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Recesso Ad Nutum

95 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il diritto di una parte di sciogliere un contratto in qualsiasi momento e senza dover fornire una specifica giustificazione.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Profittare della transazione: come si riduce il debito
Un appaltatore ha citato in giudizio diversi committenti per inadempimento legato a lavori edili. Durante la causa, l'appaltatore ha siglato un accordo transattivo con gli eredi di uno solo dei committenti per una cifra a saldo e stralcio. Gli altri committenti condebitori hanno dichiarato di voler profittare della transazione ai sensi dell'articolo 1304 del codice civile. La Corte di Cassazione ha confermato che la facoltà di profittare della transazione è un diritto potestativo esercitabile in ogni momento del processo, anche tramite il proprio difensore. Inoltre, accogliendo il ricorso di uno dei committenti, la Corte ha stabilito che la somma di trentamila euro già versata in esecuzione dell'accordo debba essere obbligatoriamente scomputata dal debito complessivo, riducendo l'importo finale dovuto all'appaltatore.
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Recesso arbitrario della banca: risarcimento e calcolo danni
Una società commerciale stipula un contratto di factoring con un istituto bancario. La banca interrompe improvvisamente l'erogazione delle anticipazioni e revoca i pagamenti senza rispettare il preavviso, provocando il dissesto dell'impresa. A seguito del fallimento, la curatela agisce in giudizio per risarcimento. La Corte d'Appello condanna l'istituto di credito, stabilendo che il recesso arbitrario della banca ha violato la buona fede e causato l'insolvenza. La banca propone ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità confermano l'illegittimità della condotta bancaria, ma accolgono il ricorso limitatamente al calcolo dei danni. La Corte d'Appello aveva infatti liquidato il danno in via equitativa senza valutare l'impatto delle difficoltà finanziarie dell'impresa preesistenti al recesso. La causa viene quindi rinviata per ricalcolare l'ammontare del risarcimento.
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Recesso socio s.r.l.: Durata Lunga non è Indeterminata per la Cassazione
Un Socio ha tentato di esercitare il diritto di **recesso socio s.r.l.** da una società con durata fissata fino al 2050, chiedendo la liquidazione della sua quota. La Corte d'Appello aveva accolto la sua richiesta, equiparando il termine lungo a uno indeterminato. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo che il diritto di recesso 'ad nutum' spetta solo alle società a tempo indeterminato. Un termine, anche se molto esteso, non lo consente, tutelando la stabilità aziendale e i creditori. La domanda del Socio è stata respinta.
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Acconto professionale e recesso: il compenso nel fallimento del cliente
Un professionista legale stipulava un contratto d'opera con un'azienda, prevedendo un acconto e rate mensili. Esercitava il recesso dall'incarico e, dopo il fallimento dell'azienda, chiedeva l'ammissione al passivo per l'acconto non versato e i compensi maturati, chiedendo il privilegio. I giudici di merito ammettevano solo una parte del compenso, qualificando l'acconto come anticipo e non come penale. La Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista. Ha confermato che l'acconto era un anticipo sul compenso professionale e recesso non poteva trasformarlo in una penale a carico del receduto. Inoltre, il credito IVA non poteva essere ammesso in privilegio senza l'indicazione di beni specifici su cui esercitarlo.
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Patto di prova nullo dopo la somministrazione: confermata reintegra
Una lavoratrice ha svolto mansioni presso un'azienda mediante un contratto di somministrazione di lavoro. Subito dopo, l'azienda l'ha assunta a tempo indeterminato per le medesime mansioni, inserendo un nuovo patto di prova e licenziandola poco dopo per mancato superamento della prova. I giudici hanno dichiarato nullo il patto di prova perché l'azienda conosceva già l'idoneità professionale della dipendente. Il recesso è stato convertito in un ordinario licenziamento privo di giusta causa, comportando la reintegra della lavoratrice e il risarcimento del danno, poiché la società non ha provato la sussistenza di requisiti dimensionali inferiori alla tutela reale.
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Contratto preliminare: l’inadempimento costa caro all’Azienda
Un Lavoratore e un'Azienda stipulano un contratto preliminare per l'affidamento di un'agenzia. L'Azienda non conclude il contratto definitivo, affidando l'agenzia a un'altra società. Il Tribunale dichiara l'inadempimento del contratto preliminare da parte dell'Azienda e la condanna al risarcimento danni, calcolato equitativamente sulla base di un'opportunità alternativa persa dal Lavoratore. Entrambe le parti ricorrono in appello e poi in Cassazione. La Suprema Corte conferma la natura preliminare del contratto e l'inadempimento dell'Azienda, rigettando sia il ricorso principale del Lavoratore (sull'ammontare del danno) sia quello incidentale dell'Azienda (sulla qualificazione del contratto e sulla propria responsabilità).
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Sospensione Medico INPS: Contratto d’Opera o Collaborazione?
Un medico convenzionato con l'Ente Previdenziale per controlli è stato sospeso a seguito di un procedimento penale e per perdita di fiducia. Il Medico ha contestato la sospensione, chiedendo la prosecuzione del rapporto. La Corte d'Appello aveva rigettato la domanda, qualificando il rapporto come contratto d'opera intellettuale, con possibilità di recesso ad nutum e solo risarcimento. Il Medico ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo si trattasse di una collaborazione coordinata e continuativa. La Cassazione, rilevando l'assenza di precedenti sulla qualificazione rapporto medico INPS e la rilevanza nomofilattica della questione, ha rimesso la causa alla sezione ordinaria per una trattazione più approfondita, non decidendo nel merito.
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Rapporto di parasubordinazione e perizie: la banca vince
Un professionista ha svolto per anni perizie immobiliari per conto di un istituto di credito. Dopo la mancata assegnazione di nuovi incarichi, il perito ha citato la banca chiedendo il risarcimento dei danni e sostenendo l'esistenza di un rapporto di parasubordinazione. Secondo il lavoratore, la cessazione degli incarichi equivaleva a un recesso ingiustificato. I giudici hanno respinto le domande del tecnico. La Corte di Cassazione ha confermato che la semplice attribuzione continuativa di singoli mandati non dimostra un rapporto di parasubordinazione, poiché mancano l'inserimento stabile nell'azienda e il coordinamento spazio-temporale imposto dal committente.
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Recesso ad nutum: Società perde in Cassazione, obbligo di restituzione
Una Società Immobiliare si è opposta a un decreto ingiuntivo che le imponeva di restituire 900.000 euro a una Diocesi. La somma derivava da un finanziamento legato a un contratto preliminare di cessione di quote, da cui la Diocesi aveva esercitato il suo diritto di Recesso ad nutum. Dopo vari passaggi procedurali, la Società ha presentato ricorso in Cassazione. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le contestazioni procedurali fossero mal formulate e che le questioni di merito, come la legittimità del recesso, richiedessero una rivalutazione dei fatti non consentita in Cassazione. La decisione conferma l'obbligo di restituzione per la Società.
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Indennizzo per ritardata attivazione telefonica: gestore condannato
Un imprenditore individuale richiedeva nel 2007 l'attivazione della linea telefonica e della connessione internet per la propria sede, ma la compagnia telefonica completava l'allaccio solo nel 2011. I giudici di merito condannavano il gestore a corrispondere oltre ventimila euro di indennizzo per ritardata attivazione telefonica, applicando i parametri stabiliti dalle delibere dell'AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni). L'operatore ricorreva in Cassazione sostenendo che le tabelle AGCOM valessero solo nelle conciliazioni amministrative e non nei tribunali civili. La Suprema Corte ha respinto il ricorso della compagnia telefonica, confermando che il giudice ordinario può calcolare l'indennizzo automatico utilizzando i criteri regolamentari di settore per quantificare il disagio patito dall'utente a causa della prolungata inadempienza.
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Responsabilità professionale dell’avvocato e parcella
Un legale ha richiesto il compenso per l'assistenza prestata in una vertenza tra due sorelle socie. La cliente si è opposta al pagamento invocando la responsabilità professionale dell'avvocato, accusato di aver consigliato un recesso societario irregolare privo di giusta causa. La controversia si era tuttavia conclusa con un accordo economico favorevole tra le parti mediante comportamenti concludenti, senza alcun danno subito dalla cliente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della socia, confermando che il cliente non può rifiutarsi di pagare l'onorario del legale quando la presunta negligenza non ha compromesso il risultato utile prefissato né ha provocato un concreto danno patrimoniale.
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Recesso ad nutum: quando il cliente può sciogliere il contratto di vigilanza
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di **recesso ad nutum** in un contratto di vigilanza. Una società di vigilanza aveva ottenuto un decreto ingiuntivo per servizi non pagati. La società cliente aveva opposto, sostenendo di aver esercitato il recesso dal contratto. La Corte d'Appello aveva dato ragione al cliente, ritenendo valido il recesso e non necessario un 'passaggio di consegne'. La Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della società di vigilanza. Ha ribadito che il recesso era legittimo e che la condotta del cliente non violava la buona fede, condannando la società di vigilanza al pagamento delle spese legali.
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Recesso dal contratto d’opera intellettuale: compensi dovuti
Un architetto ottiene un decreto ingiuntivo contro la committente per il pagamento dei compensi dedicati alla ristrutturazione di un casale. La committente si oppone chiedendo la risoluzione del contratto per presunto inadempimento del professionista e la restituzione degli acconti. La Corte d'Appello esclude l'inadempimento dell'architetto e qualifica la vicenda come recesso dal contratto d'opera intellettuale da parte della cliente. La Corte di Cassazione conferma tale verdetto, ricordando che il cliente può revocare l'incarico in qualsiasi momento ai sensi dell'articolo 2237 del Codice Civile. Tale decisione obbliga la committente a pagare il compenso per le prestazioni già svolte e a rimborsare le spese sostenute. Il ricorso della committente viene rigettato con condanna alle spese di giudizio.
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Diritto di critica in assemblea: accusare un socio non è reato
Un socio accusava un altro socio consulente di aver modificato lo statuto aziendale in conflitto di interessi per facilitare il proprio recesso dalla società. La persona offesa sporgeva querela per diffamazione aggravata. Il giudice di merito dichiarava il non luogo a procedere per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso dell'imputato, ha annullato la decisione senza rinvio perché il fatto non costituisce reato. La Suprema Corte ha riconosciuto il pieno esercizio del diritto di critica in assemblea, in quanto le affermazioni si basavano su fatti reali, riguardavano l'interesse societario e rispettavano il limite della continenza espressiva, rientrando nella fisiologica dialettica tra soci.
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Sgravi contributivi negati dopo il contratto di apprendistato
Uno studio professionale assume una lavoratrice a tempo indeterminato dopo aver interrotto con lei, pochi mesi prima, un rapporto di apprendistato professionalizzante. Il datore di lavoro richiede l'applicazione dell'esonero previdenziale previsto per le nuove assunzioni stabili. L'ente previdenziale nega il beneficio e richiede il pagamento dei contributi ordinari. La legge vieta infatti l'agevolazione se il dipendente ha svolto un lavoro a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti. I giudici di merito danno ragione allo studio, escludendo l'apprendistato da tale divieto. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e accoglie il ricorso dell'ente. L'apprendistato è a tutti gli effetti un contratto a tempo indeterminato. Di conseguenza, il datore di lavoro perde definitivamente il diritto agli sgravi contributivi.
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Compenso professionale dell’avvocato: no a percentuali su recesso
Alcuni clienti hanno incaricato un legale di svolgere attività stragiudiziale per la liquidazione di importanti quote societarie. Prima del completamento dell'affare, i clienti hanno esercitato il recesso dall'incarico, contestando l'inadeguatezza e i rischi delle soluzioni proposte. Il professionista ha richiesto il pagamento di oltre 378.000 euro, calcolati in misura percentuale sull'intero valore delle quote. I giudici di merito hanno accolto la pretesa applicando una percentuale fissa. La Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto, stabilendo che in caso di recesso anticipato il compenso professionale dell'avvocato non può essere parametrato a percentuale sul valore dell'intero affare, ma deve remunerare esclusivamente le singole prestazioni concretamente eseguite e valutate nella loro reale utilità per l'assistito.
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Esenzione IMU consorzi negata se c’è un socio privato
Un Consorzio di sviluppo industriale ha impugnato diversi avvisi di accertamento comunali per il pagamento dell'imposta municipale sugli immobili, rivendicando il diritto all'esenzione IMU consorzi per via delle proprie finalità pubblicistiche ed istituzionali. Il Comune ha negato l'agevolazione fiscale a causa della presenza di una banca commerciale all'interno della compagine consortile. La Corte di Cassazione ha confermato la debenza dell'imposta e rigettato il ricorso del Consorzio. I giudici hanno chiarito che l'esenzione tributaria spetta solo ai consorzi composti unicamente da enti pubblici o da soggetti singolarmente esenti. La presenza anche di un solo ente imprenditoriale esclude tassativamente il beneficio, determinando la condanna del Consorzio al pagamento del tributo e delle spese di giudizio.
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Patto di prova nullo: risarcimento sì, ma niente reintegra
Una lavoratrice è stata licenziata per mancato superamento del periodo di prova. I giudici hanno accertato che il patto di prova nullo non specificava le mansioni concrete. Di conseguenza, il rapporto si è trasformato in un normale contratto a tempo indeterminato e il licenziamento è risultato privo di giustificazione. La lavoratrice ha richiesto la reintegrazione nel posto di lavoro, sostenendo la nullità radicale del licenziamento. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che, in caso di patto di prova nullo, il licenziamento non è nullo ma semplicemente ingiustificato. Sotto il regime del Jobs Act, spetta quindi solo la tutela indennitaria (un risarcimento economico) e non la reintegrazione. La lavoratrice riceve l'indennizzo economico ma perde definitivamente il posto di lavoro.
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Recesso per gravi motivi: l’azienda cresce ma perde la causa
Una cooperativa conduttrice di un immobile commerciale esercitava il recesso per gravi motivi, adducendo un incremento di fatturato e personale che rendeva i locali insufficienti. Gli eredi del locatore contestavano la legittimità del recesso, chiedendo il pagamento dei canoni fino alla scadenza naturale del contratto. La Corte d'Appello dichiarava illegittimo il recesso, rilevando che i nuovi uffici della cooperativa erano in realtà più piccoli di quelli precedenti e che l'aumento di personale non rendeva oggettivamente gravosa la locazione. La Cassazione ha confermato la decisione d'appello, rigettando il ricorso della cooperativa. La Corte ha chiarito che il recesso per gravi motivi richiede la prova oggettiva dell'inadeguatezza dell'immobile rispetto alle mutate esigenze aziendali, non bastando una valutazione soggettiva di convenienza dell'imprenditore.
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Multa penitenziale: quando il recesso non diventa automatico
L'Azienda Venditrice ha chiesto la condanna dell'Azienda Acquirente al pagamento di una multa penitenziale di 31.500 euro, sostenendo che quest'ultima avesse esercitato il diritto di recesso previsto dal contratto di vendita di un macchinario agricolo. L'Azienda Acquirente si era opposta sostenendo di aver voluto risolvere il contratto a causa dell'inadempimento della venditrice, che non aveva consegnato un accessorio fondamentale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della venditrice, stabilendo che il recesso esercitato per presunto inadempimento della controparte non può essere convertito d'ufficio in un recesso unilaterale libero (ad nutum). Di conseguenza, non è dovuta alcuna multa penitenziale, anche se l'inadempimento contestato non viene accertato, poiché la reale volontà della parte era quella di reagire a un torto subito.
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