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Profitto Del Reato

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399 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Sequestro preventivo per equivalente: no al maxi blocco dei beni
L'Amministratore di due società di trasporti veniva indagato per traffico illecito di rifiuti. Il Tribunale disponeva nei suoi confronti un sequestro preventivo per equivalente di oltre 12 milioni di euro, pari all'intero profitto del reato contestato a tutti i coindagati. L'Amministratore chiedeva la riduzione del sequestro, evidenziando che il profitto attribuibile alle sue società era di circa 900.000 euro. Il Tribunale del Riesame rigettava l'istanza, ritenendo prematura la quantificazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che, in caso di concorso di persone, non si applica la solidarietà passiva per il sequestro preventivo per equivalente. Di conseguenza, la misura cautelare non può colpire il singolo indagato per l'intero importo globale, ma deve essere limitata alla quota di profitto effettivamente conseguita o, in mancanza, ripartita in parti uguali. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Sequestro preventivo: nullo se i soldi sono solo virtuali
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza che confermava il sequestro preventivo di oltre 1,6 milioni di euro a carico di un indagato. La somma era stata bloccata da Poste Italiane prima di entrare nel patrimonio dell'indagato o della sua società. La Suprema Corte ha stabilito che non si può disporre il sequestro preventivo di somme indicate come profitto del reato se queste non sono mai entrate nella disponibilità effettiva del soggetto. Inoltre, per il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, l'emittente risponde solo del prezzo del reato (il compenso ricevuto) e non del profitto dell'evasione ottenuto da terzi utilizzatori. Il caso è stato rinviato al Tribunale per una nuova valutazione.
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Sequestro preventivo: gioielli spariti ma il contante si blocca
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere confermava parzialmente il sequestro preventivo di circa ventimila euro nei confronti di un indagato per furto e rapina. La difesa ricorreva in Cassazione, sostenendo che la somma non fosse il profitto diretto dei reati (consistenti in gioielli e argenteria mai ritrovati) e che il provvedimento costituisse un illegittimo sequestro per equivalente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il denaro derivante dalla vendita della refurtiva costituisce profitto diretto del reato, in quanto rappresenta la conversione economica dei beni sottratti. Di conseguenza, il sequestro preventivo diretto del denaro è pienamente legittimo anche senza una specifica previsione di legge per l'equivalente. L'indagato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Confisca nel patteggiamento: l’accordo non salva il patrimonio
Il Giudice per le indagini preliminari applicava all'Imputato, su accordo delle parti, la pena di un anno e nove mesi di reclusione e quattromila euro di multa per il reato di riciclaggio, disponendo la confisca per equivalente di venticinquemila euro. L'Imputato proponeva ricorso per Cassazione contestando la mancata applicazione di un'attenuante e l'assenza di accordo sulla misura di sicurezza patrimoniale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di patteggiamento, non è possibile lamentare in Cassazione la mancata applicazione di attenuanti non concordate. Inoltre, la confisca nel patteggiamento del profitto del reato di riciclaggio è obbligatoria per legge e può essere disposta dal giudice anche senza l'accordo delle parti, purché l'importo corrisponda alle somme riciclate indicate nell'imputazione. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Confisca del denaro sequestrato: illegittima senza spaccio
Il Tribunale applicava all'Imputato, tramite patteggiamento, la pena di dieci mesi di reclusione per detenzione di cocaina di lieve entità, disponendo la confisca del denaro sequestrato. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione, contestando la legittimità della misura patrimoniale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che per i reati di lieve entità non si applica la confisca obbligatoria. Inoltre, il denaro trovato in possesso del soggetto non può considerarsi profitto del reato di mera detenzione di stupefacenti, mancando un nesso diretto di derivazione causale tra la condotta e la somma. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente alla misura patrimoniale, ordinando la restituzione del denaro.
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Confisca di denaro per detenzione di stupefacenti: quando è vietata
L'Imputato, accusato di detenzione di eroina a fini di spaccio, concordava la pena tramite patteggiamento. Il Tribunale disponeva anche la confisca del denaro trovato in suo possesso. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione, contestando la legittimità della misura patrimoniale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto, stabilendo che la confisca di denaro per detenzione di stupefacenti è illegittima se non viene provato che le somme siano l'effettivo profitto di una specifica attività di spaccio già avvenuta. Nel caso di semplice possesso della droga, infatti, il denaro non può essere considerato automaticamente il frutto del reato. La Suprema Corte ha quindi annullato la confisca, ordinando la restituzione del denaro all'avente diritto.
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Confisca diretta del denaro: lavoro lecito e contanti sequestrati
Il caso riguarda un uomo condannato per spaccio di sostanze stupefacenti che ha contestato il sequestro di oltre diecimila euro rinvenuti in suo possesso. La difesa sosteneva che la somma derivasse da un lavoro lecito e che non vi fosse un legame diretto con l'attività illecita passata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno stabilito che la confisca diretta del denaro, in quanto bene fungibile, è sempre ammessa se rappresenta il profitto del reato accumulato nel patrimonio del colpevole, rendendo irrilevante la prova della provenienza lecita di quelle specifiche banconote.
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Omesso versamento IVA: la rateizzazione non ferma il sequestro
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo nei confronti di due società cooperative e dei loro amministratori per il reato di omesso versamento IVA. I giudici hanno chiarito che l'accordo di rateizzazione del debito con il fisco non cancella automaticamente il sequestro penale. Il blocco dei beni rimane attivo fino all'integrale pagamento del debito tributario, potendo le rate già versate solo ridurre l'importo sequestrato. Inoltre, la Corte ha rigettato i ricorsi poiché proponevano contestazioni di fatto sulla motivazione, non ammissibili in Cassazione per le misure cautelari reali, dove è denunciabile solo la violazione di legge. Di conseguenza, il sequestro resta valido e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Confisca per equivalente: si paga solo per il guadagno reale
Il G.I.P. applicava a un soggetto la pena concordata per riciclaggio di 72.000 euro, disponendo la confisca per equivalente dell'intera somma. Il condannato ricorreva in Cassazione, evidenziando di aver trattenuto solo 150 euro a versamento, restituendo il resto agli autori delle truffe originarie. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca per equivalente nei confronti del riciclatore non può colpire l'intero importo riciclato se il suo effettivo guadagno è stato inferiore e se manca il concorso nel reato presupposto. La sentenza è stata annullata sul punto della confisca con rinvio per un nuovo calcolo del reale profitto.
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Confisca obbligatoria per reati tributari: stop all’omissione
Un imprenditore, titolare di una ditta individuale, è stato condannato per il reato di omessa dichiarazione IVA per l'anno 2011, avendo evaso oltre cinquantaduemila euro. Il Tribunale ha omesso di disporre la misura di sicurezza patrimoniale. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione lamentando la mancata applicazione della sanzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca obbligatoria per reati tributari deve essere sempre ordinata in caso di condanna, anche per equivalente. Trattandosi di un provvedimento automatico per legge e con un importo già accertato, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente alla parte omessa, disponendo direttamente il sequestro e la confisca dei beni dell'imputato fino alla concorrenza della somma evasa.
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Confisca per equivalente: legittimo il doppio pagamento per usura
L'Imputata, condannata per il reato di usura tramite patteggiamento, ha impugnato la sentenza del GIP che disponeva la confisca di circa 23.000 euro, pari agli interessi usurari percepiti. La difesa lamentava una ingiusta duplicazione patrimoniale, sostenendo che il giudice non avesse considerato le somme già restituite alle vittime prima dell'udienza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che la confisca per equivalente ha una finalità sanzionatoria volta a evitare che il reo tragga un vantaggio economico dal reato. Tale misura è del tutto autonoma e distinta dal risarcimento del danno in favore delle vittime, che mira invece a ristorare il danneggiato. Pertanto, i due istituti possono coesistere senza comportare alcuna illegittima duplicazione sanzionatoria per il condannato.
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Sequestro preventivo: conti svuotati anche se i fondi sono leciti
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta delle somme sul conto corrente di una società, il cui amministratore era indagato per reati tributari. La difesa sosteneva che i fondi derivassero da un mutuo successivo ai fatti e che non vi fosse un legame diretto con l'evasione. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il denaro è un bene fungibile e rappresenta un valore in sé. Pertanto, le somme depositate sul conto, anche se sopravvenute o di origine lecita, sono sempre soggette a sequestro preventivo diretto fino a concorrenza del profitto del reato, calcolato alla scadenza del termine per il versamento delle imposte.
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Sequestro preventivo per equivalente: stop al calcolo gonfiato
Due amministratori di fatto di società fittizie subiscono un sequestro preventivo per equivalente di circa 938.000 euro per reati tributari, tra cui l'emissione di fatture false e l'indebita compensazione di crediti IVA. La difesa contesta i calcoli del profitto confiscabile, evidenziando un errore materiale nel conteggio dell'IVA del 2018 e una sovrastima dei crediti effettivamente compensati. Il Tribunale del Riesame conferma la misura senza motivare sulle specifiche obiezioni tecniche della difesa. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che il sequestro preventivo per equivalente non può eccedere il reale profitto del reato e che i giudici devono obbligatoriamente motivare sulle contestazioni quantitative sollevate dalla difesa. L'ordinanza viene annullata con rinvio per un nuovo calcolo.
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Confisca obbligatoria: se il giudice dimentica, la Cassazione annulla
Il Tribunale ha condannato il titolare di una ditta individuale per omessa dichiarazione dei redditi, omettendo tuttavia di disporre la confisca del profitto del reato. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, lamentando la violazione di legge. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca obbligatoria del profitto o per equivalente, prevista dalla normativa sui reati tributari, non è discrezionale ma vincolante per il giudice. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente alla mancata disposizione della misura di sicurezza, rinviando la causa al Tribunale per rimediare all'omissione.
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Confisca per equivalente: il patteggiamento non salva il profitto
Un cittadino ha ottenuto indebitamente il reddito di cittadinanza per oltre quattromila euro, dichiarando falsamente che il figlio fosse disoccupato. Il Tribunale ha applicato la pena concordata tramite patteggiamento, ma ha omesso di disporre la confisca della somma percepita. Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la decisione davanti alla Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca per equivalente è una misura sanzionatoria obbligatoria anche in caso di patteggiamento per il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. La sentenza è stata annullata limitatamente alla mancata confisca, rinviando il caso al giudice di merito per l'applicazione della misura.
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Confisca di denaro: quando la Cassazione ordina la restituzione
Il caso riguarda un uomo condannato per detenzione di stupefacenti di lieve entità. I giudici di merito avevano disposto la confisca di denaro trovato in suo possesso. L'imputato ha fatto ricorso, sostenendo l'illegittimità della misura per mancanza di prove sul legame tra la somma e il reato contestato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca di denaro non è consentita in caso di lieve entità se manca un nesso causale diretto tra la somma e la specifica condotta di detenzione. Non si può presumere che il denaro sia il profitto di passate attività di spaccio non contestate nel processo. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione senza rinvio, ordinando la restituzione del denaro.
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Confisca dopo la prescrizione: stop ai prelievi senza prove
Il caso riguarda un Parlamentare italiano accusato di corruzione per aver ricevuto ingenti somme da esponenti politici esteri in cambio del sostegno a posizioni politiche straniere. La Corte d'Appello ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, ma ha confermato la confisca del denaro. La Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la decisione sulla misura patrimoniale. I giudici di legittimità hanno stabilito che la confisca dopo la prescrizione richiede un accertamento pieno e approfondito della responsabilità dell'imputato, non potendosi limitare a una verifica sommaria sull'assenza di prove di innocenza. La causa è stata rinviata per un nuovo esame della misura patrimoniale.
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Confisca per equivalente: il patteggiamento non salva i beni
L'Imputata ha patteggiato una pena di due anni di reclusione per truffa aggravata, avendo monetizzato crediti fittizi per lavori mai eseguiti presso Poste Italiane per un valore di 240.000 euro. Il giudice ha contestualmente disposto la confisca per equivalente della somma di denaro. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'inapplicabilità di tale misura in caso di patteggiamento e lamentando la mancata esecuzione della confisca in forma diretta. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la confisca per equivalente è pienamente legittima anche con il patteggiamento per i reati di truffa aggravata. Inoltre, poiché l'illecito ha comportato la trasformazione dei crediti fittizi in denaro liquido, la confisca per equivalente rappresenta l'unico strumento applicabile, non essendo più rintracciabile il profitto originario del reato.
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Confisca del profitto: risparmiare sui rifiuti costa caro
Due imprenditori, accusati di traffico illecito di rifiuti speciali, concordano la pena tramite patteggiamento. Il Tribunale dispone anche la confisca del profitto derivante dall'attività illecita per centinaia di migliaia di euro. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando il calcolo del profitto e sostenendo l'alternatività tra la confisca dei mezzi e quella del profitto. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che la confisca del profitto e quella dei mezzi usati sono cumulative e non escludenti. Inoltre, confermano che nei reati ambientali il profitto comprende anche il risparmio di spesa ottenuto evitando lo smaltimento legale. I ricorrenti perdono la causa e sono condannati alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Confisca del denaro sequestrato: quando la droga non basta
Il Tribunale di Roma applicava a un imputato la pena concordata per il reato di illecita detenzione di sostanze stupefacenti, disponendo anche la confisca del denaro sequestrato. L'imputato ricorreva in Cassazione lamentando che tale denaro non potesse considerarsi provento di spaccio, non essendoci prova di cessioni precedenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca del denaro sequestrato è illegittima se l'imputazione riguarda solo la detenzione e non lo spaccio effettivo, poiché il denaro non costituisce il profitto immediato della mera detenzione. La sentenza è stata annullata limitatamente alla confisca con rinvio per un nuovo esame.
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