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Mutuo Consenso

40 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un accordo tra le parti di un contratto per porre fine al vincolo giuridico che le legava. Può essere espresso o, come nel caso di specie, desunto dai comportamenti.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Contratto a termine illegittimo: azienda sconfitta in Cassazione
Una lavoratrice viene assunta da una compagnia aerea con contratto a tempo determinato per esigenze riorganizzative aziendali. La dipendente contesta la clausola temporale per genericità della motivazione. I giudici di merito dichiarano nullo il termine contrattuale e ordinano la ricostituzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato. L'azienda ricorre in Cassazione sostenendo la piena validità delle esigenze operative indicate e contestando il ritardo nell'impugnazione. La Suprema Corte respinge il ricorso dell'azienda: una motivazione astratta senza un chiaro collegamento tra le mansioni e la specifica riorganizzazione rende il contratto a termine illegittimo. Di conseguenza, il rapporto resta a tempo indeterminato e il datore di lavoro deve pagare le spese legali.
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Rinuncia tacita al diritto: il silenzio non basta per perdere una quota societaria
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di rinuncia tacita al diritto riguardante il trasferimento di quote societarie. Un Socio aveva citato in giudizio il Fratello per ottenere il trasferimento della nuda proprietà di una quota, basandosi su una scrittura privata del 1984. Il Fratello sosteneva che il Socio avesse tacitamente rinunciato al diritto. La Corte d'Appello aveva riconosciuto il diritto del Socio. Il Fratello ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando che la Corte d'Appello non avesse valutato correttamente la prova della rinuncia tacita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la rinuncia tacita al diritto richiede comportamenti inequivocabili e non può essere desunta da semplice inerzia o silenzio.
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Rinuncia alla Provvigione: Mediatore Perde Compenso dopo Ritiro Incarico
Un'agenzia immobiliare ha richiesto una provvigione per la vendita di un immobile tramite decreto ingiuntivo. La cliente si è opposta, sostenendo che l'agenzia aveva rinunciato all'incarico e al compenso, distruggendo il mandato originale. La vendita era poi avvenuta con un altro mediatore. La Corte di Cassazione ha confermato che la rinuncia alla provvigione da parte dell'agenzia era valida. Anche se il credito non era ancora maturato, la rinuncia a un diritto futuro ed eventuale è legittima se il credito è determinabile. L'agenzia non ha diritto ad alcun compenso.
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Interposizione illecita di manodopera: appalto nullo e assunzione
Un gruppo di dipendenti formalmente assunti da una società fornitrice ha svolto mansioni operative per conto di una grande azienda committente. I lavoratori hanno adito il giudice denunciando una fattispecie di interposizione illecita di manodopera, poiché la ditta fornitrice curava solo adempimenti contabili, mentre la committente esercitava il controllo gerarchico e direttivo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici d'appello, dichiarando la nullità dell'appalto fittizio. I giudici hanno stabilito l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato direttamente con la committente a partire dall'inizio delle prestazioni.
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Reintegrazione nel posto di lavoro: l’attesa non cancella i crediti
Una lavoratrice ha ottenuto l'annullamento del proprio licenziamento e la reintegrazione nel posto di lavoro con diritto alle retribuzioni arretrate. A distanza di qualche anno dalla decisione, la dipendente ha notificato un precetto di pagamento per oltre 175.000 euro. La datrice di lavoro si è opposta, sostenendo che l'inerzia temporale dimostrasse la rinuncia al lavoro per mutuo consenso o la violazione della buona fede contrattuale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso datoriale. I giudici hanno chiarito che il semplice decorso del tempo non estingue il vincolo lavorativo né fa presumere una rinuncia. La datrice deve quindi versare tutte le somme intimate.
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Interposizione illecita di manodopera: quando l’appalto è vero
Un gruppo di lavoratori ha adito le vie legali chiedendo il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato direttamente con una grande società committente. I lavoratori sostenevano che il servizio di assistenza informatica e telefonica, formalmente appaltato a ditte esterne, costituisse in realtà un'ipotesi di interposizione illecita di manodopera. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto la domanda, rilevando la genuinità dell'appalto. La Corte di Cassazione ha confermato queste decisioni, rigettando i ricorsi dei lavoratori. La Suprema Corte ha chiarito che, negli appalti cosiddetti leggeri, l'autonomia dell'appaltatore si manifesta principalmente nella gestione effettiva del proprio personale, escludendo l'illecita intermediazione anche in presenza di attrezzature fornite dal committente.
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Contratto di somministrazione: nullo il finto recesso telefonico
Un utente, titolare di un frantoio, subiva il distacco dell'energia elettrica a causa di un passaggio non autorizzato a un nuovo gestore, avvenuto tramite un falso vocal ordering. Il vecchio contratto di somministrazione veniva così interrotto illegittimamente, causando gravi danni all'attività produttiva durante la campagna olearia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'utente, stabilendo che, in assenza di un valido consenso al trasferimento, il precedente contratto di somministrazione non si è mai sciolto e deve essere ripristinato. Inoltre, la Corte ha chiarito che il risarcimento del danno da lucro cessante deve includere la rivalutazione monetaria con una decorrenza ben precisa, respingendo il ricorso del nuovo gestore per difetto di rappresentanza.
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Contratto di somministrazione: tra causali generiche e prove reali
Un lavoratore ha contestato la validità di cinque contratti di somministrazione di lavoro, chiedendo l'assunzione a tempo indeterminato presso l'azienda utilizzatrice. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo le causali dei contratti troppo generiche. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda. I giudici di legittimità hanno stabilito che il giudice di merito deve valutare singolarmente ogni contratto di somministrazione. In particolare, per i primi due contratti, le causali riguardavano la sostituzione di personale e un progetto specifico, elementi che la Corte d'Appello ha omesso di esaminare. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione dettagliata delle singole causali e delle prove testimoniali.
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Riqualificazione del rapporto di lavoro: stop ai finti autonomi
Una regista televisiva ha lavorato per anni per un'emittente con diciannove contratti di collaborazione autonoma. La lavoratrice ha chiesto la riqualificazione del rapporto di lavoro in subordinato a tempo indeterminato. I giudici di merito hanno accolto la domanda, accertando che l'attività era diretta dall'azienda e che l'inerzia della dipendente non indicava una risoluzione per mutuo consenso, ma derivava dal timore di ritorsioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando la subordinazione. La Corte ha stabilito che i limiti al risarcimento previsti per i contratti a termine non si applicano in caso di riqualificazione del rapporto di lavoro da autonomo a subordinato fin dall'origine. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese legali e regolarizzare i contributi.
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Contratto a tempo determinato: nullo il termine e posto fisso
Il caso riguarda un lavoratore aeroportuale assunto con plurimi contratti a termine. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dichiarato la nullità del termine apposto al quarto contratto, accertando l'esistenza di un rapporto a tempo indeterminato con il consorzio datore di lavoro e condannando le società coinvolte al risarcimento del danno. Le società hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la decisione su vari punti, tra cui l'interpretazione di un accordo transattivo e l'applicabilità del trasferimento d'azienda. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la valutazione sulla legittimità del contratto a tempo determinato e la sussistenza delle causali costituiscono accertamenti di fatto riservati esclusivamente al giudice di merito e insindacabili in sede di legittimità. Di conseguenza, il lavoratore ha vinto la causa, ottenendo la stabilizzazione e il risarcimento.
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Lavoro interinale: l’inerzia del dipendente non salva l’azienda
Un lavoratore, assunto tramite contratti di lavoro interinale per prestare servizio presso un'azienda, ha impugnato i contratti lamentando la genericità delle causali indicate. L'Azienda ha eccepito la risoluzione del rapporto per mutuo consenso, evidenziando che il lavoratore era rimasto inerte per oltre sei anni prima di avviare la causa. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Azienda, confermando che la semplice inerzia prolungata non equivale a una rinuncia tacita ai propri diritti. Inoltre, la Suprema Corte ha ribadito che l'utilizzo di formule generiche e ripetitive nei contratti di fornitura rende nullo il termine, determinando la conversione del rapporto in un contratto a tempo indeterminato direttamente con l'azienda utilizzatrice. L'Azienda è stata condannata al pagamento delle spese legali.
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Contratto a tempo determinato: il silenzio non cancella i diritti
Tre assistenti di volo hanno contestato la nullità del termine apposto ai loro contratti di lavoro. Le società datrici di lavoro sostenevano che il rapporto si fosse risolto per mutuo consenso, poiché i dipendenti avevano successivamente accettato un contratto a tempo indeterminato e fatto passare molto tempo prima di agire in giudizio. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso delle aziende. La Corte ha chiarito che l'accettazione di un nuovo impiego e il semplice passaggio del tempo non dimostrano la volontà di rinunciare ai diritti pregressi. Di conseguenza, è stata confermata la nullità del contratto a tempo determinato, con diritto alla ricostruzione della carriera e al risarcimento del danno.
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Risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta: i paletti
Un'azienda agricola ha stipulato due contratti di fornitura di mais con un fornitore, ma ha ritirato solo una parte della merce a causa del crollo dei prezzi di mercato. L'azienda ha quindi richiesto la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta del secondo accordo e lo scioglimento per mutuo consenso del primo. Il fornitore ha invece chiesto il risarcimento dei danni per inadempimento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda agricola. I giudici hanno stabilito che il calo dei prezzi era un trend già in atto e prevedibile prima della firma. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata a risarcire al fornitore oltre 137.000 euro per le perdite subite e il mancato guadagno.
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Risoluzione per mutuo consenso: il silenzio non cancella i debiti
Una proprietaria concede in locazione un terreno a una società conduttrice, che però non paga i canoni e abbandona l'immobile senza formalità. La proprietaria ottiene un decreto ingiuntivo per i canoni scaduti. La società si oppone, sostenendo che il contratto si sia sciolto per risoluzione per mutuo consenso a causa del suo abbandono e del silenzio della proprietaria durato anni. La Corte d'Appello smentisce questa tesi, rilevando che il semplice silenzio non equivale ad accettazione dello scioglimento. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della società conduttrice, confermando che l'inattività della locatrice non prova alcun accordo tacito. Vince la proprietaria, che ha diritto a ricevere tutti i canoni di locazione arretrati.
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Lavoro giornalistico subordinato: il contratto autonomo non cancella i diritti
Una giornalista ha chiesto il riconoscimento del proprio rapporto come lavoro giornalistico subordinato con la qualifica di collaboratore fisso, avendo redatto per anni articoli e rubriche per le pagine di cultura e spettacolo di un quotidiano. La società editrice si è opposta, sostenendo la natura autonoma del rapporto basata sul contratto firmato dalle parti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno stabilito che l'inserimento stabile nell'organizzazione aziendale, la disponibilità costante e la cura sistematica di una rubrica dimostrano la subordinazione, a prescindere dalla firma di un contratto autonomo. L'azienda è stata condannata al pagamento delle differenze retributive e al versamento dei contributi previdenziali omessi.
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Risoluzione per mutuo consenso: il silenzio costa la causa
Una lavoratrice ha impugnato la scadenza del suo contratto a termine tre anni dopo la fine del rapporto. Durante questo periodo, ha incassato il trattamento di fine rapporto senza riserve e ha ignorato ripetute proposte di assunzione a tempo indeterminato da parte dell'azienda. La Corte d'Appello ha ritenuto che tale comportamento dimostrasse una concorde volontà di porre fine al rapporto, configurando una risoluzione per mutuo consenso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla sussistenza del mutuo consenso spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se supportata da una motivazione logica e coerente. Di conseguenza, la lavoratrice perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Risoluzione per mutuo consenso: serve sempre l’atto scritto
Un'impresa edile e un proprietario terriero stipulano un contratto preliminare di permuta immobiliare. Successivamente, sorge una controversia sull'adempimento degli obblighi. La Corte d'Appello dichiara risolto il contratto per mutuo consenso, valorizzando il comportamento successivo delle parti, che avevano avviato trattative diverse non andate a buon fine. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'impresa edile, stabilendo che la risoluzione per mutuo consenso di un contratto preliminare immobiliare richiede obbligatoriamente la forma scritta ad substantiam. Di conseguenza, non è sufficiente un comportamento tacito o una proposta d'acquisto non accettata per sciogliere il vincolo originario. La sentenza impugnata viene cassata con rinvio.
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Contratto a termine illegittimo: dipendente batte grande azienda
Una lavoratrice ha impugnato il proprio contratto di lavoro a tempo determinato, stipulato con un'azienda postale per il mese di gennaio 2001. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda applicando erroneamente una legge entrata in vigore successivamente alla conclusione del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che la disciplina applicabile è quella vigente al momento della firma. Poiché gli accordi sindacali autorizzavano le assunzioni straordinarie solo fino al 30 aprile 1998, il contratto stipulato nel 2001 costituisce un contratto a termine illegittimo. La Suprema Corte ha quindi cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte d'Appello per una nuova decisione conforme a questo principio, segnando una vittoria per la lavoratrice.
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Contratto a termine illegittimo: Azienda non prova, Lavoratore vince
La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza che dichiarava un contratto a termine illegittimo. Un lavoratore era stato assunto da una compagnia aerea per sostituire personale assente per ferie. L'azienda, però, non è riuscita a dimostrare il collegamento diretto (nesso causale) tra l'assunzione del lavoratore e le specifiche assenze da coprire. Secondo i giudici, l'onere di fornire questa prova specifica spetta interamente al datore di lavoro. La mancanza di tale prova ha reso nulla la clausola del termine, portando alla condanna dell'azienda al pagamento di un risarcimento. Il lavoratore ha quindi vinto la causa.
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Risoluzione per mutuo consenso: tra rifiuto e nuovo impiego
Un lavoratore marittimo ha impugnato la cessazione del proprio rapporto di lavoro, sostenendo di essere stato vittima di un licenziamento illegittimo. La società armatrice ha invece eccepito che il rapporto si era estinto per una risoluzione per mutuo consenso. Il dipendente aveva infatti rifiutato ripetutamente di reiscriversi nel turno particolare della società e aveva accettato un nuovo imbarco presso un altro armatore. La Corte d'Appello ha ritenuto che tale condotta manifestasse una chiara volontà di sciogliere il vincolo contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato questa impostazione, dichiarando il ricorso inammissibile. La decisione ribadisce che la volontà di porre fine al rapporto può essere desunta da comportamenti concludenti che rendono impossibile la prosecuzione della collaborazione lavorativa.
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