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Locupletazione

84 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Locupletazione: lo_cu_ple_ta_zió_ne = s. f. (dal lat. tardo locupletatio-onis] letteralmente: Arricchimento') Per quanto raro esso è un vocabolo frequente nella prassi formale giuridica, soprattutto nel campo dei lasciti e delle eredità essendo un significante strettamente legato al suo originale significato latino di locupletazione ovvero "arricchimento" mediante acquisizione patrimoniale (specialmente di immobili). Quando la locupletazione avviene a carico di altri in modo ingiusitificato o privo di sostegno giuridico esso si dice "ingiusta locupletazione" Una notazione specifica sulla locuzione "ingiusta locupletazione". Significa letteralmente: arricchimento ingiustificato e indiretto. Nel codice civile italiano l'articolo 2041 sancisce l'obbligo del risarcimento in caso si accerti l'ingiusto arricchimento creato mediante spostamenti patrimoniali ingiustificati in danno di qualcuno. Un soggetto che attui una pratica che gli crei un arricchimento patrimoniale senza averne titolo giuridico è obbligato a indennizzare il soggetto passivo che subisce il danno patrimoniale. Tale indennizzo è nella identica misura del danno subito non potendosi scavalcare il limite dell'effettivo valore sottratto perché in tal caso si avrebbe uno speculare ingiusto beneficio. Nella legislazione civile italiana, all'articolo 2041 del codice civile, è individuata l’azione generale di arricchimento, volta essenzialmente ad evitare che possano sussistere degli spostamenti patrimoniali senza giustificazione. Così si evince dallo stesso dato letterale laddove si spiega che “Chi, senza una giusta causa, si è arricchito a danno di un’altra persona è tenuto…a indennizzare quest’ultima…”. Il tanto è stato tolto e tanto deve essere restituito è il collegamento eziologico tra le azioni giuridicamente definite. categoria:Diritto civile

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Servizi al Comune senza contratto: l’arricchimento senza causa non basta
L'Azienda ha fornito servizi di raccolta rifiuti a Il Comune basandosi su un'ordinanza sindacale urgente, senza un contratto formale. L'Azienda ha chiesto il rimborso dei maggiori costi sostenuti, invocando l'istituto dell'arricchimento senza causa. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta. Ha stabilito che l'ordinanza sindacale costituiva una "giusta causa" (ragione legale valida) per il servizio. Pertanto, non si poteva applicare l'arricchimento senza causa, che richiede l'assenza di una giustificazione legale. L'Azienda avrebbe potuto agire in altri modi, come contestare l'ordinanza o chiedere un risarcimento.
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Usura ed estorsione: la Cassazione conferma la condanna
Un uomo ricorre in Cassazione contro la condanna per reati di usura ed estorsione, detenzione illegale di armi e intestazione fittizia di beni. L'imputato aveva erogato un prestito con tassi usurari, farsi trasferire un immobile di valore sproporzionato e pretendendo la vendita di un ulteriore terreno tramite minacce. Il ricorrente contestava il calcolo degli interessi, la qualificazione delle minacce e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche legate alla sua età avanzata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha confermato la presenza della doppia conforme, evidenziando la chiarezza dei tassi usurari pretesi e la gravità delle condotte intimidatorie. L'imputato è stato quindi condannato alle spese processuali, al versamento di una somma alla Cassa delle Ammende e al risarcimento delle parti civili.
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Clausola valore a nuovo: no al risarcimento gonfiato per l’auto
Un automobilista subisce il furto della propria vettura, fabbricata nel 2004 ma immatricolata nel 2012, quando era già fuori produzione. L'assicurato richiede l'applicazione della clausola valore a nuovo basandosi sul prezzo di un modello più recente e costoso in commercio al momento dell'immatricolazione. La compagnia liquida invece un indennizzo inferiore, basato sul valore effettivo del modello del 2004. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'automobilista, stabilendo che la clausola valore a nuovo non può derogare al principio indennitario per consentire un ingiusto arricchimento. La polizza in esame non è una polizza stimata, e l'indennizzo deve corrispondere al valore reale del modello specifico dell'assicurato al momento del sinistro, non a versioni successive e diverse.
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Indennità di esproprio: terreno agricolo o edificabile?
A seguito del terremoto del 2009, il Comune ha occupato d'urgenza e poi espropriato alcuni terreni agricoli di privati per realizzare alloggi d'emergenza. I Proprietari hanno chiesto che l'indennità di esproprio venisse calcolata considerando i terreni come edificabili, poiché su di essi erano stati costruiti moduli abitativi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei Proprietari. I giudici hanno stabilito che il valore del terreno deve essere stimato in base alla sua destinazione urbanistica originaria (agricola) precedente al sisma. La destinazione temporanea a scopi abitativi d'emergenza costituisce un vincolo espropriativo e non aumenta il valore del bene. L'indennità deve essere calcolata sul valore agricolo dell'epoca, rivalutato monetariamente al momento del decreto di esproprio. Il Comune vince la causa.
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Ripetizione dell’indebito: si restituisce solo il pagato reale
Una società in concordato preventivo ha promosso un'azione di ripetizione dell'indebito contro una banca per ottenere la restituzione di somme addebitate illegittimamente sul conto corrente a causa di clausole nulle. La Corte d'appello ha condannato la banca a restituire l'intera differenza nominale tra il saldo originario e quello ricalcolato. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della banca, stabilendo che, se il debito è stato pagato in percentuale ridotta in esecuzione del concordato, la restituzione dell'indebito deve limitarsi a quanto la società ha effettivamente versato, e non all'intero valore nominale del credito rettificato. Diversamente, si verificherebbe un ingiusto arricchimento per il debitore. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Reato di ricettazione: scuse false e condanna inevitabile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di ricettazione. La donna possedeva beni di provenienza illecita e aveva fornito giustificazioni non credibili sulla loro origine. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto in incauto acquisto e di applicare la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno chiarito che la consapevolezza dell'origine illecita può essere desunta da prove indirette e dal comportamento dell'imputato, come la mancata indicazione attendibile della provenienza dei beni. Inoltre, l'intento predatorio e le plurime violazioni escludono la particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, l'imputata perde il ricorso e viene condannata anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Acquisizione sanante: no al blocco dell’indennizzo per i privati
I comproprietari di alcuni immobili, occupati illegittimamente dalla Pubblica Amministrazione e poi acquisiti tramite il provvedimento di acquisizione sanante, si sono opposti alla stima dell'indennizzo. La Corte d'Appello ha sospeso il giudizio in attesa della definizione di un'altra causa sul risarcimento dei danni da occupazione illegittima. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei privati, stabilendo che non vi è un rapporto di pregiudizialità necessaria tra i due giudizi. L'indennizzo per l'acquisizione sanante ha natura globale e autonoma rispetto al risarcimento per la pregressa occupazione senza titolo. Di conseguenza, la sospensione del processo è stata revocata e i giudici dovranno decidere sul merito dell'indennità.
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Riparazione per ingiusta detenzione: scomputo o indennizzo?
Il Professionista ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto con formula irrevocabile. La Corte d'appello ha rigettato la domanda poiché il periodo di custodia cautelare era già stato scomputato da un'altra pena definitiva. Il Professionista ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che tale scomputo automatico gli avesse impedito di accedere a misure alternative alla detenzione e chiedendo il risarcimento dei danni professionali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non esiste una facoltà di scelta tra l'indennizzo monetario e lo scomputo della pena. Quest'ultimo opera in modo automatico e inderogabile per evitare un ingiustificato arricchimento del condannato.
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Sospensione versamenti tributari: scontro tra sisma e fatturato
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso una cartella di pagamento nei confronti di una società per l'omesso versamento del secondo acconto IRES del 2010. La società ha contestato l'atto, invocando la sospensione versamenti tributari prevista per le vittime del sisma dell'Abruzzo del 2009. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente. I giudici hanno chiarito che la società, pur avendo sede nel cratere sismico, superava la soglia di volume d'affari di 200.000 euro. Di conseguenza, il beneficio della sospensione era cessato il 30 giugno 2010. Alla scadenza del 30 novembre 2010, l'acconto era pienamente dovuto secondo le regole ordinarie. La Corte ha confermato la legittimità della cartella, escludendo che le norme emergenziali possano tradursi in ingiustificati vantaggi fiscali oltre i limiti temporali stabiliti dalla legge.
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Arricchimento senza causa: il Comune paga i costi del personale
Una società ha gestito gli impianti di depurazione di un Comune, generando per quest'ultimo un vantaggio economico senza un contratto formale. La Corte d'Appello ha riconosciuto a favore della società un indennizzo per arricchimento senza causa, quantificato in base ai soli costi della manodopera impiegata per la manutenzione. Il Comune ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di prove sul reale profitto e l'erronea inclusione dell'utile d'impresa nel calcolo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo coerente la quantificazione basata sui costi del personale e dichiarando inammissibile la questione sull'utile d'impresa perché sollevata per la prima volta in sede di legittimità. Di conseguenza, il Comune perde la causa e deve rimborsare le spese legali alla società.
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Detraibilità IVA sulle spese legali: stop al doppio incasso
Il Debitore propone opposizione contro il precetto di pagamento notificatogli dal Professionista, contestando l'addebito dell'IVA sulle spese legali liquidate in un precedente giudizio. Secondo il Debitore, il Professionista, essendo un ingegnere soggetto IVA, poteva detrarre l'imposta, che quindi non rappresentava un costo reale da rimborsare. Il Giudice di pace e il Tribunale rigettano l'opposizione ritenendo il giudizio non inerente all'attività professionale. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Debitore: il giudice ordinario non deve valutare la astratta detraibilità fiscale, ma verificare se in concreto il creditore abbia già detratto l'imposta. Consentire il rimborso di un costo non effettivamente sopportato comporterebbe un ingiusto arricchimento. La sentenza viene cassata con rinvio per accertare la concreta detraibilità IVA sulle spese legali.
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Contratto firmato? Niente arricchimento senza causa: la Cassazione
Una casa di cura ha citato in giudizio un'ASL per ottenere il pagamento di prestazioni sanitarie fornite oltre il budget pattuito, invocando l'istituto dell'arricchimento senza causa. La struttura sosteneva che il superamento del tetto di spesa fosse dovuto a un ritardo dell'ASL nel fissare il budget stesso. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, ribadendo un principio fondamentale: l'azione per arricchimento senza causa non è ammissibile se tra le parti esiste un contratto valido. Il contratto, infatti, costituisce la 'giusta causa' dello spostamento patrimoniale, escludendo la possibilità di ricorrere a questo rimedio. La clinica avrebbe dovuto usare gli strumenti di tutela previsti dal contratto. L'appello è stato dichiarato inammissibile e la ricorrente condannata per lite temeraria.
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Reato continuato negato: 10 anni di illeciti non sono un piano
Un imprenditore, condannato per vari illeciti commessi nell'arco di dieci anni, ha chiesto di applicare il beneficio del reato continuato per ottenere una pena più lieve. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito che il lungo lasso di tempo tra i fatti e l'assenza di un unico e preordinato piano criminale impediscono di riconoscere la continuazione. Il solo scopo di arricchimento non basta a unire reati che appaiono come episodi autonomi, frutto di decisioni estemporanee. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la richiesta di sconto di pena definitivamente negata.
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Proventi da reato da restituire: il Fisco li tassa, la Cassazione frena
Un contribuente ha ricevuto un avviso di accertamento per la tassazione di proventi da reato, relativi a una quota di denaro sottratta da un'impresa fallita. Sebbene un giudice penale avesse già ordinato la restituzione della somma, l'Agenzia delle Entrate ha preteso le imposte. I giudici tributari di merito hanno annullato la pretesa, sostenendo che non vi era prova dell'effettivo incasso da parte del contribuente e che l'obbligo di restituzione escludeva un reale arricchimento. La Corte di Cassazione, con questa ordinanza, non ha ancora deciso nel merito la questione sulla tassazione proventi da reato, ma ha rinviato la causa per trattarla insieme a quelle degli altri soggetti coinvolti, al fine di garantire una decisione coerente.
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Sospensione Processo: Banca bloccata per rischio doppio incasso
Una banca acquista un credito da un'azienda e, non riuscendo a incassarlo dal debitore principale (un Ministero), avvia due cause separate: una contro il Ministero e una contro l'azienda cedente. Il tribunale sospende la seconda causa in attesa dell'esito della prima. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, stabilendo che la sospensione necessaria del processo è corretta. Il principio è evitare il rischio che la banca possa ottenere due titoli di pagamento per lo stesso credito, realizzando un ingiusto arricchimento. La decisione della prima causa è quindi pregiudiziale per la seconda.
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Aliunde perceptum: quando il nuovo lavoro azzera il risarcimento
Un lavoratore ha agito in giudizio per ottenere la trasformazione del proprio contratto da part-time a full-time e il relativo risarcimento dei danni per le differenze retributive non percepite. Sebbene la trasformazione del rapporto sia stata confermata, la Corte d'Appello ha negato il risarcimento economico. I giudici hanno accertato che, nel periodo in questione, l'uomo aveva percepito redditi da altri datori di lavoro. Tale somma, definita aliunde perceptum, è risultata superiore al danno lamentato. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di tale decisione, ribadendo che il risarcimento deve coprire solo la perdita effettiva. Il principio della detraibilità dei guadagni esterni serve a evitare un ingiusto arricchimento del danneggiato e può essere applicato dal giudice anche d'ufficio, senza necessità di una tempestiva richiesta della parte interessata.
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Ricettazione: quando il possesso di assegni è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di ricettazione aggravata nei confronti di un soggetto trovato in possesso di un assegno bancario circolante al di fuori delle regole legali. La decisione ribadisce che la detenzione di titoli di credito con modalità difformi dalla prassi ordinaria, in assenza di giustificazioni plausibili, costituisce prova del dolo e della consapevolezza dell'illecita provenienza del bene. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi presentati erano meramente riproduttivi di quanto già esaminato e correttamente respinto nei precedenti gradi di giudizio, confermando inoltre l'aggravante della recidiva.
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Ingiusta detenzione: no a indennizzo e scomputo pena
Un cittadino ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto in un processo per rapina, durante il quale era stato sottoposto agli arresti domiciliari. La Corte d'Appello ha rigettato l'istanza poiché il periodo di custodia cautelare era già stato scomputato da un'altra pena definitiva che l'uomo doveva scontare, applicando il principio di fungibilità. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, ribadendo che l'indennizzo economico è escluso se il tempo di detenzione è stato già utilizzato per ridurre una condanna definitiva, al fine di evitare un indebito arricchimento ai danni dello Stato.
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Prescrizione: quando decorre il termine decennale?
Una società appaltatrice ha agito contro un ente pubblico per ottenere il pagamento di opere di pavimentazione stradale. In subordine alla domanda contrattuale, è stato richiesto l'indennizzo per ingiustificato arricchimento. La Corte d'Appello aveva dichiarato il diritto estinto per Prescrizione, ritenendo che il termine decennale decorresse dall'ultimazione dei lavori. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che, in caso di risoluzione del contratto per motivi amministrativi, il termine inizia a decorrere dalla data di risoluzione stessa, momento in cui l'arricchimento dell'ente diventa definitivo.
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Compensi avvocato fallimento: guida alla liquidazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che la liquidazione delle spese legali effettuata dal giudice di merito non vincola il Giudice Delegato nella determinazione dei compensi avvocato fallimento. Mentre il primo decide in base al principio di causalità, il secondo opera sulla base del contratto d'opera e dei parametri professionali. Il legale può agire per ingiustificato arricchimento solo se la massa incassa effettivamente somme superiori a quanto liquidatogli. Inoltre, le attività svolte prima del fallimento non godono di prededucibilità, poiché la dichiarazione di insolvenza interrompe il mandato originario.
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