.
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Revocatoria fallimentare del pagamento: stop ai finti terzi
La curatela di una società fallita ha chiesto la revocatoria fallimentare di un pagamento di cinquemila euro eseguito prima del crac a favore di una società creditrice. La creditrice sosteneva che il versamento provenisse dal patrimonio personale del liquidatore e non dalle casse societarie. I giudici di merito hanno però accertato che il denaro apparteneva all'impresa insolvente, la quale intendeva evitare il blocco dei conti correnti pignorati. La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia del pagamento, respingendo il ricorso della creditrice e chiarendo che spetta al creditore dimostrare in modo inequivocabile che i fondi versati derivano esclusivamente dal patrimonio personale del terzo.
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Compensazione impropria: la finanza vince sulla revocatoria
Un gruppo industriale in amministrazione straordinaria ha chiesto la revocatoria fallimentare dei rimborsi derivanti da un accordo di factoring con una società finanziaria. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che i flussi finanziari non fossero pagamenti autonomi ma semplici variazioni contabili di un unico rapporto contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso principale. I giudici hanno stabilito che si applica la compensazione impropria quando i debiti e i crediti reciproci derivano da un solo contratto. Di conseguenza, il calcolo del saldo finale non costituisce un pagamento revocabile, ma una mera operazione di conguaglio contabile rilevabile d'ufficio dal giudice. Vince la società finanziaria, che non deve restituire le somme.
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Notifica dell’avviso di udienza: stop se manca la PEC del legale
Una società ha impugnato la sentenza d'appello che confermava la revocatoria fallimentare sulla cessione di un contratto di leasing. La Corte di Cassazione ha rilevato un grave difetto procedurale: la cancelleria non era riuscita a inviare la notifica dell'avviso di udienza al difensore della società, non più iscritto al registro REGINDE, né alla società stessa presso la sua sede. Per garantire il diritto di difesa, la Suprema Corte ha rinviato la causa a una nuova udienza. Ha inoltre ordinato alla cancelleria di svolgere ricerche urgenti presso il registro delle imprese per individuare la sede legale e le generalità del rappresentante legale della società, al fine di perfezionare correttamente la comunicazione.
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Revocatoria fallimentare: la banca perde e paga la sanzione
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro un istituto di credito per dichiarare inefficaci i pagamenti ricevuti nell'anno precedente al fallimento. La banca aveva trattenuto unilateralmente somme versate da terzi dopo la chiusura dei conti correnti, registrandole come recupero del proprio credito. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del Fallimento, ritenendo provata la consapevolezza dello stato di insolvenza della società da parte della banca tramite indizi precisi, come la revoca degli affidamenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della banca, confermando che trattenere rimesse su conti già chiusi costituisce un mezzo anomalo di pagamento soggetto a revocatoria fallimentare. La banca è stata inoltre condannata per lite temeraria al pagamento di pesanti sanzioni pecuniarie.
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Revocatoria fallimentare: pagare debiti vecchi costa il doppio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società creditrice contro la sentenza che accoglieva la revocatoria fallimentare di alcuni pagamenti ricevuti. I pagamenti, pari a circa 34.000 euro, erano avvenuti nel periodo sospetto con modalità del tutto anomale, come accollo da parte di terzi, cambiali non pagate e cessioni di credito, per saldare vecchie forniture. La Corte ha confermato che la creditrice conosceva lo stato di insolvenza della debitrice, avendo essa stessa presentato istanza di fallimento contro di lei. Oltre alla perdita delle somme, la creditrice è stata condannata per responsabilità aggravata a causa dell'abuso dello strumento processuale, dovendo pagare pesanti sanzioni sia alla procedura fallimentare sia alla Cassa delle Ammende.
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Revocatoria fallimentare: pagare un debito può costare il doppio
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia di tre pagamenti, per un totale di 150.000 euro, eseguiti da un'impresa edile poco prima del suo fallimento a favore di una società fornitrice. La Curatela fallimentare ha promosso con successo l'azione di revocatoria fallimentare. I giudici hanno ritenuto provata la conoscenza dello stato di insolvenza (scientia decoctionis) da parte della creditrice. Tale consapevolezza derivava da elementi precisi: la presenza di numerosi protesti pubblici, l'anomalia dei pagamenti eseguiti a ridosso del fallimento e la stretta operatività nello stesso settore e territorio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della società fornitrice, poiché mirava a una inammissibile rivalutazione dei fatti di causa, condannandola anche per lite temeraria.
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Nota di credito a titolo gratuito: il regalo che va restituito
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia di una nota di credito emessa da una società prima del suo fallimento a favore di un'impresa acquirente. I giudici hanno qualificato l'atto come una nota di credito a titolo gratuito, poiché mancava la prova di un rapporto commerciale sottostante (come sconti o vizi della merce) che ne giustificasse l'emissione. La Suprema Corte ha stabilito che, a fronte della contestazione del fallimento, spetta al beneficiario dimostrare la causa economica onerosa dello spostamento patrimoniale. Di conseguenza, la società beneficiaria è stata condannata a restituire l'intera somma di oltre centodiciassettemila euro alla curatela fallimentare, non avendo fornito prove idonee a superare la presunzione di gratuità dell'atto.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: sfumano 8 milioni di euro
Una società creditrice ha proposto ricorso contro una grande azienda in amministrazione straordinaria per contestare la revoca di pagamenti per circa otto milioni di euro, eseguiti nell'anno precedente alla dichiarazione di insolvenza. Successivamente, la società ricorrente ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte, preso atto della volontà della parte, ha dichiarato l'estinzione del processo senza alcuna condanna alle spese di giudizio. La decisione mette fine alla controversia senza entrare nel merito delle contestazioni iniziali.
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