Un uomo viene condannato per truffa aggravata ai danni di una persona anziana. L'unica prova schiacciante a suo carico è un'impronta digitale lasciata nell'abitazione della vittima. L'imputato presenta ricorso in Cassazione, sostenendo l'insufficienza di tale elemento. La Corte Suprema, però, rigetta il ricorso e conferma la condanna. Viene stabilito il principio secondo cui il grande **valore probatorio delle impronte digitali** è tale che, se vengono individuati almeno 16 punti caratteristici uguali, l'impronta costituisce piena prova della colpevolezza, anche in assenza di altri elementi a supporto. La presenza dell'imputato sulla scena del crimine, non giustificata, diventa così prova della sua partecipazione al reato.
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