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Ordinamento Penitenziario — Anno 2023

99 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Ordinamento Penitenziario

Provvedimenti

Regime di semilibertà: no ai benefici se si ignorano i clan
Il Tribunale di Sorveglianza concedeva il regime di semilibertà a un condannato per reati di criminalità organizzata, ritenendo impossibile una sua fattiva collaborazione. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione, evidenziando che il giudice ha ignorato le relazioni della Direzione Nazionale Antimafia e della Direzione Distrettuale Antimafia. Tali documenti attestavano l'elevato spessore criminale del soggetto, legato a noti clan mafiosi, e il rischio di riallacciare i contatti con il territorio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando un travisamento della prova per omissione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di concessione e ha rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per una nuova e più approfondita valutazione dei fatti.
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Sopravitto dei detenuti: la piastra elettrica non è gratis
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'addebito mensile di tre euro a carico di un detenuto per i consumi elettrici di una piastra a induzione usata in cella. Il detenuto, sottoposto al regime speciale, contestava il prelievo ritenendolo non dovuto e non compreso nelle spese ordinarie. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che l'energia utilizzata per cucinare cibi personali rientra nel concetto di sopravitto dei detenuti. Di conseguenza, tali costi non gravano sullo Stato ma devono essere rimborsati dal ristretto, in quanto l'uso di piastre elettriche costituisce una spesa extra legata a scelte personali del detenuto.
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Diritti dei detenuti: no alla borsa frigo rigida in cella
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza che consentiva a un detenuto in regime speciale di acquistare una borsa frigo rigida per conservare gli alimenti. La Corte di Cassazione ha chiarito il confine tra i diritti dei detenuti e il potere organizzativo delle carceri. Sebbene esista il diritto fondamentale a una sana alimentazione e alla corretta conservazione del cibo, le modalità pratiche per garantirlo rientrano nella discrezionalità dell'amministrazione penitenziaria. Poiché l'istituto offriva già un'alternativa idonea, ovvero l'uso di borse morbide con mattonelle refrigeranti sostituibili, la scelta di vietare il contenitore rigido per motivi di sicurezza è legittima. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio il provvedimento limitatamente all'acquisto della borsa rigida, accogliendo il ricorso del Ministero.
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Divieto di stampa locale al 41-bis: sicurezza batte informazione
Il Tribunale di Messina ha confermato il provvedimento che vieta a un detenuto in regime di 41-bis l'acquisto e la ricezione di giornali locali. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione del diritto all'informazione e la mancanza di verifiche sulla provenienza geografica degli altri detenuti con cui condivide i momenti di socialità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del divieto di stampa locale. I giudici hanno chiarito che la misura è giustificata dal rischio concreto che i giornali locali fungano da canale di collegamento con l'esterno, specialmente perché il detenuto socializza con soggetti provenienti da tutta Italia legati a consorterie criminali. Il diritto all'informazione resta comunque garantito dalla possibilità di ricevere la stampa nazionale.
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Evasione dai domiciliari: la breve durata non evita la condanna
Il Detenuto, in regime di detenzione domiciliare, si è allontanato dalla propria abitazione in un orario non autorizzato dal Tribunale di Sorveglianza. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'irrilevanza penale del fatto a causa della brevità dell'assenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la breve durata dell'allontanamento non esclude il reato di evasione dai domiciliari. La specifica disciplina di favore invocata non si applicava al caso concreto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reclamo del detenuto: no a nduja e astice per sicurezza
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero della Giustizia contro la decisione che consentiva a un detenuto di ricevere alimenti specifici (come crostacei e nduja) nei pacchi dei familiari. La Suprema Corte ha chiarito che il reclamo del detenuto non può riguardare le concrete modalità di ricezione dei beni alimentari, poiché queste non costituiscono un diritto soggettivo assoluto. Tali regole rientrano infatti nella discrezionalità dell'amministrazione penitenziaria, che deve garantire la sicurezza e l'igiene all'interno del carcere. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio il provvedimento favorevole al detenuto, ristabilendo i divieti imposti dal regolamento interno dell'istituto.
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Permesso premio al 41-bis: la condotta non cancella il passato
Il Detenuto, condannato all'ergastolo e sottoposto al regime speciale del 41-bis per associazione mafiosa, ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, evidenziando la sua elevata pericolosità sociale e il legame ancora attivo con la cosca criminale di provenienza, nonostante la buona condotta carceraria e il percorso di studi intrapreso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del detenuto. I giudici hanno chiarito che non esiste un'incompatibilità assoluta tra il regime del 41-bis e il permesso premio, ma l'accesso al beneficio richiede una valutazione rigorosa e la prova concreta di un reale ravvedimento, che nel caso specifico è mancata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Permesso premio: la buona condotta non cancella la pericolosità
Il Detenuto ha proposto ricorso contro il diniego del permesso premio stabilito dal Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per ottenere il permesso premio, la buona condotta in carcere non è sufficiente. È indispensabile accertare l'assenza di pericolosità sociale del condannato. Questa valutazione richiede un rigore ancora maggiore per chi ha commesso reati gravi e deve scontare una pena molto lunga. In questi casi, la mancanza di una reale revisione critica del proprio passato criminale impedisce la concessione del beneficio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata: il passato non cancella la rieducazione
Il Detenuto ha richiesto la liberazione anticipata per il periodo tra il 2015 e il 2016. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda, ritenendo probabile il mantenimento di rapporti con la criminalità organizzata prima dell'ingresso in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto, stabilendo che la valutazione sulla condotta per ottenere lo sconto di pena deve concentrarsi esclusivamente sul comportamento tenuto durante la detenzione. I comportamenti precedenti alla carcerazione non possono influenzare negativamente il giudizio sulla partecipazione all'opera di rieducazione. La Suprema Corte ha quindi annullato il provvedimento di diniego, ordinando un nuovo esame del caso.
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Affidamento in prova al servizio sociale: conta la rieducazione
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, basandosi esclusivamente sulla gravità dei reati passati, tra cui associazione mafiosa risalente agli anni '90. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che la gravità del reato e i precedenti penali non possono, da soli, giustificare il rigetto della misura alternativa. Il giudice deve invece valutare l'evoluzione della personalità del condannato, il suo percorso rieducativo e l'accettazione della pena, senza pretendere una perfetta revisione critica del passato ma verificando che tale percorso sia stato avviato.
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Detenzione domiciliare: no a sconti per chi viola le regole
Il Condannato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la legittimità costituzionale dell'articolo 47-ter, comma 8, dell'ordinamento penitenziario. Secondo la difesa, la norma equipara ingiustamente condotte diverse nell'ambito della detenzione domiciliare, punendo ogni allontanamento come evasione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo la questione manifestamente infondata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Semilibertà surrogatoria: sì anche senza i due terzi di pena
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di semilibertà avanzata da un detenuto condannato per rapina aggravata, ritenendo necessario il previo decorso di due terzi della pena. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, accogliendo il ricorso del detenuto. I giudici di legittimità hanno chiarito che la semilibertà surrogatoria è applicabile anche prima dell'espiazione di metà della pena per i condannati per reati di seconda fascia, come la rapina aggravata, in quanto la legge esclude solo i reati gravissimi di prima fascia. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Liberazione anticipata: la protesta in carcere costa il beneficio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il diniego della liberazione anticipata per due semestri di detenzione. Il Tribunale di sorveglianza aveva negato il beneficio a causa di condotte oppositive: una protesta con rifiuto del vitto e il rifiuto di collocazione nel reparto assegnato, costato una sanzione disciplinare. La Suprema Corte ha chiarito che la liberazione anticipata richiede una reale partecipazione all'opera di rieducazione, desumibile da comportamenti obiettivi. Anche se la valutazione è frazionata per singoli semestri, comportamenti gravi possono compromettere il giudizio complessivo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata: reati successivi negano lo sconto di pena
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per alcuni semestri di pena a causa di condotte illecite successive (evasione e violazione della disciplina sugli stupefacenti), sebbene non ancora accertate con sentenza definitiva. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che tali condotte non potessero influenzare retroattivamente i semestri precedenti in cui aveva mantenuto un comportamento corretto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il comportamento negativo successivo può legittimamente escludere il beneficio anche per i periodi precedenti, poiché dimostra la mancata reale adesione al percorso rieducativo. Inoltre, il giudice di sorveglianza può valutare autonomamente fatti costituenti reato anche prima della condanna definitiva.
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Affidamento in prova al servizio sociale: sì anche senza lavoro
Il Tribunale di sorveglianza negava l'affidamento in prova al servizio sociale a un uomo di settantacinque anni, ritenendo che la mancanza di un'attività lavorativa stabile avrebbe comportato una libertà incontrollata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'assenza di lavoro non impedisce l'applicazione della misura alternativa. Il giudice deve valutare globalmente la personalità del soggetto, il tempo trascorso dal reato e l'assenza di pericolosità sociale, potendo imporre prescrizioni specifiche per garantire la funzione rieducativa della pena.
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Revoca della semilibertà: no alla colpa per i reati dei figli
Il Tribunale di sorveglianza aveva disposto la revoca della semilibertà per un condannato, in seguito al suo arresto per detenzione di stupefacenti in casa. Tuttavia, l'indagine ha accertato che la droga apparteneva esclusivamente al figlio convivente e il condannato è stato assolto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che la revoca della semilibertà non può fondarsi sulle condotte illecite di terzi, anche se familiari conviventi, qualora sia dimostrata la totale estraneità del beneficiario. La Suprema Corte ha quindi annullato il provvedimento di revoca, rinviando il caso per una nuova valutazione.
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Registrazione telefonate detenuti: sicurezza batte privacy
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto in regime di alta sicurezza contro il provvedimento che autorizzava l'ascolto e la registrazione delle sue conversazioni telefoniche con i familiari. Il controllo era stato disposto in seguito a segnalazioni confidenziali sull'uso improprio delle linee telefoniche per contatti con soggetti non autorizzati. La Suprema Corte ha chiarito che la registrazione telefonate detenuti per reati gravi è obbligatoria per legge, comportando una rinuncia implicita alla riservatezza. Pertanto, l'ascolto dei colloqui registrati non richiede le complesse procedure delle intercettazioni giudiziarie ordinarie, ma è giustificato da primarie esigenze di ordine e sicurezza pubblica. Il ricorso è stato quindi respinto con condanna alle spese.
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Permesso premio negato all’ergastolano: pesa il passato mafioso
Un detenuto condannato all'ergastolo per un omicidio di stampo mafioso risalente al 1989 ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda, ritenendo insufficiente il percorso di rieducazione e non provata la reale rottura dei legami con la criminalità organizzata. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di non essere più pericoloso e di aver interrotto ogni contatto illecito. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando il diniego del permesso premio. I giudici hanno chiarito che, per i reati gravi, non basta la regolare condotta carceraria, ma serve una profonda revisione critica del proprio passato e la prova certa del distacco definitivo dall'ambiente mafioso, elementi ritenuti ancora superficiali nel caso specifico.
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Liberazione anticipata: lo sciopero in cella nega lo sconto
Il Detenuto ha impugnato il diniego della liberazione anticipata per un semestre di detenzione. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto l'istanza a causa di un'ammonizione disciplinare ricevuta per aver proposto uno sciopero a un altro detenuto, interpretando il gesto come segno di insofferenza alle regole. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Detenuto. I giudici hanno chiarito che, ai fini della liberazione anticipata, l'amministrazione può valutare anche le infrazioni disciplinari estinte per buona condotta, purché compia un esame complessivo della condotta e della personalità del soggetto. Il ricorso non ha contestato validamente la motivazione del Tribunale, confermando la legittimità del diniego del beneficio.
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Liberazione condizionale: l’errore mail non blocca il riscatto
Il Tribunale di Sorveglianza concedeva la liberazione condizionale a un detenuto condannato all'ergastolo per reati di mafia e omicidio, ritenendo provato il suo ravvedimento. Il Procuratore Generale impugnava la decisione, lamentando la mancata acquisizione del parere del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, dovuto a un errore nell'invio della mail. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'omessa richiesta del parere non comporta la nullità del provvedimento. Trattandosi di un atto obbligatorio ma non vincolante, la sua assenza impone solo un più rigoroso onere di motivazione sul ravvedimento e sull'esclusione di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. Nel caso specifico, i giudici avevano ampiamente motivato la decisione basandosi sul percorso rieducativo del condannato.
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