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Par Condicio Creditorum

369 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Nel diritto civile e in quello fallimentare, la locuzione latina par condicio creditorum (letteralmente "parità di trattamento dei creditori") esprime un principio giuridico in virtù del quale i creditori hanno uguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore salve le cause legittime di prelazione. Per assicurare la parità di trattamento, dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione individuale o esecutiva può essere iniziata o proseguita da questo o quel creditore. Il principio è accolto dal codice civile italiano all'art. 2741, che recita: «I creditori hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore, salve le cause legittime di prelazione. Sono cause legittime di prelazione i privilegi, il pegno e le ipoteche». Ciò vale anche per azioni, non svolte direttamente dal soggetto fallito, che consentano indirettamente di rimborsare un singolo creditore con denaro, nei luoghi di proprietà ovvero per interposta persona su incarico del soggetto fallito: ad esempio con la cessione ad un creditore di crediti verso terzi vantati dal soggetto fallito. Nello stabilire questo progetto di ripartizione si tiene conto anche dei debiti il cui termine di scadenza non sia ancora giunto: in considerazione della regola della decadenza del beneficio del termine essi si considerano come scaduti alla data di dichiarazione del fallimento. Il corso degli interessi resta sospeso agli effetti del fallimento, salvo che si tratti di crediti garantiti. In buona sostanza, l'art. 2741 identifica due categorie di creditori: la prima è quella dei creditori titolari di un diritto di prelazione, i quali, in forza di tale diritto, verranno soddisfatti prima degli altri creditori e per l'intero credito vantato. La seconda categoria è quella dei creditori chirografari, i quali verranno soddisfatti in subordine rispetto ai privilegiati e in proporzione e non per l'intero. Con la riforma del diritto fallimentare il principio della par condicio creditorum viene profondamente innovato, in quanto è possibile suddividere i creditori per classi omogenee; ad esempio creditori finanziari, fornitori ecc. La par condicio creditorum resta un concetto valido solo all'interno di una medesima classe, ma i creditori di una classe possono, previa votazione di assemblea separata, approvare un trattamento differenziato. Ciò riguarda i crediti sorti prima della dichiarazione di fallimento (crediti concorsuali). Diverso trattamento hanno i crediti sorti nel corso della procedura in conseguenza dell'attività degli organi fallimentari, quali un compenso al curatore. Questi crediti sorgono nei confronti della massa fallimentare e devono essere soddisfatti con prededuzione. La differenza più significativa tra procedura esecutiva singolare e procedura esecutiva fallimentare è che in quella singolare l'applicazione del principio della par condicio è meramente eventuale, vale a dire subordinata al verificarsi del concorso fra creditori, dal momento che la procedura esecutiva singolare può essere iniziata anche da un solo creditore senza che ne intervengano altri. Ciò non vale in ambito fallimentare, perché in questo caso la legge dispone che vi sia un curatore fallimentare tenuto ad avvisare tutti i creditori (è logico che spetterà al creditore valutare la convenienza della sua insinuazione nella procedura fallimentare). La legge consente ai creditori di compensare con i loro debiti verso il fallito i crediti che essi vantano verso il medesimo. La compensazione ha lo stesso effetto della garanzia del credito. Categoria:Brocardi Categoria:Diritto civile Categoria:Diritto fallimentare

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Revocatoria fallimentare: illegittimi i pagamenti col factoring
Un'azienda in grave crisi finanziaria, poi fallita, aveva incaricato una società di factoring di saldare un proprio fornitore, chiedendo di anticipare le somme sulle fatture future. Dopo la dichiarazione di dissesto, il curatore ha promosso l'azione di revocatoria fallimentare per recuperare oltre centomila euro. Il fornitore ha contestato la pretesa, sostenendo che il pagamento fosse stato eseguito con denaro proprio del terzo e tramite modalità ordinarie. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fornitore, qualificando la delegazione di pagamento mediante factoring come un mezzo anomalo di adempimento. Poiché la società di factoring si era rivalsa sulle fatture dell'impresa prima del fallimento, il patrimonio aziendale aveva subito un reale depauperamento a danno della collettività dei creditori. Il fornitore è stato quindi condannato a restituire le somme ricevute alla procedura fallimentare.
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Fallimento Appaltatore: Stop al Pagamento Diretto Subappaltatore?
La Corte di Cassazione ha chiarito la questione del pagamento diretto subappaltatore in caso di fallimento dell'appaltatore principale. Un Comune aveva stipulato un contratto di appalto per una palestra, con un atto aggiuntivo che prevedeva il pagamento diretto al subappaltatore. Entrambi, appaltatore e subappaltatore, fallirono. Il subappaltatore fallito chiese il pagamento diretto al Comune. La Cassazione ha stabilito che la clausola di pagamento diretto si applica solo se il contratto principale è in corso con un'impresa solvente. Il fallimento dell'appaltatore scioglie il contratto, rendendo il subappaltatore un creditore ordinario, soggetto alla par condicio creditorum. La sentenza cassa la decisione precedente, ribadendo la prevalenza della legge fallimentare.
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Privilegio crediti professionali: escluse le società
Una società in nome collettivo ha fornito prestazioni di progettazione urbanistica a favore di una cooperativa edilizia in seguito posta in liquidazione. La società creditrice ha richiesto l'ammissione allo stato passivo pretendendo la garanzia del privilegio crediti professionali, evidenziando che l'opera era stata materialmente eseguita e firmata dal singolo socio architetto. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta stabilendo che il privilegio crediti professionali spetta esclusivamente al singolo lavoratore autonomo. Quando il contratto viene stipulato con una società commerciale, il compenso include anche la remunerazione del capitale e dell'organizzazione aziendale. Di conseguenza, il credito resta di natura ordinaria e chirografaria.
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Sanzioni nel concordato preventivo tra divieti e Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la sentenza tributaria d'appello favorevole a una società in liquidazione. I giudici di merito avevano annullato le sanzioni collegate a un controllo automatizzato sulle imposte 2014, notificato dopo l'apertura del concordato preventivo. Secondo la Commissione Tributaria, la tutela della parità tra creditori impediva alla società di pagare tempestivamente l'avviso bonario. L'Amministrazione Finanziaria ha contestato la decisione sostenendo la piena debenza delle penalità. La Corte di Cassazione, rilevata la richiesta di definizione agevolata presentata dalla contribuente, ha sospeso il giudizio rinviando l'esame sulle sanzioni nel concordato preventivo a nuova udienza.
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Patto Commissorio: Vendita per estinguere debiti non è garanzia illecita
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso complesso riguardante il trasferimento di un immobile, 'Villa Molin', avvenuto nell'ambito di un concordato fallimentare. Le Socie avevano ceduto l'immobile a L'Acquirente, che si era accollato i debiti della loro Azienda Fallita. La Corte d'Appello aveva dichiarato nulli gli atti, qualificandoli come un Patto Commissorio vietato. La Cassazione, invece, ha annullato questa decisione. Ha chiarito che il Patto Commissorio non si configura quando il trasferimento di un bene serve a estinguere un debito preesistente e insoluto, piuttosto che a garantire un nuovo finanziamento. La sentenza sottolinea l'importanza di valutare la reale funzione economica dell'operazione, non solo la sua forma, per distinguere una vendita da una garanzia illecita.
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Accollo liberatorio debiti tributari: Cassazione chiarisce nel fallimento
Una società proponente ha tentato di omologare un concordato fallimentare per un'azienda in crisi, prevedendo l'**accollo liberatorio debiti tributari** e la liberazione immediata del fallito. L'Agenzia delle Entrate si è opposta, invocando il divieto previsto dallo Statuto del Contribuente. Dopo il rifiuto dei giudici di merito, la Cassazione ha rigettato il ricorso della proponente. Tuttavia, ha chiarito un principio fondamentale: il divieto di accollo liberatorio dei debiti tributari non si applica nelle procedure di concordato fallimentare proposte da terzi. Il ricorso è stato comunque respinto per altre carenze procedurali.
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Pagamento Anomalo: L’Azione Revocatoria Fallimentare Prevale
La Corte di Cassazione ha confermato la validità di un'azione revocatoria fallimentare. Il caso riguardava un pagamento di 125.000 euro effettuato da un terzo a favore di un'azienda creditrice, in relazione alla vendita di un immobile dell'azienda poi fallita. I giudici hanno ritenuto il pagamento un 'mezzo anomalo' (non usuale) di estinzione del debito, perché avvenuto tramite delegazione di un terzo. L'azienda creditrice non ha dimostrato di non essere a conoscenza dello stato di insolvenza del debitore, rendendo efficace l'azione revocatoria fallimentare e tutelando la parità di trattamento tra i creditori.
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Esenzione imposte ipotecarie: stop ai concessionari locali
L'Agenzia delle Entrate ha notificato vari avvisi di liquidazione a una società concessionaria della riscossione locale per recuperare imposte di bollo e ipotecarie non corrisposte. La società riteneva applicabile l'esenzione imposte ipotecarie prevista per l'agente nazionale, avendo iscritto ipoteche su immobili tramite ingiunzione fiscale. I giudici territoriali avevano annullato gli avvisi equiparando l'ingiunzione al ruolo esattoriale. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione e accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I giudici supremi hanno stabilito che le norme agevolative sono di stretta interpretazione e non si estendono in via analogica ai concessionari locali che impiegano l'ingiunzione fiscale per i periodi anteriori alla riforma del 2019. La società di riscossione deve versare i tributi richiesti.
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Revocatoria Fallimentare: La Banca non sempre sapeva dell’insolvenza
Un'azienda in amministrazione straordinaria ha avviato una **revocatoria fallimentare** contro una Banca, chiedendo l'inefficacia di rimesse bancarie per oltre 2 milioni di euro, sostenendo che la Banca conosceva lo stato di insolvenza. Il Tribunale ha parzialmente accolto la domanda. La Corte d'Appello ha ridotto l'importo revocabile, escludendo la *scientia decoctionis* della Banca per il periodo iniziale e la revocabilità delle rimesse da garanzie di terzi. La Cassazione ha confermato le prime due decisioni, ma ha accolto il ricorso sulle spese processuali, disponendo la compensazione integrale delle spese di appello e di legittimità, riconoscendo la vittoria parziale dell'azienda.
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Prededuzione concordato preventivo: quando il credito non è ammesso
Un professionista ha chiesto la prededuzione per le sue prestazioni professionali in favore di un'azienda, finalizzate alla presentazione di una domanda di concordato preventivo. La domanda di concordato è stata però dichiarata inammissibile, portando al successivo fallimento dell'azienda. Il Giudice Delegato e il Tribunale hanno negato la prededuzione, ritenendo che l'utilità per i creditori non fosse dimostrata. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che il credito per l'assistenza al concordato preventivo gode di prededuzione solo se la procedura viene effettivamente aperta e non è sufficiente la mera presentazione della domanda. La prededuzione è legata all'effettiva apertura della procedura.
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Revocatoria fallimentare e cessione d’azienda bancaria: i limiti
La Corte di Cassazione ha affrontato la questione riguardante la revocatoria fallimentare e cessione d'azienda bancaria. La curatela del fallimento di una società chiedeva la restituzione di versamenti bancari effettuati dal correntista prima della dichiarazione di insolvenza. La banca subentrata negava la propria responsabilità, evidenziando che il contratto di cessione del ramo d'azienda escludeva espressamente i crediti in sofferenza e i relativi debiti restitutori. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso della procedura fallimentare e dell'assuntore del concordato. La Suprema Corte ha stabilito che le banche possono legittimamente escludere specifici rapporti o sofferenze dal trasferimento aziendale. Di conseguenza, l'istituto cessionario non risponde delle somme pretese tramite l'azione revocatoria legate a conti correnti chiusi in passivo prima della cessione.
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Prededucibilità del Credito: Cassazione chiarisce i limiti per i professionisti
Un professionista ha chiesto la prededucibilità del credito per 50.000 euro, maturato per aver redatto una relazione tecnica per un concordato preventivo. La domanda di concordato non è stata ammessa, e l'azienda è fallita. Il Tribunale ha negato la prededuzione, riconoscendo il credito solo come privilegiato, poiché la procedura concordataria non si era mai aperta e non aveva generato utilità per i creditori. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha ribadito il principio delle Sezioni Unite: il credito del professionista è prededucibile nel successivo fallimento solo se la procedura di concordato preventivo è stata effettivamente aperta, non bastando la semplice presentazione della domanda.
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Revocatoria Fallimentare: Pagamenti Salvi con Legge Straniera
Due compagnie aeree italiane in amministrazione straordinaria hanno tentato di recuperare pagamenti consistenti da società irlandesi, invocando l'azione di revocatoria fallimentare. Sostenevano che i pagamenti, avvenuti prima della procedura concorsuale, fossero inefficaci. I giudici di merito hanno respinto la richiesta, applicando l'esenzione prevista dal Regolamento UE 1346/2000. Hanno ritenuto che i contratti di leasing fossero regolati dalla legge inglese, la quale non prevedeva la revocabilità dei pagamenti in quel contesto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso delle compagnie aeree, confermando che la legge applicabile ai contratti era quella inglese e che l'accordo transattivo successivo non aveva natura novativa.
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Liquidazione volontaria non basta per l’iscrizione a ruolo straordinario
Una società in liquidazione volontaria ha ricevuto un avviso di accertamento per operazioni inesistenti e una successiva iscrizione a ruolo straordinario da parte dell'Agenzia delle Entrate. L'Agenzia aveva giustificato l'iscrizione a ruolo straordinario basandosi unicamente sullo stato di liquidazione della società, ritenendolo un "fondato pericolo per la riscossione". La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società. Ha stabilito che la sola messa in liquidazione volontaria di una società non basta a giustificare l'iscrizione a ruolo straordinario. Servono altri elementi concreti che dimostrino un effettivo rischio di non riscossione.
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Cartella di pagamento e concordato preventivo: nullo l’incasso
Una società ammessa al concordato preventivo ha impugnato la notifica di una cartella di pagamento relativa a imposte non versate negli anni precedenti. L'Amministrazione Finanziaria ha notificato l'atto dopo l'inizio della procedura concorsuale. La Corte di Cassazione ha stabilito che **cartella di pagamento e concordato preventivo** sono incompatibili: l'articolo 168 della Legge Fallimentare vieta l'avvio o la prosecuzione di azioni esecutive a partire dalla data di presentazione del ricorso concordatario. Poiché la cartella esattoriale ha la funzione sostanziale di precetto esecutivo, la sua notifica in pendenza di concordato è nulla. L'agente della riscossione deve insinuare i propri crediti nel passivo concorsuale mediante semplice estratto di ruolo, senza notificare cartelle di pagamento. La Suprema Corte ha dunque accolto il ricorso dell'impresa e annullato definitivamente la cartella.
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Azione revocatoria in amministrazione straordinaria: vince la procedura
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un Lavoratore che contestava l'efficacia di un'azione revocatoria in amministrazione straordinaria. Il Lavoratore aveva ricevuto un pagamento da un'Azienda in crisi, poi sottoposta ad amministrazione straordinaria, che aveva chiesto la restituzione della somma. Il Lavoratore sosteneva l'incompatibilità con il diritto europeo sugli aiuti di Stato, la prescrizione dell'azione e la mancanza di legittimazione attiva dell'Azienda. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando la piena validità dell'azione revocatoria in amministrazione straordinaria e ribadendo che la prescrizione decorre dalla nomina del commissario. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Prededuzione Credito Professionista: Inammissibilità del Concordato non basta
Un professionista ha chiesto la prededuzione credito professionista per le sue prestazioni, rese per la preparazione di una domanda di concordato preventivo. La domanda di concordato è stata però dichiarata inammissibile, portando al fallimento dell'azienda. Il professionista sosteneva che il suo credito dovesse essere pagato con priorità. La Corte di Cassazione, seguendo un precedente delle Sezioni Unite, ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che il credito del professionista è prededucibile solo se la procedura di concordato preventivo viene effettivamente aperta e non solo presentata. La prestazione deve essere funzionale e contribuire alla conservazione o all'incremento del valore aziendale.
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Bancarotta preferenziale: L’amministratore condannato, ricorso inammissibile
Un amministratore è stato condannato per bancarotta preferenziale e semplice. Aveva continuato l'attività di un'azienda già in dissesto, aggravandone il passivo, e aveva pagato un credito inesistente a una società a lui collegata, violando la par condicio creditorum. La Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile, confermando la condanna e le spese processuali. La bancarotta preferenziale è stata ritenuta configurabile per il pagamento mascherato.
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Bancarotta fraudolenta: condanna piena e pene accessorie riviste
L'Amministratore di Fatto di una società edilizia ha sottratto oltre 254.000 euro dalle casse aziendali prima del fallimento. Egli ha prelevato somme tramite assegni non giustificati, rimborsato soci e nascosto macchinari. Inoltre, ha gestito le scritture contabili in modo irregolare per impedire la ricostruzione degli affari. I giudici di merito lo hanno condannato per bancarotta fraudolenta a quattro anni di reclusione e a dieci anni di pene accessorie. La Corte di Cassazione ha confermato in modo definitivo la responsabilità penale e la pena principale. Tuttavia, i giudici supremi hanno annullato la sentenza limitatamente alle pene accessorie. La durata fissa di dieci anni è infatti incostituzionale. Il giudice di merito dovrà ora ricalcolare la durata delle sanzioni accessorie valutando la gravità specifica del fatto.
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Sequestro preventivo e fallimento: fondi resi ai creditori
La vicenda riguarda il rapporto tra sequestro preventivo e fallimento dopo il blocco di somme destinate a una società per presunta frode in pubbliche forniture. Dopo il fallimento dell'ente, il curatore ha chiesto la restituzione del denaro bloccato per soddisfare i creditori in buona fede ammessi allo stato passivo. I giudici territoriali hanno negato lo svincolo ritenendo prevalenti le esigenze penali di confisca rispetto a quelle concorsuali. La Corte di Cassazione ha invece annullato il diniego senza rinvio. I giudici di legittimità hanno ordinato l'immediata restituzione del denaro alla curatela fallimentare, poiché il giudice penale non può limitarsi a motivazioni generiche sul pericolo di dispersione, ma deve bilanciare la tutela penale con i diritti accertati dei creditori terzi estranei al reato.
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