Durante la presentazione di un libro d'inchiesta, un avvocato ha accusato pubblicamente due testimoni di un processo per omicidio di aver mentito. Ha inoltre definito il padre e il compagno di una delle donne come pericolosi mafiosi. L'imputato si è difeso invocando il diritto di critica, ma i giudici hanno confermato la condanna per il reato di diffamazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che dare del bugiardo e del mafioso in assenza di prove concrete non costituisce una critica lecita, ma rappresenta un attacco personale gratuito volto a distruggere la reputazione altrui. L'uso di espressioni infamanti supera i limiti della continenza e della verità, integrando pienamente la diffamazione. Di conseguenza, l'imputato perde la causa, deve risarcire le parti civili e pagare le spese processuali.
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