Un uomo, condannato per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio, ha concordato una pena di otto mesi di reclusione e duemila euro di multa tramite patteggiamento. Successivamente, ha presentato un ricorso contro il patteggiamento davanti alla Corte di Cassazione, lamentando in modo generico una mancanza di motivazione da parte del Tribunale sulla mancata assoluzione immediata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo le riforme del 2017, il ricorso contro il patteggiamento è limitato a casi tassativi, come vizi della volontà o illegalità della pena. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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