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Misura Cautelare — Anno 2023

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1014 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misura Cautelare

Provvedimenti

Citofono rotto e liberazione anticipata: negato lo sconto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un condannato per via di una contestata evasione avvenuta durante il semestre in valutazione. Il condannato si era giustificato adducendo il guasto del citofono di casa, ma non aveva risposto nemmeno al telefono cellulare durante i controlli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condannato, confermando che la valutazione sulla liberazione anticipata spetta autonomamente al giudice di sorveglianza. La condotta inerte del soggetto, che non ha agevolato i controlli né segnalato il guasto, dimostra la mancanza di un sincero sforzo di partecipazione al percorso di rieducazione, rendendo legittimo il diniego del beneficio.
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DASPO e obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino che chiedeva la revoca della misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Il ricorrente sosteneva che la misura fosse superflua poiché era già sottoposto a DASPO con obbligo di firma per otto anni. I giudici hanno chiarito che le due misure sono del tutto autonome e non sovrapponibili. L'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria persegue una finalità preventiva generale contro la reiterazione di qualsiasi reato. Al contrario, l'obbligo di firma legato al DASPO serve unicamente a impedire l'accesso agli eventi sportivi durante il loro svolgimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: spacciare ai domiciliari esclude lo sconto
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per due condanne definitive legate allo spaccio di stupefacenti. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta a causa del lungo intervallo di tempo tra i fatti e della diversità delle sostanze. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il secondo reato, commesso mentre era agli arresti domiciliari per il primo, dimostrasse l'unicità del disegno criminoso. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che commettere un reato durante una misura cautelare non prova un progetto unitario, ma evidenzia una spiccata propensione a delinquere. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Scambio elettorale politico-mafioso: il sospetto non basta
Un uomo, ritenuto l'intermediario di un presunto accordo di scambio elettorale politico-mafioso tra un candidato sindaco e alcuni esponenti della criminalità organizzata, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari. L'accusa si fondava sulla sua attività di organizzazione di un incontro e sul successivo ottenimento di un posto di lavoro come addetto alla sicurezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice intermediazione per organizzare un incontro, senza la prova della consapevolezza del suo scopo illecito, e il successivo beneficio lavorativo non bastano a dimostrare la partecipazione alla stipulazione del patto criminale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la misura cautelare con rinvio per un nuovo esame.
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Conversione dell’impugnazione: errore fatale per l’ex sindaco
Un ex sindaco, indagato per corruzione, ha subito l'aggravamento della misura cautelare dall'obbligo di firma agli arresti domiciliari per aver violato le prescrizioni incontrando altri indagati. L'indagato ha proposto direttamente ricorso in Cassazione contestando la valutazione dei fatti del giudice. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che contro i provvedimenti di aggravamento della misura cautelare l'unico rimedio e l'appello al Tribunale del Riesame. Non opera la conversione dell'impugnazione in appello se il ricorrente sceglie deliberatamente il ricorso per cassazione sollevando in realta contestazioni di merito camuffate da violazioni di legge. L'ex sindaco perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Gravi indizi di colpevolezza: la condanna blocca la revoca
L'Imputato, accusato di tentato furto in abitazione aggravato, ha richiesto la revoca della misura cautelare del divieto di dimora. Il Tribunale del riesame ha rigettato la richiesta poiché, nel frattempo, l'uomo era stato condannato in primo grado per lo stesso reato. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che una sentenza di condanna, anche se non ancora definitiva, impedisce al giudice della libertà di rivalutare i gravi indizi di colpevolezza, a meno che non emergano prove del tutto nuove. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto la tesi difensiva secondo cui lo stato di povertà potesse giustificare il furto come stato di necessità, definendola un'ipotesi astratta e non dimostrata. Di conseguenza, la misura cautelare resta confermata e l'uomo deve pagare le spese processuali.
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Falso ideologico in atto pubblico: arresti per l’agente infedele
Un agente di polizia penitenziaria è stato sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari con l'accusa di falso ideologico in atto pubblico. L'agente aveva redatto relazioni di servizio false per coprire la propria responsabilità nell'aggressione di un detenuto da parte di altri ristretti. La difesa ha invocato la scriminante del diritto di non autodenunciarsi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la tutela della verità dei documenti pubblici prevale sull'interesse del singolo a non incriminarsi. Inoltre, l'agente non aveva subito alcuna coercizione abusiva, non essendo a conoscenza dell'indagine a suo carico al momento della redazione del verbale.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: no a ruoli lievi
Il Tribunale del Riesame ha confermato l'obbligo di firma per un'indagata accusata di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'organizzazione creava documenti falsi e organizzava matrimoni di comodo per far ottenere permessi di soggiorno a cittadini stranieri. La difesa sosteneva il carattere occasionale della condotta dell'indagata, che aveva ammesso un solo matrimonio fittizio dietro compenso, chiedendo di riqualificare il reato in concorso esterno. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che le prove, tra cui intercettazioni e video, dimostrano una partecipazione stabile all'attività illecita. L'indagata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Gravi indizi di colpevolezza: confermati gli arresti domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la misura cautelare degli arresti domiciliari. L'Indagato contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, sostenendo di essere la vera vittima dell'aggressione. La Corte ha chiarito che il giudice di legittimità non può rivalutare i fatti o l'attendibilità delle prove, ma deve solo verificare la logicità della motivazione. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano fornito una ricostruzione solida: il telefono de L'Indagato era sul luogo del delitto, le chiavi della vittima erano vicino alla sua auto e il suo comportamento sul posto era incompatibile con quello di un aggredito. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Tentativo di truffa: la trappola della polizia evita il carcere
Un uomo, accusato di truffa, era stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere. La difesa ha fatto ricorso sostenendo che si trattasse solo di un tentativo di truffa e non di un reato consumato. La consegna del denaro era infatti avvenuta in un centro commerciale sotto lo stretto controllo della polizia, precedentemente allertata dalla vittima. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la sorveglianza delle forze dell'ordine impedisce al truffatore di acquisire l'autonoma disponibilità del denaro e alla vittima di essere realmente ingannata. Di conseguenza, il reato si configura come tentato e non consente la custodia in carcere. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza e ordinato l'immediata scarcerazione dell'indagato.
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Misure cautelari personali: no sconti al giudice che corrompe
Un ex giudice tributario, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver favorito una società in cambio di denaro, ha richiesto la revoca o la sostituzione della misura dell'obbligo di dimora a Milano con il divieto di dimora a Brescia. L'imputato sosteneva che le dimissioni e il tempo trascorso avessero azzerato le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità delle misure cautelari personali applicate. I giudici hanno evidenziato che il tempo trascorso non cancella automaticamente il pericolo se l'indagato ha tentato di condizionare un testimone, dimostrando assenza di pentimento e un'elevata pericolosità sociale. L'obbligo di dimora a Milano resta quindi necessario per limitare i suoi contatti.
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Gravi indizi di colpevolezza: arresti confermati anche senza certezza
Il Tribunale del Riesame confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti de L'Indagato, accusato di traffico di sostanze stupefacenti. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e lamentando che la ricostruzione si basasse solo su intercettazioni, sostenendo che l'indagato avesse ricevuto denaro e un telefono anziché cocaina. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che per l'applicazione delle misure cautelari non occorre la certezza assoluta richiesta per una condanna definitiva. I gravi indizi di colpevolezza richiedono solo una qualificata probabilità di colpevolezza, e il giudice di legittimità non può sostituire la propria valutazione dei fatti a quella del giudice di merito se quest'ultima è logicamente coerente.
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Perdita di efficacia della misura cautelare: libero il latitante
Un'indagata per furto aggravato evade dagli arresti domiciliari. Il giudice dispone la custodia in carcere ed emette un mandato di arresto europeo. Nel frattempo, entra in vigore la Riforma Cartabia, che trasforma il furto in reato procedibile a querela. La norma transitoria stabilisce la perdita di efficacia della misura cautelare se la vittima non presenta querela entro venti giorni, ovvero entro il 19 gennaio 2023. L'indagata viene arrestata in Spagna il 20 gennaio 2023, ma la querela viene presentata solo il 23 gennaio. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa: la misura era in corso di esecuzione anche durante la latitanza. Di conseguenza, il termine di venti giorni era scaduto senza querela, determinando l'automatica perdita di efficacia della misura cautelare e l'illegittimità dell'arresto. La Corte ordina l'immediata liberazione.
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Droga in ambulanza: confermata la custodia cautelare in carcere
Un uomo è stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere con l'accusa di aver trasportato e consegnato sostanze stupefacenti a un gruppo criminale di Messina. Per effettuare le consegne ed evitare i controlli delle forze dell'ordine, l'indagato utilizzava un'ambulanza, sfruttando anche il periodo di emergenza sanitaria. La difesa ha contestato la gravità degli indizi e ha richiesto una misura meno afflittiva, sostenendo la tesi della semplice presenza passiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che l'uso del mezzo di soccorso e di telefoni criptati dimostra una partecipazione attiva e un'elevata professionalità criminale, rendendo inadeguati gli arresti domiciliari e giustificando pienamente la misura carceraria per il concreto pericolo di recidiva.
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Riesame della misura cautelare: motivazione breve ma valida
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame di Genova, che confermava la custodia in carcere per traffico internazionale di cocaina. La difesa contestava la mancanza di motivazione del provvedimento originario del G.I.P., ritenendo illegittimo l'intervento suppletivo del Tribunale. La Suprema Corte ha chiarito che, in sede di riesame della misura cautelare, il giudice può integrare le insufficienze motivazionali dell'ordinanza genetica, purché questa non sia totalmente priva di motivazione o presenti una motivazione solo apparente. Nel caso specifico, il primo giudice aveva sinteticamente ma validamente delineato il ruolo logistico dell'indagato nell'importazione della droga dal Brasile, rendendo legittima l'integrazione operata in secondo grado. L'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Rivelazione di segreto d’ufficio: no ai domiciliari senza profitto
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca degli arresti domiciliari per un dipendente pubblico accusato di rivelazione di segreto d'ufficio. Il dipendente aveva confidato a un privato informazioni riservate su un'istruttoria antimafia. Il Tribunale del Riesame aveva annullato la misura cautelare poiché il reato contestato non prevedeva limiti di pena tali da consentire l'arresto. Il Pubblico Ministero ha fatto ricorso, sostenendo che la condotta integrasse l'ipotesi più grave di utilizzo del segreto per ottenere un profitto patrimoniale. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, specificando che la semplice rivelazione a un terzo, pur se quest'ultimo ne trae beneficio, non equivale all'utilizzo diretto dell'informazione segreta richiesto dalla norma per configurare il reato più grave.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: arresti confermati
Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti dell'Indagato, accusato di peculato, corruzione e turbativa d'asta. La difesa ha proposto ricorso lamentando un'errata valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati erano generici e astratti, privi di un confronto reale con le specifiche motivazioni del provvedimento impugnato. Di conseguenza, la Corte ha confermato la misura cautelare e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attualità del pericolo di recidiva: libero l’agente licenziato
Un agente commerciale, accusato di corruzione per forniture mediche, viene sottoposto agli arresti domiciliari. Il Tribunale del Riesame conferma la misura ritenendo sussistente il rischio di reiterazione del reato. Tuttavia, la difesa dimostra che l'indagato è stato licenziato, privato di ogni potere societario e cancellato dall'albo degli agenti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, chiarendo che l'attualità del pericolo di recidiva non può fondarsi su semplici congetture o sulla sola qualifica professionale dell'indagato, specie se i rapporti lavorativi sono stati interrotti da anni. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio l'ordinanza e dispone l'immediata liberazione dell'uomo.
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Sopravvenuta carenza di interesse: ricorso inutile e zero spese
L'Indagato ha proposto ricorso per cassazione contro un'ordinanza cautelare che disponeva il divieto di dimora. Successivamente, il tribunale ha revocato la misura cautelare, rendendo inutile la decisione della Cassazione. Il difensore ha quindi rinunciato al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché l'interesse è venuto meno dopo la presentazione del ricorso, la Corte ha stabilito che non si applica la condanna alle spese processuali né alla sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, escludendo qualsiasi ipotesi di soccombenza del ricorrente.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alle spese
L'Imputata, inizialmente sottoposta a custodia cautelare in carcere per il reato di scambio elettorale politico-mafioso, ha proposto ricorso per cassazione contro il provvedimento. Nel corso del procedimento, il giudice ha sostituito la misura del carcere con quella più lieve degli arresti domiciliari. A seguito di questo provvedimento favorevole, L'Imputata ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione, non avendo più un interesse concreto a impugnare la precedente decisione. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, escludendo la condanna alle spese processuali.
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