Un messo comunale, incaricato della levata dei protesti cambiari, si è appropriato di oltre 64.000 euro riscossi da quarantidue debitori, omettendo di versarli alla banca. La difesa sosteneva che si trattasse di truffa aggravata e non del più grave reato di peculato, poiché i titoli erano domiciliati presso l'istituto di credito e i debitori sarebbero stati tratti in inganno. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna per il reato di peculato. I giudici hanno chiarito che il messo aveva la legittima disponibilità del denaro in ragione del suo ufficio pubblico. Di conseguenza, l'appropriazione successiva configura pienamente il peculato e non la truffa, in quanto il possesso del denaro non è stato ottenuto con l'inganno, ma per via delle sue funzioni istituzionali.
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