La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per ricettazione di un individuo trovato in possesso di 217 kg di rame rubato. L'imputato aveva contestato la sentenza, sostenendo la mancanza di prova del dolo e l'erronea valutazione del suo diritto al silenzio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che, per configurare la ricettazione, la prova dell'intenzione (dolo) può desumersi anche dalla mancata o non credibile spiegazione sulla provenienza dei beni. Il diritto al silenzio (ius tacendi) non è assoluto. Il giudice può valutare la condotta dell'imputato, inclusa la mancata risposta, se ci sono altre prove che indicano la colpevolezza. La sentenza sottolinea che il silenzio può essere un elemento di riscontro a carico dell'imputato, se il quadro probatorio è già sfavorevole.
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