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Presunzione Semplice — Anno 2022

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343 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Presunzione Semplice

Provvedimenti

Responsabilità solidale: sanzione annullata per il manifesto abusivo
Un'associazione sindacale riceveva un'ordinanza ingiunzione dal Comune per l'affissione abusiva di una locandina riguardante uno sciopero generale, senza la prescritta autorizzazione. Il Tribunale riteneva l'associazione responsabile in solido basandosi sulla presunzione che il manifesto, recando il logo del sindacato e promuovendo un'attività di suo interesse, fosse di sua proprietà o comunque riconducibile alla sua iniziativa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del sindacato, escludendo la responsabilità solidale. La Corte ha chiarito che il mero giovamento o l'inerenza del messaggio agli scopi dell'ente non bastano a fondare la presunzione di proprietà o di committenza, specialmente quando lo sciopero è indetto da più sigle sindacali, mancando i requisiti di gravità, precisione e concordanza della presunzione stessa.
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Ammanco in cassa: legittimo il licenziamento per giusta causa
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di un cassiere di banca ritenuto responsabile di un ammanco di dodicimila euro. Il dipendente era l'unico ad avere le chiavi e la combinazione della cassaforte nel giorno della sparizione del denaro. Il giorno precedente, lo stesso lavoratore aveva firmato la regolarità dei conti. La difesa ha sostenuto l'assenza di prove dirette del furto e la mancanza di precedenti disciplinari. I giudici hanno stabilito che gli indizi precisi e concordanti, come l'accesso esclusivo alla cassa, bastano a dimostrare la colpa del dipendente. La gravità del fatto rompe il legame di fiducia con la banca, rendendo legittima la massima sanzione espulsiva senza preavviso.
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Verbale di accertamento ispettivo: vince la prima dichiarazione
Un datore di lavoro si è opposto a un avviso di addebito dell'INPS per contributi non versati. L'ente previdenziale sosteneva che una dipendente avesse continuato a lavorare in nero dopo un licenziamento fittizio. La Corte d'Appello ha ritenuto attendibili le prime dichiarazioni della lavoratrice rese agli ispettori, preferendole a quelle successive fornite in giudizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del datore di lavoro. I giudici hanno confermato il valore del verbale di accertamento ispettivo e hanno ribadito che la valutazione delle prove e della credibilità dei testimoni spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, il datore di lavoro è stato condannato a pagare i contributi richiesti e le spese di giudizio.
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