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Periculum In Mora — Anno 2026

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264 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Periculum In Mora

Provvedimenti

Truffa sul Superbonus: finto condominio ma il sequestro è vero
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di oltre 10 milioni di euro nei confronti di un'impresa edile e di diversi privati. Gli indagati avevano costituito un condominio fittizio e stipulato contratti preliminari simulati con parenti stretti a prezzi irrisori. L'obiettivo era aggirare i limiti di legge per ottenere indebitamente i crediti d'imposta del Superbonus 110%, preclusi alle società commerciali. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo la sussistenza della truffa sul Superbonus e del pericolo di dispersione dei beni. La presenza di un patrimonio immobiliare capiente in capo agli indagati non esclude il rischio di alienazione dei beni prima della confisca, giustificando così la misura cautelare d'urgenza.
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Sequestro per sproporzione: studente perde 9000 euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il sequestro preventivo di oltre novemila euro, eseguito a seguito di un'accusa di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. La difesa lamentava la mancanza di un legame diretto tra la somma e il reato. I giudici hanno chiarito che il sequestro per sproporzione non richiede la prova del nesso pertinenziale tra il denaro e il singolo episodio criminoso. È sufficiente la sproporzione tra il valore del bene e il reddito dichiarato dal soggetto. Nel caso specifico, L'Indagato è uno studente senza lavoro stabile che custodiva la somma in una scatola chiusa a chiave in camera sua, fornendo giustificazioni non credibili. Di conseguenza, il sequestro è stato confermato e L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: i contanti in casa non provano lo spaccio
Durante una perquisizione domiciliare a carico dell'Indagato, le forze dell'ordine hanno rinvenuto 0,37 grammi di cocaina, un bilancino di precisione e la somma di 4.500 euro in contanti nascosta in un armadio. Il Giudice ha disposto il sequestro preventivo del denaro, ritenendolo profitto dell'attività di spaccio. L'Indagato ha impugnato il provvedimento contestando la mancanza di prove sul legame tra il denaro e il reato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato il sequestro. I giudici hanno stabilito che, per sequestrare somme di denaro, è indispensabile dimostrare un nesso di pertinenzialità diretto e specifico con il reato contestato, escludendo che si possa basare la misura su semplici supposizioni o su generiche attività di spaccio passate.
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Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte: auto sequestrata
Il Tribunale di Ravenna ha confermato il sequestro preventivo di un'auto di lusso intestata a un prestanome, ma utilizzata dal reale gestore di un laboratorio tessile. Quest'ultimo aveva accumulato un debito fiscale di oltre due milioni di euro attraverso un meccanismo di imprese fittizie intestate a terzi. Il prestanome ha fatto ricorso sostenendo che il debito non fosse formalmente intestato al reale gestore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il sequestro. I giudici hanno stabilito che, per configurare il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, non serve che il debito sia formalmente intestato all'amministratore di fatto, potendo il giudice penale accertare chi sia il reale debitore dietro lo schermo dei prestanome.
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Sequestro preventivo per equivalente: no al maxi blocco dei beni
L'Amministratore di due società di trasporti veniva indagato per traffico illecito di rifiuti. Il Tribunale disponeva nei suoi confronti un sequestro preventivo per equivalente di oltre 12 milioni di euro, pari all'intero profitto del reato contestato a tutti i coindagati. L'Amministratore chiedeva la riduzione del sequestro, evidenziando che il profitto attribuibile alle sue società era di circa 900.000 euro. Il Tribunale del Riesame rigettava l'istanza, ritenendo prematura la quantificazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che, in caso di concorso di persone, non si applica la solidarietà passiva per il sequestro preventivo per equivalente. Di conseguenza, la misura cautelare non può colpire il singolo indagato per l'intero importo globale, ma deve essere limitata alla quota di profitto effettivamente conseguita o, in mancanza, ripartita in parti uguali. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Scarico di acque reflue senza autorizzazione: stop all’impianto
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di uno stabilimento industriale che effettuava lo scarico di acque reflue senza autorizzazione nella rete fognaria pubblica. L'amministratore della società aveva proseguito l'attività nonostante il preavviso di diniego del rinnovo dell'autorizzazione ambientale, giustificato anche da insanabili abusi edilizi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che lo scarico di acque reflue senza autorizzazione costituisce un reato di pericolo astratto e permanente. Inoltre, ha chiarito che il legale rappresentante, come persona fisica, non può impugnare il sequestro di beni societari senza dimostrare un interesse concreto e diretto alla restituzione. Di conseguenza, lo stabilimento resta sigillato e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: spiaggia privata contro demanio pubblico
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di uno stabilimento balneare in Calabria. Il Gestore aveva occupato abusivamente un'area demaniale di circa 1800 metri quadri, a fronte di una concessione limitata a soli 510 metri quadri. Sull'area pendevano inoltre vincoli paesaggistici, di erosione costiera e di rispetto ferroviario, quest'ultimo palesemente violato. La difesa sosteneva la validità dei titoli edilizi e l'assenza di pericoli, ma i giudici hanno evidenziato che la massiccia sovraoccupazione e il mancato pagamento degli indennizzi comportano la decadenza automatica della concessione demaniale. Di conseguenza, i permessi di costruire perdono efficacia. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la legittimità del sigillo giudiziario sulla struttura.
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Indebita compensazione: il fisco smaschera la falsa ricerca
L'Amministratrice di una cooperativa è stata indagata per aver utilizzato fatture false e operato un'indebita compensazione di crediti d'imposta inesistenti per ricerca e sviluppo, accumulando un profitto illecito di oltre 450.000 euro. Il Tribunale ha quindi disposto il sequestro preventivo dei suoi beni. L'indagata ha fatto ricorso sostenendo il ritardo nella decisione del Tribunale del Riesame e contestando la mancanza di prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il termine di dieci giorni per la decisione sul riesame decorre solo da quando il tribunale riceve tutti gli atti completi. Inoltre, la Cassazione ha confermato che l'Agenzia delle Entrate ha piena competenza tecnica per valutare l'inesistenza dei crediti d'imposta utilizzati per la compensazione.
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Confisca allargata: senza reddito il denaro va allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di somme di denaro (circa 12.400 euro e 536 dollari) nei confronti di un soggetto indagato per reati di droga. Il provvedimento è finalizzato alla confisca allargata, basandosi sulla netta sproporzione tra il denaro rinvenuto e l'assenza di redditi leciti del soggetto, privo di attività lavorativa. La difesa contestava l'inversione dell'onere della prova e la valutazione della sproporzione al momento del sequestro. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che, accertata la sproporzione patrimoniale, spetta all'indagato l'onere di allegare prove concrete sulla provenienza lecita delle somme. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Ricorso per cassazione tardivo: confermato il sequestro al casinò
Il ricorrente, indagato per corruzione, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale di Aosta che confermava il sequestro preventivo di oltre trecentomila euro. La difesa ha contestato la qualifica di incaricato di pubblico servizio del cassiere della casa da gioco coinvolto, la sussistenza del reato e la proporzionalità del sequestro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile senza esaminare i motivi di merito. La decisione si fonda sul rilievo che l'impugnazione è stata depositata ben oltre il termine perentorio di quindici giorni dalla notifica del provvedimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, confermando la perdita temporanea delle somme sequestrate.
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Sequestro preventivo: fiches e contanti non fanno la corruzione
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava il sequestro preventivo a carico di alcuni indagati e di una società, coinvolti in un presunto giro di corruzione, riciclaggio e reati fiscali legati a una casa da gioco. I giudici di legittimità hanno rilevato gravi carenze motivazionali. In particolare, il Tribunale non ha verificato se il dipendente del casinò avesse davvero la qualifica di incaricato di pubblico servizio, né ha motivato in modo specifico sul pericolo di dispersione dei beni (periculum in mora). Inoltre, per la società, è mancata la valutazione autonoma della colpa di organizzazione. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: l’auto di lusso resta bloccata
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di un'autovettura di lusso ritenuta provento del reato di ricettazione. L'indagato aveva impugnato il provvedimento lamentando l'assenza di prove sul pericolo di dispersione del bene e contestando l'uso di strumenti informatici per la traduzione dei documenti difensivi. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, chiarendo che il sequestro preventivo è legittimo se motivato in modo logico e coerente. Nel caso specifico, i tentativi dell'indagato di occultare la provenienza illecita del veicolo giustificano ampiamente la misura cautelare. Inoltre, la vettura rientra nella categoria di cose pertinenti al reato, giustificando il vincolo per evitare che la libera disponibilità del mezzo possa agevolare ulteriori illeciti.
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Sequestro preventivo di denaro: nullo se il contante è di terzi
Durante una perquisizione domiciliare a carico di un soggetto indagato per detenzione di stupefacenti, la Guardia di Finanza ha rinvenuto e sequestrato la somma di 1.790 euro in contanti. Il Giudice per le indagini preliminari ha successivamente disposto il sequestro preventivo di denaro ritenendolo profitto del reato. L'Indagato ha proposto riesame, sostenendo che il denaro appartenesse alla madre e alla sorella. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di interesse, poiché il denaro non era di sua proprietà. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Indagato, affermando che sussiste l'interesse al riesame quando il vincolo incide direttamente sulla sua posizione, essendo il denaro qualificato come profitto del reato a lui ascritto. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio il sequestro, disponendo la restituzione della somma.
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Sequestro preventivo: confermato il blocco dei contanti nascosti
Durante una perquisizione a casa di un sindacalista, indagato per truffa e falsificazione di documenti medici volti a ottenere indebite pensioni, le forze dell'ordine hanno rinvenuto 164.150 euro in contanti nascosti insieme a certificati falsi. Il Tribunale ha disposto il sequestro preventivo della somma per sproporzione rispetto ai redditi dichiarati. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di prove sul collegamento diretto tra il denaro e i reati contestati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno evidenziato che il nesso di pertinenzialità è provato dalle modalità di occultamento del denaro contante insieme ai documenti falsi e dall'assenza di spiegazioni credibili sulla provenienza della somma, sproporzionata rispetto alle capacità reddituali dell'indagato.
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Sequestro preventivo: nullo il blocco se l’accusa è incerta
Durante una perquisizione in casa di un cittadino, la polizia trova una cassaforte nascosta contenente una pistola rubata, munizioni, orologi di lusso, un bracciale d'oro e circa 49.000 euro in contanti. Il giudice dispone il sequestro preventivo di tutti i beni. La difesa chiede la restituzione di denaro e gioielli, ma il Tribunale del Riesame rifiuta, ipotizzando il reato di ricettazione anche per questi oggetti. La Corte di Cassazione annulla la decisione: esiste una grave incertezza sulle accuse reali. Per legittimare il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per sproporzione, l'accusa deve definire con precisione il reato contestato e dimostrare che possa aver generato profitti illeciti. Il caso torna al Tribunale per un nuovo giudizio.
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Sequestro preventivo: confermato il blocco per la finta polizza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il provvedimento di sequestro preventivo di circa tremila euro, ritenuto profitto di una truffa ai danni di una compagnia assicurativa. La difesa sosteneva l'assenza di prove sul concorso nel reato, ipotizzando al massimo la ricettazione. Tuttavia, i giudici hanno confermato la misura cautelare evidenziando la stretta contiguità temporale tra l'incasso dei premi falsi e il bonifico della metà esatta della somma sul conto del ricorrente nello stesso giorno. Inoltre, la ditta individuale dell'indagato richiamava il nome del falso firmatario delle polizze. L'Indagato perde la causa, il sequestro viene confermato e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa aggravata e Superbonus: sequestro confermato
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo dei crediti d'imposta nei confronti di una società edile. L'Amministratore di Fatto e l'Amministratrice di Diritto avevano emesso fatture false e asseverazioni fittizie per lavori mai eseguiti, ottenendo indebitamente oltre quattro milioni di euro tramite le agevolazioni del Superbonus 110%. La Rappresentante Legale ha impugnato il sequestro, sostenendo che le fatture potessero precedere i lavori. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la cessione del credito richiede l'effettiva esecuzione delle opere. Di conseguenza, si configura il reato di truffa aggravata. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Attualità del pericolo di reiterazione: no al carcere dopo anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva revocato la misura per mancanza di attualità del pericolo di reiterazione, evidenziando che i fatti risalivano al 2022 e che non vi erano elementi recenti a dimostrazione di legami ancora attivi con la criminalità organizzata. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, ribadendo che il decorso di un significativo lasso di tempo senza indizi concreti di attività illecite esclude la necessità della misura cautelare. Di conseguenza, l'indagato rimane in stato di libertà rispetto a questa misura.
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Sequestro preventivo finalizzato alla confisca: finti regali ko
Durante una perquisizione a carico dei figli dell'Indagato, le forze dell'ordine hanno rinvenuto armi, munizioni e circa 76.000 euro in contanti. L'Indagato si è assunto la paternità del denaro, giustificandolo come regali per cerimonie familiari. Tuttavia, gli accertamenti hanno rivelato una totale sproporzione tra la somma e i redditi dichiarati dal nucleo familiare, privo di un lavoro stabile. Il Tribunale ha quindi disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca delle somme, ritenendo la ricettazione delle armi come reato spia idoneo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Indagato, confermando la legittimità del blocco del denaro. I giudici hanno evidenziato che il profilo criminale dell'uomo e l'assenza di giustificazioni lecite legittimano la presunzione di provenienza illecita del patrimonio accumulato.
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Sequestro preventivo: gioielli spariti ma il contante si blocca
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere confermava parzialmente il sequestro preventivo di circa ventimila euro nei confronti di un indagato per furto e rapina. La difesa ricorreva in Cassazione, sostenendo che la somma non fosse il profitto diretto dei reati (consistenti in gioielli e argenteria mai ritrovati) e che il provvedimento costituisse un illegittimo sequestro per equivalente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il denaro derivante dalla vendita della refurtiva costituisce profitto diretto del reato, in quanto rappresenta la conversione economica dei beni sottratti. Di conseguenza, il sequestro preventivo diretto del denaro è pienamente legittimo anche senza una specifica previsione di legge per l'equivalente. L'indagato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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